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Trinacria news

Chiamatemi come volete, ma io sono il Nerello Cappuccio!

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Cronache dall’Etna di Renato Gangemi

L’amico Renato Gangemi, sommelier AIS e titolare dell’enoteca Vin-canto di Zaffarana Etnea, che raccomando a tutti coloro che amano come me i vini della Muntagna e non hanno la possibilità di procurarseli là dove vivono, oggi ci parla dell’altra espressione del Nerello sull’Etna. Non il Nerello Mascalese, bensì il Cappuccio. Buona lettura!

Il Suo nome è Cappuccio, Nerello Cappuccio; è uno dei più antichi vitigni coltivati sull’Etna ed è riconosciuto, soprattutto dai vecchi contadini, con svariati nomi: Cappuccio, Nerello Mantellato, Niuri o Nireddu Cappucciu, Mantiddatu Niuru, solo per citarne alcuni. In tutti i casi, comunque, sembra che il nome derivi dalla particolare conformazione della foglia, molto larga e che tende a coprire e proteggere il grappolo, come farebbero appunto un mantello o un cappuccio.

Non ci sono dati precisi sulle origini del Nerello Cappuccio, ma la presenza è già certa dalla metà dell’Ottocento, nei territori di Viagrande e Trecastagni.  Si coltiva in prevalenza sull’Etna, nel Messinese ed in Calabria, ma è sul nostro amato vulcano che si è perfettamente adattato e che concorre per almeno il 20% alla produzione dell’Etna Rosso Doc.

Il grappolo del Cappuccio è piccolo e compatto, con una forma che ricorda una pigna e si presenta con colore nero tendente al blu. Ricco di antociani, da questo vitigno si producono vini dal colore straordinario, a differenza del fratello maggiore Nerello Mascalese, dal colore ben più scarico ma più adatto a generare vini con buone potenzialità di invecchiamento. Le note delicate ed i sentori di frutta matura e vaniglia del Nerello Cappuccio ben si sposano con gli aromi di terra e spezie del Nerello Mascalese, arricchendo il bouquet dei vini etnei.

Le piante di Cappuccio si trovano spesso all’ interno delle vigne vecchie ad alberello del vulcano, quasi camuffate in mezzo a quelle ben più numerose di Nerello Mascalese. Le gemme sono leggermente arrotondate e la vegetazione abbondante. Lo sviluppo del Cappuccio è più lento rispetto al Mascalese ed il grado zuccherino è generalmente più basso.

Sull’Etna il vitigno è presente in tutti i versanti, con una maggiore concentrazione nel versante sud. Tendenzialmente meno considerato dai produttori più giovani, che lo declassano a fratello minore del Nerello Mascalese, è al contrario tenuto in grande considerazione da alcune cantine storiche, le quali non solo lo inseriscono in percentuale nei loro Etna rosso, ma lo vinificano anche in purezza.

Il Nerello Cappuccio della famiglia Benanti, ad esempio, proviene da una vigna sita a Santa Maria di Licodia, sul versante sud, in Contrada Cavaliere. Il versante è meno piovoso ma dalla grande luminosità: qui il sole arriva sin dalle prime luci dell’alba e riscalda i vigneti fino al tramonto. Terreno sabbioso vulcanico con buona presenza di scheletro, altitudine circa 900 metri sul livello del mare. La vigna ha circa 30 anni di vita, coltivata a spalliera. Il vino matura 12 mesi in acciaio, per poi passare l’affinamento in bottiglia per 6 mesi.

Rosso rubino al calice con leggere sfumature violacee. Delicato, con sentori erbacei e di frutta rossa, finale speziato. In bocca è secco, minerale, leggermente tannico. Buona acidità e persistenza. Le caratteristiche organolettiche di questo vino ne permettono l’abbinamento a carni rosse, formaggi stagionati, ma anche piatti elaborati di pesce. Piacevolissimo.

Altro capolavoro di Cappuccio 100% è “Laeneo”, prodotto da Silvia Maestrelli nella sua Tenuta di Fessina. Nonostante l’azienda abbia sede nel versante nord, la vigna di questo prezioso vino si trova anch’ essa nel versante sud, nel territorio di Biancavilla, in contrada Manzudda. Il vigneto, in prevalenza sabbioso, ha 50 anni di età ed è posto sui 900 metri di altitudine. L’affinamento del Laeneo prevede una permanenza di almeno 12 mesi in bottiglia.

Il vino si presenta al calice con un bel rosso rubino, con leggere sfumature lavanda, mentre al naso emergono le note vulcaniche/minerali, di frutta matura, di pepe bianco e di cannella. Piacevoli al palato i sentori di prugna e amarena ed il finale, speziato e sapido. Poco tannico, buona la persistenza. L’abbinamento con carni rosse e formaggi stagionati è perfetto.

Chiudiamo con il Nerello Cappuccio della Cantina Calabretta. Il vigneto si trova in contrada Calderara, territorio di Randazzo, in pieno versante nord, ad una altitudine di circa 750 metri. Terreno prepotentemente vulcanico e con notevole presenza di scheletro. L’ impianto è recente, circa dieci anni di età, a piede franco. L’affinamento prevede un passaggio in barrique, per addomesticare la spigolosità del tannino del nord.

Colore rosso rubino tendente al granato. Fruttato, speziato ed etereo al naso, in bocca ha un’ampia apertura minerale ed una gradevole chiusura speziata. Elegante, tannico e persistente. Abbinabile a carni rosse, formaggi stagionati e primi piatti a base di ragù.

La varietà ampelografica etnea è un patrimonio da preservare, resistendo a qualsiasi moda o consuetudine. La personalità gentile, misteriosa, sfuggente e celata del Nerello Cappuccio rende quest’uva unica ed in grado di offrire un gusto del vulcano assolutamente incomparabile, di rara finezza e tipicità, come si dimostra dalle diverse proposte che lo valorizzano in purezza. Il mantello del Cappuccio aspetta solo di essere sollevato, per rivelare i suoi segreti.

Renato Gangemi

n.b.

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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Gerardo Trabucchi
Gerardo Trabucchi
5 mesi fa

con tutto il rispetto per Gangemi, che scrive sempre molto bene, ma lunedì non ci aveva abituato alle dotte disquisizioni culturali della Signora Humbert?
Come mai oggi non troviamo un suo pezzo? Collaborazione finita?

Alessandra Rossi
Alessandra Rossi
5 mesi fa

Bello come sempre l’articolo sui vini dell’Etna del suo esperto Gangemi.
Ma il lunedì non c’era l’appuntantamento, imperdibile, con le particelle di saggezza nel bicchiere di Valérie Humbert?

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