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Enoriflessioni

Carlo Petrini vaneggia: toglietegli il vino con l’acqua!

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Il “vino grosso” prodotto in Lagna di cui blatera esiste solo nella sua mente confusa

Sulla delirante, demenziale, imbecille trovata sul tema acqua nel vino per renderlo meno alcolico dei mascalzoni (sì mascalzoni, bisogna definirli così, perché quella è gentaglia pericolosa che va combattuta con tutte le forze) della Commissione Europea di Bruxelles, quelli che ne hanno già fatte peggio di Bertoldo sul tema del massacro dell’agroalimentare di qualità, quelli che vorrebbero costringerci a mangiare vermi e cavallette e tempo fa hanno inviato all’Italia una lettera di messa in mora per aver violato il diritto comunitario, autorizzando la dicitura “cioccolato puro” per i prodotti di cioccolato che non contengono grassi vegetali diversi dal burro di cacao, ne abbiamo lette di tutti i colori.

E rinvio alla lettura dell’eccellente articolo del bravo collega della Stampa Roberto Fiori, per cogliere le sfumature di questa vexata quaestio, “in discussione da tempo a Bruxelles, salita alla ribalta in questi giorni perché durante l’ultima riunione dell’Ocm Vino la Presidenza del Consiglio dei Ministri dell’Agricoltura avrebbe accolto la proposta della Commissione di ammettere (con alcune limitazioni) la pratica della dealcolazione del vino in tutti i Paesi dell’Unione Europea anche per le produzioni a denominazione d’origine e non di limitarla esclusivamente ai vini da tavola, come proposto dal Parlamento Europeo”. E anche all’impeccabile e informato articolo di Jacopo Cossater su Linkiesta.

Nel coro di proteste, prese di posizione, indignazioni, legittime e sacrosante, si è fatta notare la lettera invitata oggi sempre alla Stampa di Torino da un personaggio che più passa il tempo più dimostra di invecchiare malamente, proprio come i Barolo in barrique dei Barolo boys che lui e la guida di cui è stato per anni co-editore hanno portato, e non solo in maniera disinteressata, in palmo di mano, pompato e inverosimilmente premiato.

Sto parlando del cosiddetto guru e santone di Bra, quello che ormai dialoga con i papi (rossi come lui) al secolo Petrini Carlo, dagli amici, incredibile ma vero ne ha (amico o complici?) chiamato Carlin.

Il tipo, già membro del “comitato dei saggi” del PD, ma amicone del “camerata” Alemanno quando era (pessimo) ministro delle Politiche agricole, uno che oggi, a differenza del Presidente del Consorzio (a proposito: che fine hanno fatto le elezioni per il rinnovo del Cda e della presidenza?) Barolo Barbaresco dice che i Barolo a nove euro sono un’offesa e non “un male necessario”, dimostra di essere sempre meno presente a se stesso e in preda a totale confusione mentale. E nel mezzo di un’analisi sostanzialmente condivisibile sulla mega cazzata degli euroburocrati, per non essere da meno spara la sua cazzatiella.

Leggete: “Anche nelle mie Langhe, solo 30 anni fa, l’obiettivo era sempre, innanzitutto, quello di fare un vino grosso perché così in Piemonte si definisce un vino strutturato, abbastanza per resistere all’invecchiamento ed essere considerato un prodotto degno delle migliori mense”.

Secondo lo pseudo guru di Bra, in Langa, non a Canicattì o in Valcalepio o nelle terre del Prosechin, i vignaioli nel 1985, 1989, 1990, si preoccupavano di ottenere “un vino grosso, strutturato abbastanza per resistere all’invecchiamento”.

Domanda: ma quale idea della Langa confusa, come i suoi ragionamenti, ha codesto mal stagionato personaggio che nonostante sia nato in quel di Bra il 22 giugno 1949, e sia stato in Bra consigliere comunale per la lista del Partito di Unità Proletaria, “compagni che sbagliano” della risma di Adriano Sofri, Cesare Battisti, Giorgio Pietrostefani, Renato Curcio, attribuisce ai produttori di Langa comportamenti e prassi che non appartengono loro?

Ma cosa aspettano i produttori langhetti a mandare a quel paese o altrove questo personaggio affidabile come possono essere le mascherine cinesi acquistate da Arcuri o la competenza in materia di politica estera di tale Giggino Di Maio?

Per concludere: a Carlin Petrini si addice un proverbio riveduto e corretto per l’occasione: scarpe grosse cervello non fino, ma in confusione.

n.b.

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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Gianni Tapra
Gianni Tapra
1 mese fa

Approvo al 100% ogni sua disamina sul personaggio, mi trovo spesso in sintonia con le sue affermazioni, un vero peccato che lei si appassiona per la seconda squadra di Milano.
Cordiali saluti.

Tendenza

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