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Enoriflessioni

Vino Nobile, anche se ora ti chiamerai Pieve, la differenza con Montalcino resterà tutt’altro che lieve…

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A Montepulciano una trovata più cervellotica che culturale

I toscani, lo sappiamo bene, sono ricchi di fantasia, sono estrosi, esuberanti, immaginifici, e lo dimostrano anche nel campo del vino.

Negli anni Ottanta, per dimostrare al mondo che non erano villici ma aperti al nuovo, hanno lascito invadere il mondo del Chianti classico (dove domina la più grande uva toscana, Messer Sangiovese) dai cosiddetti “vitigni migliorativi” (leggi Cabernet, Merlot, Syrah, più tardi avrebbero scoperto anche il Petit Verdot ed il Cabernet franc).  

Poi si sono inventati, per far vedere che loro erano internazionali, cosmopoliti, aperti, quella cosa assurda, oggi passata di moda, chiamata Super Tuscan. Vini nati in territorio toscano ma con spirito e caratteristiche tra il francese, l’australiano ed il californiano. E talvolta con sfumature tendenti al bischero.

Così fantasiosi i discendenti di Dante Alighieri, Giotto e Ardengo Soffici, che ad un certo punto, diciamo verso metà anni Ottanta, volevano così de-toscanizzarsi e mostrarsi cosmopoliti da avere avuto la tentazione (qualcuno e anche noto e blasonato e di sangue blu non l’ha solo pensato, l’ha fatto) di Super tuscanizzare il Brunello di Montalcino ed il Rosso di Montalcino, inserendo accanto a quel vitigno così noioso e tosco come il Sangiovese un po’ di uve franciose. E altro. Le cose si sa come sia andate, le vicende di Brunellopoli, la figura di palta fatta da aziende blasonate (e care alle guide, a Wine Spectator, Robert Parker, ecc) è sotto gli occhi di tutti. Come la clamorosa marcia indietro che hanno dovuto fare.

Ma i toscani, avete presente quel “simpatico” tipo di Rignano?, sono irrequieti, amano i cambiamenti (tranne che al governo della Regione Toscana, che controllano, ultimo baluardo dello stalinismo, ma in terra italiana, dal sanguinoso dopoguerra) e se ne inventano sempre una.

Di recente, come ho scritto, invece di ammettere il clamoroso flop della denominazione Morellino di Scansano (molti più ettari vitati del necessario e una produzione non assorbita dai vari mercati, tanto che i prezzi di molti vini, soprattutto nella GDO, sono risibili…), i maremmani hanno pensato bene di aggiungere la dizione Toscana a Morellino di Scansano, dovendo obtorto collo ammettere che Toscana comunica molto più della loro denominazione.

Oggi invece analoghi “fenomeni” di creatività tosca li troviamo nell’ambito della denominazione, una Docg, la prima in Italia secondo FederDoc, Vino Nobile di Montepulciano, relativa al vino prodotto nel territorio dello splendido borgo collinare in provincia di Siena che ha dato i natali ad Agnolo Ambrogini detto Poliziano, considerato tra i maggiori poeti italiani del XV secolo.

Una denominazione che non si deve essere sentita molto riconoscibile se due anni fa la Giunta Regionale toscana ha fatto richiesta di aggiungere la parola Toscana a Vino Nobile di Montepulciano al nome della Docg, “al fine di offrire “maggiore tutela e più chiarezza per il mercato”.

A Montepulciano la vicinanza con Montalcino è sempre andata molto stretta e salvo rarissime eccezioni, i vini di Montepulciano (che solo gli imbecilli possono pensare abbiano a che fare con il nobile vitigno abruzzese) che possono in qualche modo concorrere e pareggiare prezzo, nobilitate, lignaggio, quotazioni e notorietà internazionale del Brunello, si contano a malapena alle dita di una mano.

Se Montalcino può schierare calibri come Biondi Santi, Lisini, Salvioni, Col d’Orcia, Fuligni, Poggione, Gorelli, Case Basse, per citare solo i primi che mi vengono in mente (in verità anche vini più scarsi, mi vengono in mente ad esempio quelli prodotti da un fratello e una sorella) i vini veramente importanti, in grado di durare nel tempo, e avere la notorietà dei cugini ilcinesi a Montepulciano si limitano a Dei, Contucci, Boscarelli, Crociani, Valdipiatta, gli Avignonesi d’antan. Non me ne vengono seriamente in mente altri.

Loro, i poliziani, mentre i più illuminati a Montalcino alla fine hanno difeso coll’unghie e co’ denti la sacralità del Brunello (e del Rosso) prodotti esclusivamente con uva Sangiovese del territorio ilcinese, hanno dato vita ad una piattaforma ampelografica multicolore (antesignani del decreto Zan?) che accanto al Sangiovese, denominato a Montepulciano “Prugnolo Gentile”, per un minimo del 70% prevede possano esserci fino ad un massimo del 30% i vitigni complementari a bacca rossa idonei alla coltivazione nella Regione Toscana, purché i vitigni a bacca bianca non superino il 5%.”.

Una scelta che non ha pagato in termine di identità dei vini, di qualità intrinseca e inoltre Montepulciano negli anni Novanta, poiché acquistare lì costava molto meno che a Montalcino e c’erano più ettari disponibili, è stata terra di conquista di vari industriali del vino, Ruffino, La Braccesca Antinori, Fassati Fazi Battaglia, Carpineto, o di proprietà con interessi esterni, (ci mancavano solo i Braccobaldi e poi eravamo a posto…) e tutto questo non ha giovato.

Non contenti, buona parte dei produttori poliziani non si sono limitati a produrre Vino Nobile e Rosso di Montepulciano ma hanno prodotto Super Tuscan e vini recante la denominazione Cortona (in larga parte Syrah), alla faccia dell’identità enoica e territoriale.

Tutto questo non ha assolutamente pagato, in termini d’immagine, di prestigio, di penetrazione sul mercato. È inutile che al Consorzio oggi, per favore un po’ i pavini sbandierino “un incremento del 45% delle vendite nei primi 4 mesi del 2021”, anche i gatti stanno vendendo meglio nei primi mesi di quest’anno rispetto all’andamento 2020 nel pieno del Covid-19.

Il Vino Nobile non ha un briciolo del successo, dell’immagine, del prestigio, dell’autorevolezza del Brunello di Montalcino. Il tutto in un territorio splendido, caro a turisti di tutto il mondo, dove nasce, a Pienza, un Pecorino da urlo.

E loro, i poliziani, cosa s’inventano per provare a colmare il gap?

Come ha raccontato di recente il bravo collega Roberto Fiori, credo su Repubblica, “sulle etichette del Vino Nobile di Montepulciano 2020 arriveranno i cru. Ma visto che siamo nell’antica terra toscana, si chiameranno Pieve e strizzeranno l’occhio alle unità geografiche in cui era suddiviso il territorio già all’epoca tardo romana e longobarda. Più che una novità, è una riscoperta. L’obiettivo – dicono i produttori – non è quello di seguire la moda ed esaltare solo il concetto di terroir, ma di far emergere in bottiglia la cultura di una tradizione millenaria, riappropriandoci di un’identità che ha 13 secoli di storia ma che negli ultimi 40 anni era stata un po’ dimenticata”.

La brillante pensata, espressa anche sul sito Internet consortile, va a modificare l’attuale disciplinare di produzione che, oltre al Rosso di Montepulciano, “prevede due sole tipologie: il Vino Nobile di Montepulciano e la Riserva. Il Nobile con la menzione Pieve in etichetta sarà la terza via (e qui comincio a tremare e sentire aria di decreto Zan e prudenzialmente mi siedo) e alzerà ulteriormente l’asticella qualitativa, grazie a un disciplinare più rigido che prevede un periodo di invecchiamento minimo di 36 mesi (12 in più di quello attuale) e altri parametri analitici molto selettivi”.

Secondo gli intellettuali del Consorzio l’intento è quello di “ridare lustro a un’idea di fare vino che sulle nostre colline c’è sempre stata, utilizzando le tecnologie moderne, per riproporre quel Nobile che nel XVI e XVII secolo era il vino più importante servito alle corti europee”, il vicepresidente del Consorzio Luca Tiberini asserisce che “con questa nuova tipologia intendiamo ridare lustro a un’idea di fare vino che sulle nostre colline c’è sempre stata, utilizzando le tecnologie moderne per riproporre quel Nobile che nel XVI e XVII secolo era il vino più importante servito alle corti europee».

Sappiamo benissimo e l’attento lavoro anche con la collaborazione con l’ottimo Alessandro Masnaghetti, alias Enogea, non ha fatto che attestarlo scientificamente, che “lo studio storico della geologia e della geografia del territorio ha portato alla individuazione di 12 zone” e che queste vorrebbero essere messe in risalto con la menzione Pieve.

Tutto bello, colto, raffinato, roba da intellettuali, “La scelta di utilizzare i toponimi territoriali riferibili a quelli delle antiche Pievi in cui era suddiviso il territorio poliziano già dall’epoca tardo romana e longobarda, nasce da un approfondimento di tipo storico, paesaggistico e produttivo vitivinicolo “, ma è solo un’operazione nominale, non sostanziale.

Loro assicurano che “la volontà è quella di ribadire e codificare una realtà fisica con antica radice storica, che ha caratterizzato il territorio fino all’epoca moderna. Ecco allora riaffiorare nomi come Cervognano, Caggiole, Cerliana, Valiano e San Biagio, che potremo vedere già sulle etichette del Nobile annata 2020”, ma per favore, non prendiamoci in giro, tutto questo cambio di targhetta al prodotto cambierà e migliorerà il prodotto Vino Nobile di Montepulciano, aiuterà a riconoscerlo, sceglierlo, venderlo meglio?

Per quanto i personaggi del Consorzio facciano poesia assicurandoci che “sarà un vino capace di legare il passato dell’enologia locale con il presente e il futuro, guardando al consumo internazionale. Un vino che avrà come caratteristiche il territorio e l’uvaggio, che sarà legato al Sangiovese e ai soli vitigni autoctoni complementari ammessi dal disciplinare con uve esclusivamente prodotte dall’azienda imbottigliatrice”, non ho alcuna certezza che tirare fuori dal cappello del mago la novella tipologia Pieve aiuterà a vendere meglio, a promuovere, qualificare, far apparire come più appealing e prestigiosi i 5,6 milioni di bottiglie di Vino Nobile e i circa 2,5 milioni di Rosso di Montepulciano.

Ho seri dubbi, anzi certezze in merito: caro Montepulciano Vino Nobile, anche se ora ti chiamerai Pieve, la differenza con Montalcino resterà tutt’altro che lieve…

n.b.

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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Marcello Sensi
Marcello Sensi
6 mesi fa

Beh, caro Franco, evidentemente la “trovata” di aggiungere la menzione Pieve e’un maldestro tentativo di nobilitare questo Nobile decaduto per cercare di colmare il divario con Montalcino. In realta’ sappiamo bene che l’indiscussa superiorita’ di Mons Ilcinus nasce da fattori pedologici e climatici che Montepulciano non ha e non avra’ mai: una maggiore vicinanza al mare, ridotta piovosita’ grazie alla presenza dell’Amiata, terreni piu’ compositi e variegati ( quelli di Montepulciano sono di natura eminentemente sabbiosa ) e – last but not least – il valore aggiunto del sangiovese grosso che ha una buccia decisamente piu’ spessa rispetto ad altre qualita’ di uva a bacca rossa. Insomma, per dirla alla romana: de che stamo e parla’ ???!!!

Marcello Sensi
Marcello Sensi
6 mesi fa

E ancora, a proposito di Giulio Salvioni da lei giustamente citato ( per me il vero dominus di Montalcino, anche se non ha l’appeal del doppio cognome… ) devo dire che nei giorni scorsi ho avuto il privilegio di stappare un sontuoso brunello 2006. Credetemi, e’ qualcosa da sindrome di Stendhal… E non dobbiamo dimenticare che il Giulio e’ altresi’ solito produrre quello che – probabilmente – e’ il miglior rosso di Montalcino, vero e proprio brunello in fieri.

Lino C.
Lino C.
6 mesi fa

Ci prendi sempre, perfetta sintesi con la canzone di Carosone.

Picotendro
Picotendro
6 mesi fa

Ottimo articolo, complimenti signor Ziliani. Dal mio punto di vista, per provare a sfidare seriamente i più blasonati cugini ilcinesi, nella terra di Poliziano avrebbero dovuto fare solo una cosa: aggiornare il disciplinare in un modo semplicissimo, ammettendo esclusivamente uve sangiovese (prugnolo gentile) 100%.

Damiano
Damiano
6 mesi fa

Bah… già nei proclami mi sembra candidamente solo un’operazione di riscoperta/assegnazione di un nome.
In concreto, in bottiglia cosa ci sarà di nuovo? Se non capisco male un anno in più di invecchiamento e “altri parametri analitici molto selettivi” (quali?).
Sono d’accordo con Picotendro, aggiornare il disciplinare Sangio only non tanto per la disfida con i cuGGini (che magari perdi perchè appunto le caratteristiche del territorio non te lo consentono) ma quanto per offrire un ottimo prodotto diverso ed alternativo senza le uve di ricamo.
Fai il tuo, bene, al meglio che puoi senza guardare al vicino, se no diventa la storia che basta una bollicina prodotta nell’aiuola verde triangolare al casello autostradale per fare un competitor dello Champagne.

marco
marco
6 mesi fa

Be’ la creazione delle MGA ha portato notevole valore al Barolo ed al Barbaresco, pur in presenza di un disciplinare immutato (sono poi i produttori a valorizzare i cru con la scelta del vino da imbottigliare). Ciò detto, l’eliminazione dei vitigni internazionali per tornare alla situazione originaria (che però non credo fosse mai stata 100% sangiovese come per il brunello) ed una riduzione delle rese porterebbe nel medio lungo termini sicuri benefici. Non sono cose contraddittorie.

Samuele Zingoni
Samuele Zingoni
6 mesi fa

Ciao Franco,
Io sono Toscano e ti dico che hai ragione da vendere. Qui i produttori hanno un solo obiettivo, piacere agli americani perché sono il mercato più ricco. Peccato che però sono anche degli enoignoranti patentati ed i vini che piacciono a loro di solito noi li scartiamo senza nemmeno assaggiarli. Risultato fanno molti vini banali snaturato il prodotto tradizionale. Se tu vai a dire in Borgogna di aggiungere sangiovese al loro superbo pinot noir secondo te cosa ti direbbero? Lascio a te la risposta che so già. Montalcino funziona per due motivi 1 hanno ottimo territorio 2 seguono la tradizione che altri hanno rinnegato per un pugno di dollari in più.

Marcello Sensi
Marcello Sensi
6 mesi fa

A proposito della miopia e del provincialismo del produttori locali, colgo l’occasione per dare un ulteriore contributo al dibattito. La scorsa estate ebbi il piacere di trascorrere una settimana in questa meravigliosa localita’. Dovete sapere che alla Fortezza di Montepulciano e’ possibile degustare un’ampia gamma di vino locali. Ebbene, tutte le migliori bottiglie ( peraltro in bella mostra nei dispenser ) erano puntualmente e irrimediabilmente chiuse. Il malcapitato ragazzo addetto alle consegna delle tessere magnetiche mi disse, con grande imbarazzo, che aveva ricevuto l’ ordine tassativo di non aprirle… E considerate che si tratta di bottiglie che raramente superano i 50 euro, bazzecole se rapportate ai migliori Brunello. Ecco, credo che cio’ sia emblematico del dilettantismo e del braccino corto di certa gente. Ut sementem feceris, ita metes…

Damiano
Damiano
6 mesi fa
Reply to  Marcello Sensi

Roba da non credere.
E perché mai non avrebbe dovuto aprirle?
Non è una domanda retorica né sto (stranamente) facendo del sarcasmo.
Azzardo… perché una volta aperte avevano paura che rimanessero lì?
Che Bacco abbia pietà di loro.

Diego Riva
Diego Riva
6 mesi fa

Sono stato proprio questo Week End a Montepulciano e abbiamo visitato qualche cantina: su tutte, Contucci e Fanetti (di cui segnalo anche l’olio d’oliva ECCEZIONALE) ed a seguire Talosa e Fattoria Del Cerro. Secondo il mio modesto parere (da nuovo appassionato e non certo da esperto in materia) e da quello che ci han detto nelle cantine, da una parte rosic…ehm… sono un pò invidiosi dei cugini ilcinesi, dall’altra sono sottovalutati. E le due cose sono strettamente legate.

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