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Editoriali

Per Planeta il vino siciliano è ancora fermo agli anni Novanta

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Ma che logica ha ancora nel 2021 proporre blend Nero d’Avola e Syrah?

Inutile tentare di capire le “logiche”, se logiche esistono, delle grandi aziende industriali del vino. Chiedere a queste grandi realtà produttive di avere un filo logico nella loro azione che non sia semplicemente la necessità di vendere, di fare vini che piacciano a tutti, e di occupare tutti gli spazi di mercato è un po’ come pretendere competenza da Di Maio e Speranza, dalla Gelmini e da Patuanelli. Una pia illusione.

Queste aziende, anche quando agiscono mediante aziende agricole di loro proprietà agiscono secondo una logica industriale e l’industria del vino ha delle leggi che non solo di certo quelle dei vignaioli, delle aziende che fanno parte della Fivi o che animano (anzi animavano, oggi il regime le ha bloccate come sta cercando di bloccare la libertà di intrapresa e di vivere dei cittadini con il pretesto dell’emergenza sanitaria da Covid, prove generali di dittatura…) belle manifestazioni come quelle di Piacenza, di Fornovo Taro o le rassegne di vini naturali contemporanee e alternative al Vinitaly.

Perfetto esempio di queste logiche industriali, di questo modo di concepire la produzione vinicola come prodotto che, parafrasando il grande filosofo tedesco Walter Benjamin,corrisponda alla logica della riproducibilità tecnica, sono varie aziende vinicole siciliane come Planeta, Donnafugata, Regaleali, Firriato, Cusumano, per citarne solo alcune.

Presentandola come diversificazione e spacciandola per promozione di diverse aree vinicole e denominazioni, di fatto queste aziende realizzano una riproduzione tecnica più o meno dello stesso tipo di vino in qualsiasi zona vinicola dell’isola si estendano.

Dopo aver piantato centinaia e centinaia di ettari a Chardonnay, Cabernet, Merlot, Syrah, rendendo per un certo periodo l’isola del Gattopardo e della cassata il territorio italiano dove erano in assoluto più piantati (più che in Trentino, in Veneto, nel Friuli Venezia Giulia!) oggi si dilettano, con i risultati banali di molti dei loro vini che sono davanti agli occhi e soprattutto a naso e palato di tutti, con le varietà autoctone come Carricante, Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio sull’Etna e arrivano persino a recuperare una varietà rara come il Nocera.

Gli ingenui, i disinformati e i conformisti (le “qualità” che contraddistinguono gran parte di quelli che scrivono di vino, soprattutto sui grandi quotidiani) sarebbero portati a concludere che abbiano capito la lezione, che hanno imparato sulla loro pelle (perché i loro vini internazionali ormai non se li filano più in molti, come non si filano, Sassicaia e Masseto a parte, i Super Tuscan di Bolgheri, del Chianti ed i Sant’Antimo di Montalcino) che quel tentativo di bordolesizzare e francesizzare la produzione siciliana non pagava ed era strategicamente e commercialmente insensato.

Errore clamoroso. Per aziende come Planeta, il richiamo della foresta è sempre vivo, giornalisti immemori o amici pronti ad accettare quello che dicono e a magnificare le loro azioni si trovano sempre ed ecco quindi Maria Antonietta Pioppo proporci ieri su Repubblica pagine di Palermo un articolo a metà tra il comunicato stampa e il redazionale pubblicitario (non dichiarato) dove leggiamo “Sicilia più Francia, uguale vino di qualità. È un nuovo progetto targato Planeta, cantina storica siciliana, che vede una partnership con nuovi investitori d’Oltralpe”.

Ed ecco quindi il più creativo del team Planeta, il prode Alessio, raccontarci, da par suo, che “da tempo cercavamo investitori fuori dalla Sicilia per iniziare un progetto nuovo. La nostra idea, è creare un network  in giro per il mondo. Il nostro consulente francese Florent Dumeau mi ha suggerito questa famiglia che aveva la stessa idea. Ci siamo piaciuti immediatamente e loro si sono innamorati perdutamente della Sicilia”.

E poi via di poesia e di violino per raccontarci che il luogo dove sorge l’azienda in joint venture posto “è stupendo, sono campagne integre, pulite”. E poi che la nascita, dice il partner transalspino, “di Serra Ferdinandea intende proprio rinverdire il legame secolare tra Sicilia e Francia, adattandolo all’attuale mondo del vino. Per citare Sciascia che a sua volta cita Voltaire: è un sogno fatto in Sicilia. Per entrambe le aziende è un “win-win”: noi volevamo fortemente un’azienda italiana da affiancare a quelle che già possediamo o partecipiamo in Francia e Sudafrica, perché l’Italia del vino è davvero fondamentale. E abbiamo scelto di operare in Sicilia, perché a nostro parere la Sicilia non è seconda a nessuna regione vinicola del mondo. In questo modo completiamo ancora meglio il portafoglio”.

E di rimbalzo ecco il produttore siculo osservare che “anche per Planeta credo sia una bellissima sfida: distribuire i propri vini attraverso canali nuovi. Serra Ferdinandea sarà messa sul mercato da uno degli storici négociant di Bordeaux, DIVA, e questo significa nuove opportunità per il territorio”.

Ma tutto sto “ambarabà ciccì coccò tre civette sul comò” per partorire che cosa? Nientemeno che un déja vu già vecchi e stantio, superato, antico, polveroso, ovvero “due blend da varietà francesi e siciliane, Sauvignon e Grillo il bianco e Nero d’Avola e Syrah per il rosso”… E questo nel 2021 dove di vini del genere nessuno, né in Francia, né in Italia, né negli Stati Uniti sente assolutamente il bisogno?

E così, dopo la geniale pensata del potente manager della Compagnia delle Opere che sbarca in Salento e pianta nientemeno che Cabernet Sauvignon, eccovi servita un’altra “brillante” trovata di marketing applicato alla logica della riproducibilità tecnica e del prodotto industriale, l’uvaggio Nero d’Avola e Syrah che era nei desiderata di tutti e di cui tutti sentivamo il bisogno. Nihil sub sole novum

Che dire se non citare il proverbio secondo cui Il lupo perde il pelo ma non il vizio e una famosa canzone dei Pink Floyd?

n.b. non dimenticate di leggere anche il nuovo blog personale www.francoziliani.it e Lemillebolleblogwww.lemillebolleblog.it e il mio nuovo canale You Tube https://www.youtube.com/channel/UCVXjB6pMu52N9Z3AZbgSEaA

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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Matteo
Matteo
13 giorni fa

È tipo la superlega, se la suonano e se la cantano da soli, brand e vitigni conosciuti al grande pubblico, le grandi aziende vogliono profitti subito e pochi rischi , salvo poche eccezioni.
In Toscana è pieno di autoctoni di valore (Canaiolo, ciliegiolo, Alicante, foglia tonda ecc.) Ma in pochi azzardano facendo un blend con solo questi vitigni, anche nelle zone dove il sangiovese non dà il meglio, ci si ostina con quello, Merlot e Cabernet .

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