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Degustazioni

Piccoli Grandi Artigiani Etnei: seconda parte

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Alla scoperta di poeti vignaioli sulla Muntagna

Dopo il suo esordio con questo eccellente articolo dedicato ad una serie di piccoli produttori dell’Etna, torna il misterioso Aindreas Ridire, che si era presentato così: “Viaggiatore per professione, viaggiatore per hobby, mastro libraio, topo da enoteca, consumatore compulsivo di poesie, libri gialli e vini naturali, afroirlandese nell’animo, ha lasciato il suo cuore a metà strada fra il Donegal e i vigneti dell’Etna. Ama incontrare i vignaioli e conoscere le storie, le mani e i volti che stanno dietro a un’etichetta. narrando gli artigiani del vino e il meno possibile chi compie scelte più commerciali o rivolte alla grande distribuzione”.

Anche in questo caso Aindreas ci racconta le storie di due piccoli grandi artigiani della Muntagna. Buona lettura.

Nel XIV canto dell’Inferno, fra i bestemmiatori, Dante incontra Capaneo, uno dei sette re che assediarono l’antica Tebe, il quale aveva osato sfidare Giove; questo gigante dannato ribadisce al poeta il suo spregio nei confronti degli dèi e sfida ancora lo stesso re degli dèi affermando che non potrebbe vendicarsi di lui neppure scagliandogli contro tutte le folgori prodotte dai Ciclopi della “fucina negra” del Mongibello.

Con questo mitologico “giro de Peppe”, nel parlarvi della Muntagna sono riuscito anch’io a ricordare il Sommo Poeta nel Settecentenario della sua morte (non so se ve ne eravate avveduti): e sì, il buon Durante di Alighiero degli Alighieri raccontò l’Etna, pur non avendo mai visitato la bella Trinacria (VIII canto del Paradiso), l’isola del foco (XIX canto del Paradiso).

Mongibello, dunque: dal latino mons (monte) e dall’arabo giabal (monte), reiterazione che non lascia alcun dubbio su come l’Etna venisse considerato non solo un vulcano, ma il monte dei monti, il monte per eccellenza, ‘a Muntagna. L’espressione araba fu introdotta dai saraceni che in origine la chiamarono “Giabal Huthamet“, monte di fuoco.

Nell’introdurvi un paio di altri vignaioli artigiani Etnei, vorrei citarvi le parole del professor Attilio Scienza che ho letto nell’introduzione al libro Amber Wine: “la qualità di un vino per essere eccellente deve avere un’aggiunta di valori immateriali che non risiedono nel vino, ma nello spirito, nell’umanità di chi lo ha prodotto e nel rapporto con l’umanità di chi lo beve”.

E questa definizione mi ha ricordato il concetto di “vini umani” introdotto da Salvo Foti, uomo etneo per antonomasia. I vini di cui vi parlerò sono sicuramente ricchi di umanità, e sono le mani degli uomini dietro alle etichette a renderli tali, meritevoli di attenzione più di molti altri.

Questa volta ho scelto di raccontarvi due uomini siculi trapiantati sull’Etna, uno dal versante sud-occidentale, da Mazara del Vallo, e l’altro da quello nord-orientale, da Messina.

Il primo artigiano del vino è Fabio Signorelli; Fabio è un enologo originario di Mazara, che ha ereditato la passione per la vigna e per il vino dal nonno materno, vignaiolo d’altri tempi. Dopo la laurea in Viticoltura ed Enologia presso l’Università di Palermo e la collaborazione in diverse cantine, dalla Sicilia e Montalcino, Fabio arriva sull’Etna collaborando per una consulenza con nientepopodimeno che (mi piace tanto scrivere questa “forma univerbata di una locuzione”, come la chiama l’Accademia della Crusca, dovrei riuscire a inserirla in ogni mio articolo) Riccardo Cotarella, che lo aveva coinvolto già in precedenza in Umbria.

Inevitabilmente si innamora dell’Etna (e delle sue uve), dove si ferma per lavorare come “talent scout di vigneti”, come lui stesso si definisce, lavorando per nuove aziende che sorgono sulla Muntagna quasi come i funghi nella pineta di Linguaglossa. Sceglie solo piccoli produttori di vini naturali, che condividono le sue idee enologiche; tutto questo furriare per le contrade dell’Etna gli permette di comprenderne le caratteristiche delle vigne, notare le differenze dei terreni, attraversandoli insieme ai contadini cresciuti qui, fra lapilli e cenere, fra Nerello e Carricante.

Nel 2018 inizia a mettere in bottiglia (3.000 all’anno circa) il frutto del suo lavoro, nei quasi tre ettari acquistati in contrada Bardazzi nel versante Nord-Est, nel territorio soprastante i comuni di Linguaglossa e Piedimonte Etneo. In questo terreno possiede circa un ettaro di vigneto, un’antica vigna del 1896 (!!!), pura poesia agricola; attorno alla vigna, alberi di ulivo, un frutteto e boschetti di querce oltre a un antico palmento. Fabio segue anche alcuni piccoli vigneti, tutti ad alberello, nelle Contrade di Pettino Ciarelli, Moganazzi, Marchesa e Pianodario, coltivati e gestiti insieme ai proprietari, amici del luogo.

L’agricoltura di Fabio è di basso intervento, cercando di favorire i normali equilibri della natura; i lavori agricoli sono manuali, niente prodotti di sintesi e a base di rame. In cantina piccole vinificazioni in tini a cielo aperto, fermentazioni spontanee; affinamento in tini di cemento e in damigiane di vetro, nessuna chiarifica e filtrazione.

Tre sono le etichette di Palmento di Levante: un “Rosato frizzante”, un rifermentato in bottiglia, col fondo, (un Pét-Nat, come direbbero quelli che sanno le lingue) da una vigna mista a 800 metri s.l.m. in contrada Pianodario, piantata nel 1950, da uve tipicamente mediterranee ed etnee, Nerello Mascalese insieme a Grenache, Carricante, Trebbiano, Catarratto e Grecanico. Fabio produce anche il “Palmento di Levante“, Etna rosso Doc, con piccole vinificazioni a cielo aperto, dai 400 a 800 kg di uve nerello mascalese, selezionate su vigne antiche nelle contrade del versante nord, Bardazzi, Moganazzi, Marchesa e Pettino Ciarelli.

Il vino da provare assolutamente è “Madrenera“, dall’antica vigna mista ad alberello del 1896 di contrada Bardazzi; quota 580 metri, circa 700 piante sopravvissute, Nerello Mascalese e diverse altre varietà antiche di uve nere originarie e importate attraverso gli scambi commerciali dell’Ottocento fra le contee vescovili del Mediterraneo.

Questo vino rosso rappresenta il cru dell’azienda, nella sua autentica unicità di vigna mista ma anche nel suo legame così radicato (mai termine avrebbe potuto essere più appropriato per una vigna del genere) nella storia. Vigne di 125 anni, non solo alberelli ma monumenti che mi ricordano le parole di Hermann Hesse in “La Natura ci parla”: “E ogni contadinello sa che il legno più duro e prezioso ha gli anelli più stretti, che sulla cima delle montagne, nel pericolo incessante, crescono i tronchi più indistruttibili, più robusti, più perfetti. Gli alberi sono santuari.

Il secondo artigiano del vino è invece Nicola Oteri, da Messina, che arriva sull’Etna, che frequentava da bambino (imparando a sciare sulle piste di Piano Provenzano), per autentica passione verso questo posto unico, passione che lo ha portato ad acquistare nel 2014 una vigna quasi abbandonata.

La sua azienda agricola Nuzzella si trova sul versante orientale dell’Etna, a un’altitudine di circa 500 metri, al confine tra i paesi di Piedimonte Etneo e Linguaglossa. Lì, in una lingua di terreno cui i contadini diedero il nome di “Terremorte”, a ricordare le terre sommerse dal fiume lavico, si possono chiaramente distinguere le “terre bianche”, rocce sedimentarie solcate da incisioni torrentizie non coperte dalla lava, e le “terre nere”, risultato di colate laviche susseguitesi nel tempo.

Nicola gestisce poco più di due ettari, suddivisi in Contrada Selmo, a Piedimonte Etneo e in contrada Pontale Palino a Solicchiata, con una produzione annua di 10.000/12.000 bottiglie. In questa esperienza sull’Etna Nicola è affiancato in vigna da due signori del mondo dei vini naturali di Sicilia, Vincenzo Angileri (Viteadovest) in cantina e Giovanni Scarfone (Bonavita), due amici di esperienza con cui discutere e confrontarsi.

La filosofia produttiva ha infatti l’obiettivo di ridurre al minimo gli interventi in cantina e in vigna. Nicola dice che “fanno un’agricoltura biologica per convinzione e non per certificazione”, certificazione che peraltro possiedono. Utilizzano i feromoni per la confusione sessuale contro la tignola, trattano con zolfo e rame solo se necessario e mai a calendario; curano la vigna in modo diverso a seconda del vino da produrre. Per esempio, come già accennato, non sfogliano e non diradano la parte del vigneto di Nerello da cui producono lo spumante per non concentrare il colore mentre lo fanno nella parte da cui producono il rosso, cercando di raggiungere l’obiettivo opposto.

Quattro sono le etichette prodotte dall’azienda Nuzzella: Etman Etna Bianco (Carricante 90%, Catarratto 10%), da vigneti piantati 15 anni fa, prodotto con una macerazione sulle bucce di tre giorni. Gli altri vini nascono dalle altre vigne, 30 anni di età e sono tutti a base di Nerello Mascalese in purezza:l’Etna Rosso, Selman, un rosato, Scarinà (con fermentazione in botte con l’obiettivo di stabilizzare il colore) e un Blanc de Noir Etna Spumante Metodo Classico. Questa è la bottiglia da provare per rendersi conto del potenziale (a mio parere appassionante) anche delle bollicine sull’Etna; anche se alcuni sono scettici al riguardo, vorrei citare il responsabile di questo blog (e come potrei non farlo) che l’anno scorso parlando proprio dei Metodo classico dell’Etna scrisse: “sulla Muntagna incantata ogni miracolo è possibile…”

Nicola, parlando di questa sua idea mi ha detto: “Lo spumante è sempre stata la mia passione e si, davvero, è una follia ma …abbiamo impiantato altri 2000 metri di nerello per aumentarne un po’ la quantità e quindi contenere i costi (e questo ci fa capire quanto lui sia innamorato di questa idea folle). Il dosaggio zero, la produzione con lieviti indigeni, il lavoro in vigna differenziato, per evitare un eccesso di colore delle uve e quindi lavorare senza chiarifiche, fanno parte della costruzione e della realizzazione di un progetto di vino artigianale che ci entusiasma.”

E che Nicola abbia idee e coraggio è evidente anche dai due vini nel cassetto, che usciranno dopo l’estate,un rosso fuori DOC e, soprattutto, un macerato dell’Etna, da uve di Carricante e Catarratto.

Vorrei concludere aulicamente un articolo il cui viaggio era partito, in compagnia del Sommo Poeta, dal Mongibello e che ha attraversato la poesia agricola di Fabio e Nicola. Con un incosciente volo pindarico mi piacerebbe ricordare, collegando l’arabo giabal alla Sicilia, un poeta arabo dell’ XI secolo, siciliano di Noto, dall’ardito nome Abū Muḥammad ʿAbd al-Jabbār ibn Abī Bakr ibn Muḥammad ibn Ḥamdīs al-Azdī al-Ṣiqillī, o per gli amici semplicemente Ibn Hamdis. Per chiudere il cerchio fra poesie ed Etna, alcune opere di Hamdis furono messe in musica nel 2010 da un altro maestro dell’Etna, Franco Battiato nel progetto Diwan: L’essenza del reale.

Trovo quasi commovente che mille anni fa, un arabo di Sicilia scrivesse sul vino e lo facesse con tale poetico trasporto, in un componimento intitolato semplicemente Il vino:

“Vino di colore e odor di rosa, mescolato all’acqua

ti mostra stelle fra raggi di sole.

Con esso cacciai le cure dell’animo

con una bevuta il cui ardore serpeggia sottile

quasi inavvertibile.

L’argentea mia mano, stringendo il bicchiere,

ne ritrae le cinque dita dorate”.

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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Alfonso Stefanio Gurrera
Alfonso Stefanio Gurrera
5 mesi fa

Bell’articolo, ineccepibile. Solo un piccolissimo, insignificante errore, quasi sicuramente di battuta. /la “i e la u della tastiera, sono adiacenti”, Che modifica la parola-verbo dialettale “furriare” “girare attorno”,in firriare ( tutto questo firriare per le contrade dell’Etna”).

Un articolo che mi fa riflettere se sia il caso di dimettermi da questo blog visto che c’è qualcuno più bravo di me, a raccontare i “tesori” dell’Etna.

Tendenza

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