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Enovarie

Chardonnay di Sicilia

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Alfonso Stefano Gurrera ci propone una serie di Chardonnay di Trinacria

Questa è la storia di uno di noi, nato per caso, non in via Gluck ma nelle vicinanze di un vigneto ubicato nel cuore caldo della Sicilia. Storia di un giovane predestinato giornalista eno-gastronomico, emigrato in Sicilia quando correva, per l’enologia siciliana, il favoloso decennio degli “Anni ’80”.

È una storia umana che si lega al passato di un vitigno francese, anch’esso emigrato “a forza” nella più solare delle isole mediterranee: la Sicilia. Generoso e forte, questo vitigno ha saputo bene integrarsi con i mille ambienti dai quali, qui, viene prodotto. La sua notorietà è universalmente riconosciuta. È figlio di un Pinot Nero e di “una” Gouais, quest’ultima originaria della Dalmazia, che qui venne importata dai romani dalla frazione del Maconnais famosa per la coltivazione dei cardi. In Sicilia la sua storia inizia, anch’essa felice, negli anni ’80.

È lo Chardonnay, il principe dei vitigni bianchi, la cui poliedricità è anche pari alla sua notorietà. Perché lo Chardonnay risponde favorevolmente alla più alta gamma delle tecniche di vinificazione e degli stili di ogni varietale. La sua fermentazione malolattica, in particolare, gli dona ricche caratteristiche di morbide creme e profumi burrosi.

È là che ne rivendica il titolo di Caput mundi dei “chardonniani.”  Si appiglia, invocandone l’esistenza, vicino ad Uchizy, di un villaggio nel Maconnais riconosciuta col nome di Chardonnay, “cardoniacus in latino”, così chiamata per la sua qualità dei cardi. E da cui questo vitigno ha preso il nome. Ma forse lì, anziché la nascita, gli si può riconoscere il battesimo perché la vera remota origine secondo gli ampelografi, è la Dalmazia, da cui fu importato grazie alle legioni romane guidate da Probo. È lui l’imperatore di origine illiria alla quale va soprattutto il merito non solo di aver importato queste barbatelle, ma di aver ricostituito la viticultura francese dopo l’editto di Domiziano.

Alcune scoperte di fine secolo della biologia molecolare hanno in quest’ultimi anni riscritto l’origine dello Chardonnay e di altri vitigni famosi, vedi il Riesling renano, il Traminer o il Cabernet Sauvignon. Attraverso l’analisi dei marcatori micro satellitari del DNA nucleare è stato possibile risalire ai genitori di questa varietà che per lo Chardonnay in particolare sono stati identificati nel Pinot nero e nel Gouais bianco. Fratelli dello Chardonnay sarebbero altri vitigni, poco riconosciuti per la verità, presenti da molto tempo in Borgogna quali l’Aligoté, L’Auxerrois, il Melon.

Lo Chardonnay ha fatto la fortuna anche dei costruttori di botti. Perché è così ben allineato con il gusto di rovere attraverso la fermentazione e la maturazione in barrique, che molto spesso i consumatori confondono il gusto del rovere col bouquet tipico del vitigno. Che invece si caratterizza col suo corpo pieno, ricco nel frutto, moderatamente alcolico, con un’acidità che, se ben gestita in vigna lo rende insuperabile per equilibrio e freschezza. I gusti caratteristici dei climi freddi, come nello Chablis e nella Mosella, vanno verso la mela verde, gli agrumi e note di limone, un carattere spiccato e un’alta acidità.

Lo Chardonnay coltivato in particolari condizioni, come in Sicilia, produce gusti ed aromi che tendono verso note di frutti tropicali come ananas e mango oppure mela matura, pera e pesca. Forse nessun altro vitigno ad eccezione del Cabernet Sauvignon, ha incontrato successo fuori dalla sua zona di origine quanto questo Chardonnay.

Ma quando è nato l’amore siciliano per lo Chardonnay? I pionieri sono stati, negli anni ’80 le aziende dei Tasca d’Almerita e i Cuccurullo della Masseria del Feudo nell’agro nisseno.

Sulla storia dello Chardonnay, Borgogna e Sicilia si dividono due storie parallele ma opposte. La prima parte da una gelata. La seconda da un incendio, ma fu un danno che generò un miracolo. Perché la ricostruzione implico studi e ricerche per stabilire quali vitigni si sarebbero adeguati a tali territori. L’esito stabilì che tali terreni si sarebbe rivelati i più adatti solo per il Merlot e lo Chardonnay. E così si fece. E lì infatti, con le buone escursioni termiche, emerse chiara sia la vocazione generosa del vitigno a bacca bianca, sia la prerogativa di adattarsi non solo in quel specifico luogo, ma quasi dappertutto.

Così, oggi, possiamo scorgere che quasi ogni provincia ha i suoi Chardonnay. Farne una mappa completa risulterebbe impossibile in poche righe. Altre parole le lasciamo volentieri ai vini di esprimersi come meglio di noi sanno fare. E assistiti da Simona Cacopardo, bravissima collega sommelier, cerchiamo di carpire tutto quanto di meglio questi vini sappiano esternare.

La prima bottiglia è il “Laudari” dell’Azienda “Baglio del Cristo di Campobello”. L’allevamento di questo Chardonnay avviene in cordone speronato libero e appena maturo viene sottoposto a una vinificatura con diraspatura-pigiatura e macerazione a 8/10°. Decanta per sedimento per poi riposare 3/4 mesi sulle fecce e altri 12 in bottiglia. 13,5% la sua gradazione. Al naso si presenta fresco e grazie al suo gusto delicato si rende ideale anche come aperitivo. La sua morte sta negli abbinamenti a base di pesce, verdure di stagione e carni bianche.

La seconda bottiglia è lo “Jalé” dell’azienda Cusumano: annata 2010. Qui la vinificazione è stata “a freddo” e la chiarificazione statica a cui ha fatto seguito il passaggio della fermentazione per sei mesi in barrique di rovere e altrettanti in bottiglia. E così in bocca è tutta una passerella di profumi di ananas e frutta tropicale dopo sfoggiato, per la gioia degli occhi, un elegante abito giallo paglierino con sfumature tendenti al dorato.

Terza bottiglia: un bel crescendo. È il “Grand Cru” dell’Azienda Rapitalà.  Anche questo uno Chardonnay in purezza, e 14% la sua gradazione.  La raccolta delle uve avviene dopo una rigorosa attenzione sull’esatta maturazione. Il fine è poter usufruire una spiccata personalità e soprattutto un raffinato parco aromatico di intensi profumi floreali e fruttati. Dopo la goduria di un colore che vira più sull’oro che sul giallo limone. Il suo miglior abbinamento? Col fois gras!!!

Quarta bottiglia? Un “Dulcis in fundo”! lo “Chardonnay Vigna San Francesco” dell’Azienda Tasca D’Almerita. Qui, fermentazione e affinamento durano 15 giorni in botti di rovere mantenuti alla temperatura di 18°. Così alla vista si presenta con un bel color giallo dorato dai riflessi verdognoli e profumi avvolgenti quali note di nocciola e burro cacao, sfondo agrumato che sa di floreale e minerale insieme. Un vino capace di sostenere un pasto, completo e perfetto, in abbinamento a pesce e verdure.

Meglio di così…si muore!

Alfonso Stefano Gurrera

n.b.

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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Andrea Guerrini
Andrea Guerrini
1 mese fa

Molto interessante la parte ampelografica. Per il resto, ad maiora.

Alfonso Stefanio Gurrera
Alfonso Stefanio Gurrera
1 mese fa

Grazie per l’apprezzamento , ma per l’augurio (ad maiora) non a riesco a stabilire a quale campo sia attribuito…

Andrea Guerrini
Andrea Guerrini
1 mese fa

Ad meliora vina. Questi, perdoni la spocchia, sono la quintessenza dall’ordinario

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