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Trinacria news

Due donne: quattro vini mille emozioni: Gaetana Jacono e Arianna Occhipinti

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Cronache enoiche siciliane di Alfonso Stefano Gurrera

Alfonso Stefano Gurrera, raffinato scrittore di vino catanese, oggi ci parla di due importanti donne del vino siciliane, Gaetana Jacono e Arianna Occhipinti. Buona lettura.

Il vino ci ricorda efficacemente che i pensieri possono essere connessi dall’associazione di idee, oltre che dalla logica, o almeno questo ci sembra aver percepito dopo aver ascoltato alcune delle tante storie vissute, e raccontateci, da due donne, Gaetana Jacono e Arianna Occhipinti. Che qualcuno ha battezzato “Le gemelle del Cerasuolo” e qualche altro “The Natural women”.

Entrambe, di certo, oggi sono titolari di due proprietà situate in quell’areale suggestivo del sudest siciliano che Elio Vittorini, descrisse, con un mirabile stile, nel suo romanzo incompiuto de Le città del mondo.  Un piccolo estratto: ”…qui in questi luoghi, della provincia di Ragusa, ho potuto ammirare quanto questi piccoli ma attraenti paesi tra i più affascinanti che abbia mai visto, rendano amabile questa Sicilia (e le donne che la abitano, aggiungo io), grazie alle suggestioni delle loro tradizioni, del suo Barocco abbagliante, dell’aria dei monti che la circondano, tra le quinte di un cielo che sembra sereno anche quando piove a dirotto e delle campagne coperte di vigneti che dall’alto appaiono come uno spartito musicale. Tanto sono dritti e ordinati quei filari che fanno di questa zona un Patrimonio dell’Unesco”.

E affascina tutto ciò che non viene rivelato aiutando la comprensione di quel vino qui prodotto, grazie a quei “paesaggi sensoriali e mentali” rigogliosi di palmenti, di oliveti secolari, dispersi fra una preziosa diversità di flora e fauna e sontuosi elementi architettonici in stile barocco, bagli in pietra lavica, che riflettono i raggi solari, donando grande suggestione all’intero paesaggio circostante, che dischiudono quadri di opere colte e ricercate e  proustiane di una “…ricerca di un tempo perduto” da cui, nel gusto ritrovato, si esalano non sentori di vini, ma  “profumi di madeleine che fanno ritornare ricordi e immagini di una vita” eche, per Proust, sembravano, come il tempo, persi. 

Ma mettendo da parte le pur colte citazioni, ecco che possiamo affermare che l’Azienda Valle dell’Acate” (assieme all’”Az. Arianna Occhipinti”), è una delle cantine più importanti e emblematiche del ragusano. E ci è piaciuto ritornarci dopo aver descritto, qualche tempo fa, e con dovizia sia di particolari che di profumi intensi, quell’altisonante etichetta che riconosciamo nel cerasuolo “Floramundi” di Donnafugata.

Oggi quei cru firmati (“dei primi sette vini che produce col progetto “7 Terre per 7 vini”) Gaetana Jacono, richiama tutti i colori di quella sua benedetta terra. Ed è un po’ la forza visionaria di questa simbologia, che meglio di qualsiasi altra metafora esprime lo spirito con cui è stato creato questo Cru. Dalle iridi, e dalle molteplici note del Nero d’Avola e del Frappato, sorge, infatti, un’aura fiammante: un vino che emoziona in modo autentico. Grazie all’alternarsi di Terra gialla e Terra bianca; da Terra nera a Terra nera-e-bianca; da Terra rossa a Terra rosso-arancio per concludersi con una Terra ocra”.

Valle dell’Acate si trova in contrada Bidini ad Acate, nel cuore di questo tripudio coloratissimo della Sicilia sud-orientale.  Da cui il Cerasuolo di Vittoria, scopriamo, sia anche l’unica Docg Siciliana. Frutto dell’unione tra l’elegante Nero d’Avola e il fragrante Frappato che ne fa una qualificata ed originalissima espressione. E il suo biglietto da visita porta un altisonante nome dantesco: “L’Iri da Iri” che vuol dire “da punto a punto”, i cui vigneti più qualitativi si adagiano su quella terra rosso-arancio dell’Altopiano di Bidine Soprano.

E, come afferma Gaetana Jacono, “la creazione di un Cru deve essere celebrata attraverso un nome non solo distintivo, ma unico: in grado, cioè di raccontare una storia e di sovvertire le regole”. All’origine di quel nome scorgiamo infatti che c’è un passo “dantesco” di straordinaria bellezza, in cui si descrive come due iridi si riflettano l’una con l’altra, creando un terzo cerchio di fuoco: …parvermi tre giri/ di tre colori e d’una contenenza;/ e l’un da l’altro come iri da iri/ parea reflesso, e ‘il terzo parea foco/ che quinci e quindi igualmente si spiri (…).

Bèh, che un vino “paradisiaco” finisca… nell’inferno, seppur dantesco, ci spiazza e ci lascia perplessi. Ma poco importa se, per l’autrice, invece questo “Iri da Iri “appare un nome perfetto. Che racchiude in sé non solo un suono ma ampie immagini adeguate. Tanto da rendere perfetto anche il suo nome. Un nome memorabile, quasi palindromico. Che colpisce: “Quasi come un canto, che racchiude al tempo stesso in sé un suono e un’immagine”. E profumi e sapori ben equilibrati, in certi tratti evoluti verso toni balsamici di agrumeggiante vaniglia la cui sua fragranza-dolcezza finisce per risultare un gratuito omaggio della gran maturità di quel frutto compositivo, che richiama prugne appassite da un sole autorevole forse ha passito nei suoi toni più rigonfi fino a renderlo più commovente che autorevole.

E con sensazioni un po’ diverse dai vini di Gaetana Jacona notiamo che Arianna Occhipinti usa il linguaggio della degustazione, ispirandosi ai dettami di Goethe (uno dei più grandi letterati tedeschi e “l’ultimo uomo universale a camminare sulla terra”).

E lo fa per presentare il suo sito, ma soprattutto la sua filosofia del vinificare, una norma di vita che così esplicita: “La materia non è nulla e” – come Goethe insegna -, quel che conta è il gesto che l’ha fatta”. E il primo gesto che ho imparato facendo vino – continua Arianna Occhipinti- è stato accettare la diversità dei suoli, della loro inclinazione del terreno, della loro altitudine, e dell’originalità che ogni vigneto esplicita.   

“Noi, come afferma Saint-Exupéry – esplicita Arianna – non ereditiamo la terra dai nostri avi, ma ce la facciamo prestare dai nostri figli.  E amo usare questa frase – aggiunge Arianna -, tanto d’averne fatto quel motto che mi ha sempre guidata nella mia attività di produttrice. Partendo però, sempre dall’idea che la terra sia solo un dono. Per cui sento il dovere di lasciarla, a chi verrà dopo di me, sana, curata, e con la sua pelle ancora rivestita da quei sentimenti d’amore con cui l’ho ammantata. E mi piace citare questa frase perché si lega a quello che sono io, al mio modo di lavorare, e nello stesso tempo mi lancia verso il futuro”.

Accettare infine, “vuol dire rispettare sia la terra che il suo equilibrio, ma anche rispettare la vigna con i suoi gesti sapienti di una agricoltura sensibile, rispettare la fermentazione grazie all’uso di lieviti indigeni e infine rispettare il vino come se fosse una persona. Una persona che si porta dietro un mondo, una storia, un’atmosfera. E sa della terra da cui nasce. Il vino che mi piace fare non è semplicemente un vino biologico. È un vino naturale come penso di essere io. Che nasce dalla mia sensibilità per le cose vere e dai miei gesti, le mie attenzioni d’amore. Un vino che, nelle sue armonie e asperità, riflette corpo e anima di una terra dove siamo nati io e lei. Per questo – conclude Arianna – sono convinta che il vino naturale, oltre a un vino buono, sia anche un vino molto umano”.

Il Frappato è il vino per eccellenza del catalogo di Arianna Occhipinti. Siamo a Vittoria, a Sud dei Monti Iblei e a circa 10 km dal mare; è qui che nasce una “star” del vino naturale che ha seguito i dettami della “Triple A: “Agricoltori, Artigiani, Artisti”.

Tre parole molto semplici che Arianna ha saputo combinare, trasformando in un’eccellenza, le caratteristiche di un territorio. Ed è sempre Arianna ad affermare che “l’approccio naturale non è uno scopo ma è il mezzo, l’unico mezzo per produrre un vino di territorio”. Una ragazza molto intelligente, con la passione per il vino fatto come si faceva una volta, che ha saputo conquistarsi passo dopo passo la fiducia del grande pubblico facendo riscoprire le peculiarità della sua terra, senza turbarla o modificarla nel suo aspetto d’origine.

Di certo, -possiamo affermare – che il Frappato di Arianna Occhipinti è un sogno che si realizza con la più perfetta trasposizione nel vino di ciò che Arianna pensa, di ciò che crede, di ciò che Lei vuole.

È un vino a volte difficile, a volte sanguigno, spesso duro e burbero, ma sempre, ma comunque, con un’affasciante eleganza.

Affina per quattordici mesi in botti di rovere di Slavonia e due mesi in bottiglia, senza esser mai filtrato. Al palato è carnoso, succoso, solare ma con fresco un piacevolissimo finale minerale dove qua e là si esalano sentori di fiori, erbe aromatiche e tabacco.

Se il Frappato è il vino delle tre “A”, il suo l’IP68 Rosso (il blend a base di Frappato e Nero d’Avola, vinificato e affinato nelle tradizionali vasche di cemento) è il vino delle tre “V”: Vittoria, (la città) Vino e Vigna.

Tre “V” per tre ambiti che esprimono rigogliosi palmenti, sugheri e ulivi secolari, una preziosa biodiversità di flora e fauna, sontuosi elementi architettonici in stile barocco, bagli in pietra bianca, che riflettono raggi solari donando grande suggestione all’intero paesaggio circostante, da rendere questo angolo di territorio ibleo la sintesi delle mille bellezze siciliane.

Se questo si rende così generoso alla vista, non di meno fa per i sensi della degustazione. Perché al palato sprigiona subito note territoriali di bacche, humus e spezie scure, piacevolmente selvatiche. Presentando morbido e fresco, ma con una lunga e significativa persistenza. Frutto di una artigianale lavorazione che sfocia in una vigorosa sequenza aromatica di mirto, rosa rossa, pepe e tabacco. Al palato è intenso e coinvolgente, di squisita immediatezza e lunga persistenza. Con profumi eleganti e ventagli di sentori fruttati e floreali. Con note di iris, rosa rossa, ribes, prugna, pepe rosa, mirto e tabacco dolce. Al palato il gusto si fa pieno e coinvolgente, grazie ad una cospicua dote di perfetta acidità e di elegante persistenza.

n.b.

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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Robi
Robi
1 mese fa

“L’Iri da Iri”, più che un sapore dantesco, sa di Partecipazioni Statali

Tendenza

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