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Enoriflessioni

Una favola per Pio

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Oscar Farinetti sulla Stampa di Torino ricorda l’amico Pio Boffa

Ieri mattina si sono svolti nel Duomo di Alba i funerali di Pio Boffa, il patron della Pio Cesare scomparso venerdì, che ho ricordato qui e poi ancora qui.

Per cause di forza maggiore non ho potuto esserci e mi sono scusato con la famiglia. Una delle persone che però non è mancata e non poteva mancare a dare l’ultimo saluto a Pio, è una delle grandi intelligenze e sensibilità della Langa, Oscar Farinetti, che oggi, sulla Stampa, ha pubblicato questo bellissimo ricordo.

Con il permesso di Oscar (sul quale ricordo a profeti di sventura, sfigati ed invidiosi che come da programma il prossimo 29 aprile si aprirà un nuovo Eataly, in una piccola cittadina chiamata London, nella centralissima Liverpool Street ) sono lieto di ripubblicare queste bellissime parole opera di un imprenditore che sa scrivere ed essere anche poeta. Ed è dotato di un’umanità ben rara in personaggi importanti come lui.

Correda il ricordo una bella foto, scattata dal bravo collega della Stampa Roberto Fiori lo scorso anno a New York, che ritrae Pio, sempre sorridente, accanto ad altri due moschettieri dei vini di Langa, tre dei cinque che lo scorso novembre avevo indicato come miei candidati ideali per diventare nuovo presidente del disastrato Consorzio Barolo Barbaresco: accanto a Pio Oscar e le Roi Angelo Gaja. Gli altri due, da me indicati, sono Maurizio Rosso e Sergio Germano. Forza Angelo,  Oscar, Sergio, Maurizio, c’è sempre tempo per quell’assunzione di responsabilità che ho continuato a chiedere sino a pochi giorni prima del suo ricovero in ospedale a Pio e che oggi tocca a voi prendere…

Alba, 19 aprile 2021. Stamattina hanno seppellito Pio Boffa, morto di covid. Sessantasei anni, due mesi più giovane del sottoscritto. Povero Pio, aveva così paura di prenderselo… ci sono rimasto davvero male.

Siamo cresciuti insieme, l’ho frequentato molto fino ai vent’anni. Poi ci siamo persi per tre decenni, lui a far diventare grandi il Barolo e il Barbaresco nel mondo, io a vendere lavatrici in giro per l’Italia. Entrambi abbiamo combinato qualcosa di buono. Ma non ci eravamo mai dimenticati, infatti quando abbiamo ripreso a incontrarci, una decina di anni or sono, è avvenuto con grande naturalezza. Lui era come l’avevo lasciato, credo lo stesso abbia pensato di me.

Nell’ultimo mese ci siamo visti più volte. Abbiamo avuto modo di parlare con calma, a casa sua, nella mitica cantina Pio Cesare di Alba. Mascherina portata come si conviene e al doppio della distanza raccomandata. D’altra parte mi avrebbe sbattuto fuori se non avessi rispettato, moltiplicate, le norme di sicurezza; provava una paura fottuta per il covid. L’ultima volta, una settimana prima che lo ricoverassero, mi fece accomodare addirittura dalla parte opposta del lungo tavolo riservato ai clienti importanti, quelli che dovevano meritarselo di degustare un Pio Cesare con lui, a suon di ordini e migliaia di km in volo.

Il fatto era che talvolta ci trovavamo costretti ad abbassarla la mascherina… per degustare il suo “Piodilei”, uno vino strepitoso, 100% da uve Chardonnay che lui ha piantato una ventina di anni fa sul bricco di Treiso. Mi aveva stappato un 2015, l’annata che si era meritata un bel 96 da James Suckling. Certi vini si aprono quando c’è da raccontare qualcosa di importante.

“Avevo 19 anni quando mio padre mi mandò a vendere vino in America. Era il 1973 e non ci era ancora andato nessuno delle nostre parti”. È vero, dobbiamo a lui e a pochi altri esploratori coraggiosi, che poco meno di cinquanta anni fa attraversarono l’oceano con le bottiglie in valigia, se oggi in Usa vendiamo più dei francesi. E Pio fu il primo, pure il più giovane. “Forse voleva mettermi alla prova, mio papà. Non era mica sicuro che me la sarei cavata. Infatti, quando tornai con le ordinazioni, mi guardò orgoglioso e mi nominò responsabile della Pio Cesare”.

Mentre stavo in piazza del Duomo, di fronte alla Cattedrale dentro la quale andava in onda l’ultimo saluto, me lo sono immaginato Pio. Ho visto un ragazzino di 19 anni che camminava con meraviglia nel “theatre district” di New York. Cercava Barbetta, il più antico ristorante italiano di Manhattan, fondato nel 1906. Attraverso una decina di telefonate era riuscito, per sfinimento, a ottenere un appuntamento con Laura Maioglio, la figlia del fondatore, il leggendario Sebastiano.

L’ho visto entrare timido, l’ho sentito spiegare alla regina dei ristoratori italiani della grande Mela la differenza tra barolo e barbaresco. L’ho visto illuminarsi mentre la signora Laura lo informava che il grande magazzino Bloomingdale’s aveva chiesto a Barbetta di organizzare un servizio con 500 porzioni di fonduta e tartufo bianco d’Alba. L’evento sarebbe avvenuto da lì a qualche mese e se quel ragazzino, il quale evidentemente aveva colpito la regina per coraggio e buona educazione, avesse proposto un buon prezzo… forse c’erano probabilità che, insieme alle fondute, sarebbe stato servito il vino di Pio Cesare.

Nei langhetti del vino, quelli che fanno grandi vini, esiste una forma strana di timidezza “spavalda”. Sentimenti che in certi popoli potrebbero apparire come negativi (per esempio parsimonia, testardaggine, introversione e abitudine) nei vitivinicoltori delle Langhe assumono aspetti eccentrici che, combinandosi con l’ardimento e l’indomita voglia di migliorare, li hanno portati a distinguersi nel mondo.

Ho visto il giovane Pio Boffa prenderla quell’ordinazione.

Questa è una favola, ma conoscendo Pio è molto, ma molto, verosimile.

Oscar Farinetti

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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