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Editoriali

Facce di bronzo abbondano, anche tartufi e post democristiani, in Langa

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Per la serie “non è mai troppo tardi” un langhetto smemorato improvvisamente apre gli occhi

Dovrei essere contento nel vedere che ormai sono in tanti a venire a Canossa, che certe battaglie difficili che ho condotto da anni, praticamente da solo (una volta mi davano man forte due colleghi stranieri, lo svizzero Andreas Marz di Merum ed il mio maestro Nicolas Belfrage e qualche volta Pierluigi Gorgoni già Spirito di vino e Guida Espresso e oggi docente ad Alma e Roberto Giuliani di Lavinium), facendomi molti nemici (ed essendo onorato di averli) ma anche parecchi amici e sostenitori, oggi vengono sostenute anche da persone che non avresti mai pensato che avrebbero detto e scritto certe cose.

Quello che mi fa incazzare, però, è vedere con che faccia di tolla (eufemismo, mi veniva un’espressione molto più cruda e volgare) queste persone sostengano certe tesi senza avere l’onestà di fare due cose: un sano e convinto mea culpa per essere arrivati solo in zona Cesarini a sostenere certe tesi e dare a Cesare quel che è di Cesare e dire: Ziliani aveva ragione e oggi diciamo e scriviamo le cose che lui ha scritto per anni. E quando lo criticavamo eravamo proprio dei coglioni.

Ma cosa attendersi da certi personaggi, certi ambienti, certe provenienze culturali e ideologiche e da certi altarini e blog?

Per questo motivo quando alcuni amici produttori di Barolo mi hanno segnalato questo articolo, pubblicato da una testata da cui mi tengo alla larga non volendo essere in nessun modo infettato dai miasmi che diffonde (strano che non abbiano chiamato ancora a collaborare un coglione che fa rima con…) e avendo letto chi ne è l’autore, persona indubbiamente rispettabile, ovvero Paolo Casalis, che è “architetto, autore, documentarista e scrittore e anche ciclista. Guida alle Langhe in bicicletta è il suo ultimo libro mentre Sulle strade dei vini. Un viaggio lungo le ciclabili dell’Alto Adige è il suo ultimo film”, ma non va dimenticato che è uno dei due autori, l’altro è quello che fa lavoretti in stile Lewinsky al suo amico di Slow wine, del documentario agiografico sui Barolo boys, non sono rimasto basito. E mi sono detto, in francese, tout se tient.

Non mi sono stupito, perché ci troviamo di fronte all’ennesimo episodio dove gli incendiari fanno i pompieri e si presentano come vigili del fuoco pensando che nessuno sappia o si ricordi che ad accendere i fuochi sono stati loro e che nessuno abbia memoria e che tutti siano così imbecilli da farsi menare per il naso.

E così dopo Monsù Carlin Petrini che oggi si erge di colpo a difensore delle sue colline, che pontifica (per forza, lui è cul et chemise con il papa argentino) e si straccia le vesti, immemore delle proprie colpe, ecco oggi un altro personaggio, stessa provenienza ideologica, stesso milieu, stesso brodo di incultura, che dopo aver premesso non amo parlare male di quella che considero la mia terra, anzi.
Alle Langhe ho dedicato interi documentari  ne ho parlato (bene) con centinaia di turisti, ci ho scritto sopra una Guida, insomma mi vanto del mio minuscolo ruolo nella promozione del territorio” va giù con il bazooka nel denunciare certe cose che il sottoscritto, in solitudine, demonizzato, va dicendo e scrivendo da almeno vent’anni.

Da quando Monsù Casalis realizzava il documentario celebrativo di quei barolisti che hanno tentato di uccidere il Barolo ed era oggettivamente connivente e complice, celebrandola, con la pericolosa banda dei Barolo boys.

Oggi si sveglia, l’architetto, si architetta la genialata di uscirsene dicendo “quando però c’è qualcosa che non va bisogna dirlo, serve a poco mettere la testa sotto terra come fanno gli struzzi”.

Dice, non ci vuole un architetto per dirlo, bastano un geometra, un muratore e chiunque sia dotato di un minimo di sensibilità, che in Langa “abbiamo un territorio fantastico, che attira (e attirerà) i turisti per la sua bellezza”, ricorda che chi va in Langa lo fa soprattutto “per la bellezza del territorio, per quel fascino fatto di un fittissimo tessuto sociale e produttivo (quello sì, non ripetibile) di piccole cantine, produttori artigianali, osterie, chef, contadini.. Un terroir, insomma, qualcosa di caratteristico, unico e inimitabile”.

E cosa fa? Scopre, a distanza di “solo” undici anni da quando lo scrivevo io, denunciando lo sconcio del Boscareto resort a Serralunga d’Alba, a mesi di distanza da quando ho ritirato fuori la storia dello schifo della cantina dell’Astemia pentita nei Cannubi, che come è documentato in un libro “Non si può non partire dal cemento. Lo so, è un discorso pericoloso, chi lo fa rischia di passare immediatamente per passatista, conservatore, reazionario, noioso. Chi dice certe cose è additato come la Cassandra di turno, il pessimista, il bastian contrario, il comunista, il pauperista”. Che faccia di…tolla!

Monsù l’rchitetto scopre l’acqua calda, quello che io denuncio da anni e anni vox clamantis in deserto, ovvero che “Ogni anno in Langa nascono decine di cantieri, e non si tratta solo di villette a schiera, anzi. Ogni anno decine di produttori (non sto esagerando) decidono che la loro vecchia cantina non è più sufficiente. Non credo sia una questione di ettolitri di vino prodotto, visto che i numeri del Barolo e degli altri grandi vini da anni sono sostanzialmente stabili”, e poi che “jl problema è che per ogni cantina “a impatto zero” (Elio Grasso, tanto per citare un esempio classico, l’invisibile caverna di Batman) ce ne sono decine con un impatto disastroso, per non parlare dei cantieri decennali, e delle grandi incompiute…”.

Ma cosa fa il democristiano di sinistra? Non tocca gli amici e dice “Non mi va di fare nomi. E poi sarebbero troppi, si va dal piccolissimo produttore a quello famoso la cui cantina mastodontica a breve dominerà le Langhe dall’alto, come da una plancia di comando. Da rivaleggiare con Antinori, ma non esattamente ciò che cerca il turista che viene in Langa, se ricordate quanto scritto poche righe sopra”.

A fare i nomi dell’Astemia Pentita e di Terre da vino a Barolo, della cantina stile hangar del povero Domenico Clerico a Monforte d’Alba, e di altri intoccabili – si riferiva chiaramente ad Angelo Gaja parlando della cantina che “dominerà le Langhe dall’alto” dell’Alta Langa, e compagnucci di merende l’architetto Casalis non si azzarda.

Parla solo, non è mai troppo tardi, benvenuto tra noi architetto!, e genericamente, delle “zone industriali che continuano ad allargarsi, i capannoni che ormai occupano ogni fazzoletto di fondovalle, ma anche le creste dell’Alta Langa” e si fa un interrogativo retorico: “chi siamo noi per venire esclusi dal progresso, sembrano dire con una sola voce i paesi delle Langhe (e del Roero), chi siamo noi per negarci una manciata di capannoni? Loro sì, e noi no?”. 

E dice cose che Bartolo Mascarello, Beppe Rinaldi, Baldo Cappellano hanno sempre detto, e trovavano in me un puntuale megafono, mentre lui ed i suoi sodali pompavano Rivetti ed i Barolo boys, e annota che “l’errore è sempre la stesso: vogliamo la botte piena e la moglie ubriaca. Vogliano i turisti americani che si siedono nei ristorantino e ordinano bottiglie di Conterno da 300€, ma vogliamo anche avere una piccola zona industriale, mica siamo contro il progresso, noi!”, e poi scopre, ma guarda te che scoperta!, parlando di vari vini prodotti in Langa, che “a volte sarebbe meglio non vedere come viene fatto! Peccato che una piccola percentuale di produttori (che nelle zone più “nascoste” e in quelle meno pregiate non è neppure tanto piccola) continua a fare largo uso dei diserbanti e della chimica”.

E poi eccolo scoprire l’acqua bagnata, ovvero che “i turisti non sono scemi, hanno gli occhi anche loro. Peraltro il turismo – soprattutto quello del vino – è cambiato, e oggi chi visita le Langhe cerca esperienze, non solo bottiglie. Vuole entrare in vigna, vuole toccare con mano, sporcarsi le scarpe” e neo entrato nel club delle Cassandre concludere: “aspettiamo che siano loro, a farci notare queste cose? Temo che quando accadrà sarà ormai troppo tardi. Temo che, se continuiamo così, nelle Langhe non andrà tutto bene”.

No che non andrà bene, e sappiamo chi ringraziare. I pentiti, che non hanno l’onestà di dichiararsi tali, dell’ultima ora, i cattivi maestri, i furbetti, gli amici dei cementificatori, gli aedi di quelli che hanno fatto di tutto per sporcare l’identità del Barolo e del Barbaresco, i falsi, i bugiardi, i conformisti, i tartufi, i responsabili di aver ridotto il Consorzio Barolo Barbaresco al nulla che è oggi, gli attuali capataz del Consorzio e poi quelli di sinistra che fanno più danni di quelli della destra più becera.

Una cosa è certa: non saranno certo i Casalis, i Gaia (Tiziano), i Petrini, i Piumatti, i Rivetti a salvare la Langa dalla stupidità dei langhetti.

n.b.

non dimenticate di leggere anche il mio nuovo blog personale www.francoziliani.itLemillebolleblog www.lemillebolleblog.it e il mio nuovo canale You Tube https://www.youtube.com/channel/UCVXjB6pMu52N9Z3AZbgSEaA

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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S. B.
S. B.
6 mesi fa

Eh ma solo lo smemorato di Collegno – e chi se lo ricorda più? – può aver dimenticato le foto degli orrori in quella terra che a suo tempo hai pubblicato proprio su questo blog.

Ma credo che, oggi, più di dieci anni dopo rispetto al tempo in cui chi aveva occhi per vedere denunciava con rabbia gli scempi paesaggistici e la cementificazione, tutti abbiano ascoltato le grida e gli editti legati ad ambiente e paesaggio.

Ma la nuova unanimità nell’esecrare, condannare e sputare perfino addosso ai colpevoli delle brutture, non credo dipenda dall’aver acquisito una nuova sensibilità.

Sarà per malizia che penso a nuovi programmi, magari europei, che finsnzieranno “il bello”, “l’ecocompatibile”, “il sostenibile”?

Gironzolando per le vigne mi sembra di aver sentito perfino personaggioni tronfi e più vicini al salace che al bello, sciacquarsi la bocca (e la coscienza) col paesaggio.

È il nuovo conformismo; vedrai che magari verranno pure a farti la lezione e spiegarti quello che tu hai predicato nel deserto.

Come direbbe un certo Ziliani la rèalitè depasse la fiction.

Tendenza

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