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Editoriali

Wine influencers, loro sono senza pudore ma peggio ancora i produttori che li pagano

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Da una matura produttrice un peana celebrativo degno di un ufficio stampa

Ho già detto, in passato e di recente, quello che penso, male, anzi malissimo, del fenomeno (spesso da circo) dei wine influencers. E è chiarissimo che, salvo eccezioni, lodevoli, tipo le Wine Angels e la Wine spice girl che imperversano su Instagram e la mia brava collaboratrice Elisa Gubellini, la stragrande maggioranza dei personaggi che imperversano su Instagram e Facebook (su Twitter e Linkedin non hanno attecchito) e che possono vantare un numero sconfinato di followers ( che non si sa se siano tutti farina del loro sacco oppure, visto che pacchetti di followers sono in vendita, li hanno offerti anche a me, quei numeri li abbiano raggiunti pagando, come forma di investimento per futuri guadagni) e che solo qualche stordito/a dice rappresentare il nuovo fenomeno di comunicazione del vino, sono dei furbetti, furbette soprattutto, che sono esperti di vino come io di cinese, cibernetica e scrittura cuneiforme.

Io non ce l’ho con loro, che hanno la colpa di sfruttare, soprattutto le ragazze, i doni di cui le ha dotate Mamma natura, e capisco benissimo che il loro linguaggio non possa che essere quello del corpo, a base di sorrisi accattivanti, pose ammiccanti, qualche sapiente scollatura, il tacco 12 e una bella vista su curve e gambe. Perché se dovessero farsi notare per quello che scrivono, per la loro cultura del vino, ahinoi, apriti cielo…

Loro ci provano e in svariati casi hanno successo e se pure non diventano dei Ferragni del vino diverse/i di loro hanno (o dicono di avere) fatturati considerevoli.

Quelli che invece mi fanno incavolare, e che trovo non so se più ridicoli o stolti, sono i produttori di vino, anche note aziende, che stanno al loro gioco, che si servono di wine influencers e instagrammer, e che li ingaggiano, foraggiano, pagano per i loro posto instagrammici con tanti di legioni di followers al seguito. Cosa ridicola e disdicevole, come pure che il fatto che questi novelli comunicatori non nascondano affatto, anzi dichiarino e rivendichino alla luce del sole il loro rapporto mercenario con le aziende.

È un rapporto pappa e ciccia, una “celeste corrispondenza d’amorosi sensi”, per dirla con Foscolo, che fa capire bene come il mondo del vino italiano sia ormai senza vergogna, spudorato.

Un perfetto esempio di come vadano le cose, di come gran parte della colpa del fenomeno wine influencers vada attribuita a confusi uffici marketing e pubbliche relazioni di aziende, anche grandi e note, e alla scarsa lucidità (non tutti invecchiano bene e si perdono colpi) lo potete trovare leggendo questo articolo (la Signora trova il tempo oltre che per fare la presidenta, molto ideologicamente schierata, dell’Associazione Donne del vino e la produttrice di vino, anche per scrivere) firmato dalla simpatica Donna Donatella Cinelli Colombini su un sito che si chiama Wine and Travel.

Protagonista dell’entusiastico articolo, quasi una celebrazione, che potete leggere qui, è un tale che viene definito come “enologo social”, e che da parte sua si definisce “divulgatore enologico, ma pure un social media consultant (consulente per i social) e un wine influencer” e che racconta così l’inizio della sua “carriera”: “inizia a essere una specie di lavoro: “Il primo ‘baratto’, ovvero una visita in cantina in cambio di una pubblicazione, fu a Querceto di Castellina. Dopo poco mi chiamò Antinori, fu un’emozione incredibile”. In seguito inizia a ricevere compensi in cambio di pubblicazioni e vede che può diventare realmente un wine influencer: “Su Instagram riuscivo a raggiungere molto bene il mio pubblico”.

Il tipo, la cui giornata di 36 o 48 ore gli consente di fare oltre all’enologo (sarei curioso di sapere per quali aziende e con quali risultati), è social media consultant, ovvero si occupa di “gestire le pagine social delle aziende vitivinicole più importanti. Quello è un vero e proprio lavoro, in parallelo al suo profilo Italian Wines, dove si occupa più di divulgazione: “Di trenta post al mese che faccio, solo quattro o cinque sono sponsorizzati, il resto lo dedico all’informazione”.

Ma torniamo alla celebrazione del soggetto fatta da Monna Cinelli Colombini, tra un articolo dedicato al tema appassionante dei cani nelle cantine e un altro. L’esordio è fulminante: “Stefano Q. è un fuoriclasse (…) È un bel ragazzo con una testa di ricci castani e un volto da vero etrusco con occhi leggermente a mandorla, naso lungo e dritto, ma soprattutto una bellissima bocca etruschissima con labbra ben disegnate. Andate a vedere i progenitori scolpiti nei sepolcri e vedrete che il Q. è un discendente diretto della stirpe guerriera che viveva in Toscana 2,500 anni fa.
Violante, mia figlia, fu molto colpita dall’entusiasmo di Stefano Q. fin dal primo incontro nel 2018”.

Propositi di miracol mostrare, traducendoli in progetti di comunicazione per il Movimento Turismo del Vino, non ancora andati in porto perché “Stefano era alle prese con la laurea e la collaborazione non si concretizzò”.

Però, ci racconta la Signora Colombini Cinelli, con un linguaggio degno di una consumata p.r. o addetta stampa, poi “il nostro giovane amico ha bruciato le tappe e oltre al titolo di dottore in enologia si è affermato come intagrammer con più di 311.000 followers e quasi 92 mila come wine influencer, ha aperto un blog sul vinoha fondato un’agenzia che segue la comunicazione social di alcune cantine e ha pubblicato il libro che si intitola come uno dei suoi canali Instagram e TikTok “Italian wines” seguendo il sogno di rendere il vino affascinante e comprensibile a tutti”. 

Poteva non figurare l’enfant prodige “nella squadra di influencer italiani che ha visitato la cantina Pinchiorri lasciandosi affascinare da una parete intera di bottiglie del compianto Henri Jayer”? Assolutamente no, e, dice la Signora, grande amica e sostenitrice, anche in cause perse, della mia amica Italian wine girl, le foto delle pagine Instagram dell’enologo social “raccontano l’umanità del vino con mani che si cercano, che toccano, stringono, lavorano, soprattutto lavorano. Tanti giovani sorridenti, entusiasti, a volte sporchi di mosto e in qualche caso persino in mutande con uno spirito goliardico contagioso”.

Secondo la matura produttrice toscana il tipo “ci mostra la faccia sorridente del vino, in modo composto ma fantasioso, spesso divertente. Lo vediamo in una vigna mentre si tuffa dentro una bottiglia, oppure disteso sotto un tino, poi quando strizza la maglietta intrisa di mosto suscitando quasi cento commenti fra cui quelli ammirati delle followers femminili: “what a handsome Baccus!!”, “Is this available in New Zealand?”, “Be’ dai, da una maglietta strizzata puoi ottenere molto di più che il vino”.

E il finale dell’articolo è un peana, un’apoteosi, un trionfo che meriterebbe come sottofondo la marcia Pump and circumstance di Elgar, “ma lui non se la tira, anzi, poi lo vediamo al tavolo di assaggio mentre fa i tagli con la scala graduata da enologo professionista oppure all’Università di Pisa (dove insegna) mentre spiega agli studenti l’importanza di avere un buon profilo on line al fine di trovare lavoro … Fortissimo!”.

Poco conta che Madamin Cinelli Colombini, linkando il blog del fenomenale enologo social dimentichi di rilevare che quel blog non viene aggiornato da un anno: cosa volete farci a lei, come ad altri produttori à la page, piace questo tipo di comunicazione che definirei do ut des, dove l’instagrammer debitamente pagato (lo confessano loro stessi!) ringrazia sotto forma di post.

Se questo è il nuovo che avanza, torniamo all’antico e il nuovo lasciamolo avanzare, anzi buttiamolo dove merita, nella spazzatura!

Pollution concept. Garbage pile in trash dump or landfill.

n.b.

non dimenticate di leggere anche il mio nuovo blog personale www.francoziliani.it e Lemillebolleblog www.lemillebolleblog.it

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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Daniele
Daniele
5 mesi fa

Ma si Ziliani lasciamo a sti blogger il prosecco, magari pure annacquato sotto forma di spritz, che tanto di vini più impegnativi sicuro ne capiscono poco … Tristezza che i produttori si lascino trascinare dalle mode del mercato, dove non è importanza quello che dici , ma quanti caproni lo leggono … Salute!

Giovanni
Giovanni
5 mesi fa
Reply to  Daniele

Enofighetti, si chiamano enofighetti,hanno capito che la zappa o l’umido della cantina non fa per loro, l’unica fatica che fanno è quella di roteare il bicchiere e dare fiato alla bocca

Fancesco pigotti
Fancesco pigotti
5 mesi fa

Brutta cosa l’invidia, Franco

Fancesco pigotti
Fancesco pigotti
5 mesi fa
Reply to  Franco Ziliani

Guardi che anche lei è un wine influencer. Di discutibile successo ma lo è

Giovanni
Giovanni
5 mesi fa

I wish to comment this article in just two words… EPIC FAIL, period!

Tendenza

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