Seguici su
Attenzione: questo sito è impostato per consentire l'utilizzo di tutti i cookie al fine di garantire una migliore navigazione. Se si continua a navigare si acconsente automaticamente all'utilizzo. Continua Leggi l'informativa completa

Editoriali

Di fronte ad un mondo del vino sempre più senza vergogna scelgo il silenzio stampa

Pubblicato

il

Ci risentiamo, forse, lunedì

Il mondo del vino italiano, e di riflesso quello della cosiddetta informazione e comunicazione sul vino, fanno sempre più ribrezzo, sono sempre più senza vergogna, spudorati, infami, da nausea, anzi da vomito.

Io cerco di denunciare questa deriva sordida, una comunicazione all’insegna delle marchette, che spaccia per notizia quello che è invece un lavoretto lewinskyano alla potente azienda di turno, le balle spaziali che certi noti brand bollicinari raccontano, e ho accettato tranquillamente il ruolo di bastian contrario e franco tiratore, di cantare fuori dal coro e passare per Don Chisciotte e grillo parlante.

Di fronte al fenomeno (da baraccone) dei wine influencers, e dell’uso che certe aziende fanno di codesti pseudo esperti, giovani, furbetti e ammiccanti, ho detto parole molto chiare.

Però ogni giorno ne salta fuori una e ieri ho scoperto che un Consorzio che credevo serio, quello del Chianti, parlo della mega denominazione non del Chianti Classico e del Chianti Rufina, per vendere in casa dello zar Putin ha avuto la brillante pensata (chissà chi sono, come si chiamano i geniali consulenti di marketing che hanno suggerito di fare così, mi piacerebbe tanto conoscerli) di puntare su Instagram, e ha assoldato dieci giovani “importanti influencer”, così la definisce una cronaca connivente e di regime, per una nuova “strategia promozionale” e di comunicazione in Russia.

Ho letto che il Consorzio ha preso in attento esame per decidere i magnifici dieci il “fattore reputazionale degli influencer, la loro credibilità e la qualità creativa dei contenuti allineata al brand”, e poi mi sono piegato in due dalle risate leggendo quello che ha dichiarato il presidente del Consorzio Vino Chianti Giovanni Busi, ovvero che “abbiamo deciso di percorrere una strada nuova che ben si allinea con le novità che questa pandemia ha, nostro malgrado, introdotto. È cambiato profondamente il modo di comunicare e di rapportarsi con i consumatori, ci sono nuovi target e modalità di consumo. È anche richiesta un’estrema flessibilità e diversificazione delle strategie e il Consorzio ha colto questa sfida con un progetto nuovo e stimolante, coinvolgendo influencer che abbracciano ogni segmento del nostro mercato”

Ho letto le sue parole espresse con un linguaggio che con la lingua italiana non ha nulla a che fare, che è tecnico, pomposo, insignificante, dove afferma che si tratta di “una mediazione di maggiore impatto della pubblicità tradizionale, che riesce a ridurre la distanza tra brand e consumatore finale. Questo connettore, soprattutto in un mercato nuovo, aiuta e favorisce il posizionamento del brand. E’ importante anche per sedimentare la reputazione del Chianti sul web, creando quella base di informazioni on line poi disponibile a tutti”.

Ho pensato come avrebbe reagito il buon Totò leggendo simili assurdità e mi era venuta la tentazione, (ma poi ho rinunciato, le guerre si fanno se si fanno truppe e soldati, se si fanno in solitudine sono destinate alla sconfitta, che è sempre una débâcle, anche se è meglio arrendersi a testa alta da leoni che stare allineati da…) e di invitare miei “colleghi”, quelli che scrivono di vino, le varie guide, ad una forma di risposta civile. Ignorare e non scrivere più di aziende e Consorzi che fanno uso di wine influencers, e invitare i nostri lettori a boicottarli, il che sarebbe una forma di replica intelligente a quelli che pensano di mettere nello stesso mazzo chi il vino lo studia e lo onora con coscienza e cultura da anni e improvvisati dilettanti allo sbaraglio dalla scollatura e lo stacco coscia facile.

Poi mi sono detto, cui prodest, ma chi te lo fa fare?

Stavo rassegnandomi quando sono finito, tramite Google news, su questo articolo, che definire tale è un complimento, pubblicato non sulla Gazzetta di Roccacannuccia, ma sulle pagine di Firenze di quello che dovrebbe essere il primo o secondo quotidiano italiano, Repubblica, e ho pensato che se io fossi Roberto Conterno, Aubert de Villaine, il marchese Incisa della Rocchetta o il proprietario di Haut Brion, Petrus, Margaux, oppure Jaboulet, Roberto Voerzio e Mauro Mascarello, farei causa a Repubblica e al “giornalista” che ha scritto sta roba indegna…

Ho riflettuto sulla ineffabile, infinita faccia di tolla (eufemismo) di chi arriva a definire “miglior vino rosso del mondo” non un Barolo, un grande Bourgogne, Bordeaux, Cotes du Rhone, Brunello di Montalcino, ma il vino prodotto da un furbo norvegese (o svizzero?) sulla collina di Fiesole sopra Firenze, che si è fatto notare soprattutto per etichette molto belle e nomi fantasiosi dei vini (anni fa si inventò un vino il cui nome evoca la pratica orale cui si dedicano tanti giornalisti) mi sono chiesto dove siano gli iperciliuti censori del Consiglio di disciplina dell’Ordine dei Giornalisti che un mese fa mi hanno processato (aspetto ancora la sentenza) e preso da disgusto e nausea supreme (ci vorrebbero Sartre e Moravia per raccontarle) ho deciso, come valvola di salvezza, un mio personale Aventino.

Per qualche giorno, con grande gioia di qualcuno, ho deciso di astenermi dall’aggiornare i miei blog e ho deciso di scendere in silenzio stampa. In questi giorni mi dedicherò ad altro, andrò in bicicletta, mi ascolterò tutte le Sinfonie di Mahler, Bruckner, Beethoven, Schumann, il Deutsches Requiem di Brahms, la Missa Solemnis di Beethoven, 8 versioni diverse del Requiem K 626 di Mozart, Tristan und Isolde ed il Parsfifal di Brahms, mi leggerò un po’ di libri, sul vino e non, in francese, e dimenticherò per qualche tempo lo squallore, l’impudicizia, l’infamia di un mondo del vino che una volta, ai tempi di Veronelli, era poesia e canto della terra, ma che oggi, molto spesso, è…fogna.

Arrivederci a lunedì con un nuovo capolavoro di Madame Humbert.

n.b.

non dimenticate di leggere anche il mio nuovo blog personale www.francoziliani.it e Lemillebolleblog www.lemillebolleblog.it e il mio nuovo canale You Tube https://www.youtube.com/channel/UCVXjB6pMu52N9Z3AZbgSEaA

Print Friendly, PDF & Email

Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

Continua a leggere
27 Commenti
Subscribe
Notificami
guest
27 Commenti
Oldest
Newest Most Voted
Inline Feedbacks
View all comments
giuseppe mennella
giuseppe mennella
5 mesi fa

Aspettando la raffinata Madame Humbert.

Ti consiglio di rassegnarti riguardo agli influenzer,
ieri ascoltando radio24 ho appreso che la Tod’s ha coptato nel proprio CdA
la bocconiana bionda che imperversa in ogni dove. Dicerto vengono utilizzati
per il loro potere di richiamo in estese fascie di consumatori

Trentino al Sud
Trentino al Sud
5 mesi fa

Il programma “riposo del Guerriero” non è male visto l’attuale andazzo di tutto e tutti. Se lo goda in tranquillità. I miei cordiali saluti

snoopy pensiero.jpg
Damiano
Damiano
5 mesi fa

Avevo letto la prima…immaginavo non Le sarebbe sfuggita…ed infatti puntuale come un formaggio svizzero (anzi, un vino svizzero) è arrivata la riflessione piccata.
La seconda l’ho imparata qui…e con la prima se la giocano al fotofinish.

Nevio
Nevio
5 mesi fa

Lei confonde l’essere fuori dal coro con essere uno sronzo presuntuoso arrogante e maleducato per partito preso

Samuele Zingoni
Samuele Zingoni
5 mesi fa

Ciao Franco,
Mossa un po’ disperata del consorzio per vendere qualche bottiglia a gente ignorante in vino nel senso letterario della parola. Io l’influencer lo vedo più da Prosecco rosè. Chianti non sarà il Brunello il Barolo o i Borgogna ma resta un marchio storico e di pregio, perché sviirlo affidandosi a persone senza nessuna competenza? Forse sono coglione io a pensarla così.

Marco Redaelli
5 mesi fa

Perché di appassionati (veri) di vino in Italia ce ne sono magari 10 000, di persone che si fanno (appunto) influenzare da Instagram 1 mln. Ti faccio un esempio banale :Dwayne Johnson è l’influencer più pagato al mondo. Attore e atleta guadagna circa 1 mln di $ per ogni post . Ha circa 230 mln di followers su Instagram e si calcola che il suo potere di “penetrazione” (non è una cosa porno) sia intorno allo 0,5 -1%. In pratica se The Rock fa un post con un bicchiere di Tavernello un numero di persone variabile tra 1 e 2 mln comprerà il suddetto “vino”. E’ una enormità che spiega benissimo perchè le aziende investono in questo settore. Piaccia o meno il mondo ormai è questo.

Marco Redaelli
5 mesi fa
Reply to  Franco Ziliani

Tu vai avanti per un pubblico diverso. Ma davvero pensi che chi segue te segua anche gli influencer su instagram? Sono due tipologie diverse, anzi molto probabilmente ci sarà qualcuno che attirato da qualche influencer poi si appassionerà e deciderà di seguire gli esperti veri, che offrono pareri più competenti ed esaustivi. E’ noto che i social attirano gli acquirenti occasionali non gli appassionati, questi si rivolgeranno sempre a chi ha reputazione e competenze diverse. Chi arriva su vinoalvino e ci resta è un utente i interessato a conoscere, imparare, sperimentare, non uno che vuole la bottiglia del momento per fare bella figura con gli amici.

Alessandro Tonni
Alessandro Tonni
5 mesi fa

Buongiorno, non sono solito a scrivere sui blog. E’ la prima volta. Sono solo un piccolo appassionato di vino, che ogni tanto si permette di assaggiare qualcosa. Anche a me piace e piacerebbe sentire parlare di vino, come di altre cose, in maniera semplice, ma professionale. Da quelle persone che realmente si intendono della materia. Ma oggi il mondo intero è fatto così. La professionalità, spesso, viene intesa come rottura di c.. e siccome le aziende hanno assoluta necessità di vedere, perchè come dice anche lei, sono piene le cantine al di là di dati mirabolanti che qualcuno “ad arte” dice di ottenere (Formula uno compresa), si affiderebbero anche al Diavolo, pur di incassare qualche soldo. Non è solo un problema della pandemia, questa cosa nasce già da tempo. In fondo il mercato è fatto da tantissime persone e per andare a prenderle si usano gli strumenti di oggi. Non sono per quelle cose, nella mia piccola ignoranza, mi piace sempre il rapporto umano e parlare con che davvero se ne intende. Nella mia professione, di dipendente bancario, ho sempre pensato che bisognasse essere capaci e sapere di cosa parlare, per poterle estendere ai clienti, ma purtroppo non è così. Si danno responsabilità a persone che non sanno nemmeno quello che hanno in mano, nella speranza che non facciano troppi casotti. Mi scuso se mi sono dilungato, al di là dei suoi modi un po’ “coloriti” apprezzo, magari non tutto, quello che scrive. La mia era una voce soltanto per dire che questo purtroppo è un fenomeno che invade il mondo. Le persone in genere e soprattutto i vertici aziendali per portarsi a casa un pezzo di pane venderebbero o magari “piace” anche dove si siedono. Saluti. Alessandro

Damiano
Damiano
5 mesi fa

Il Sig. Alessandro ha ragione da (ironia della sorte) da… vendere.
Salvo qualche rottame che crede al mondo di frutta candita (ribes e lamponi da una parte e pere e meloni invernali dall’altra) vogliamo dire che la ruota gira se è oliata?
In estrema sintesi… tutte le economie e le nostre vite vanno avanti perchè qualcuno (chi più chi meno) fa soldi. Punto.
C’è però un “ma”. Il “ma” una volta lo insegnavano nelle famiglie, nelle scuole, nello sport.
Il “ma” è il distinguere ciò che è lecito da ciò che è inopportuno.
Accendere la TV nella tavolata la domenica prima del nonno non era assolutamente illegale, ma decisamente inopportuno.
Ecco… anche nei casi in specie… salvo i rottami di cui sopra non credo che nessuno si indigni se si fanno affari con il vino…ma c’è modo e modo.
A chi (e ne ho avuto più volte la riprova nella mia vita professionale) mi obiettava che agire in maniera inopportuna è la strada più corta piuttosto che l’unica ho sempre risposto di lavorare sull’opportuno… alla lunga paga (sempre ironia della sorte).
Exemplo plus quam ratione vivimus.

Marco Redaelli
5 mesi fa

Caro Franco la prima cosa che mi viene da dirti è :” Benvenuto nel triste mondo degli anni 2000″. Il tuo settore (enologia) fino ad ora era stato risparmiato dall’orda di instagrammer ma era solo questione di tempo. Nel mio settore (fotografia) hanno ormai il monopolio. Purtroppo il consumatore medio , di ogni genere di prodotto, è sempre più pigro, influenzabile e dedito alla ricerca del tutto e subito. Non è un caso che chi vuole vendere vino cerchi prodotti sempre più beverini e che il prosecco abbia certi numeri impressionanti. Buona pubblicità, immagine accattivante e costo abbordabile sono ormai i must per vendere tanto. O così o puntare alla nicchia danarosa (ma ugualmente ignorante) con prodotti costosissimi e “rari”. Io da sempre raccomando (tramite social o nelle mie lezioni) consapevolezza, cultura, informazione e formazione prima di fare un acquisto, ma sono parole al vento. Nel settore del vino le persone comprano ciò che è cool, fa niente se non sono in grado di distinguerlo dal tavernello. Vedi così i locali con Dom e Cristal a fiumi in mano a gente che beveva acqua tonica fino a ieri. Io che bevo da decenni ho quasi timore ad aprire certe bottiglie perchè ho paura di “offenderle” con la mia inadeguatezza, ma sono conscio di vivere in un mondo che non esiste più. Fai sicuramente bene a denunciare il fenomeno ma è uno spreco inutile di tempo, è una marea inarrestabile. L’unica soluzione è restare se stessi, chi ama davvero questo mondo continuerà a seguire te e gli altri giornalisti competenti, chi segue “tutte culi e bicchieri” andrà per la sua strada che comunque, a mio avviso, non si sarebbe mai incrociata con la tua per una semplice questione culturale. Sono due tipi di pubblico e consumatori diversi, i secondi purtroppo sono necessari soprattutto in tempo di covid.

Eb2323
Eb2323
5 mesi fa
Reply to  Franco Ziliani

Purtroppo l’esempio del grande Gino Pedrotti esemplifica tutto. Prima che una famosissima ” influencer ” celebrasse uno dei suoi vini definendolo “il miglior bianco del mondo”, era una nicchia destinata ad un pubblico di appassionati navigati. Ora questa cantina si svuota prima di essere riempita. Che tristezza. Forza Franco continuiamo a combattere.

C. T.
C. T.
5 mesi fa
Reply to  Eb2323

Se Brutten è una influencer, io sono gay, comunista e juventino…

Marco Redaelli
5 mesi fa
Reply to  Franco Ziliani

Se non ci fossero i consumatori ignoranti moltissime aziende fallirebbero o verrebbero ridimensionate, in tutti i settori non solo nel vino. La realtà di c’è che se Mionetto ( esempio) vende 2 milioni di bottiglie anche il piccolo produttore dell’oltrepo che fa magari un vino infinitamente superiore ne guadagna. È un effetto traino che vale in tutti i settori.

Eb2323
Eb2323
5 mesi fa

Dimenticavo. Ha detto anche che il Timorasso di Ricci sa di Whiskey.

Eb2323
Eb2323
5 mesi fa
Reply to  Franco Ziliani

La Senora Rodriguez..

Eb2323
Eb2323
5 mesi fa
Reply to  Franco Ziliani

Io l’ho conosciuta grazie a Gino Pedrotti, prima ne ignoravo l’esistenza.

C. T.
C. T.
5 mesi fa
Reply to  Eb2323

Ma chi? Brutten Rodriguez? Non la caga più nessuno e si messa a scroccare anche vini? Non ci credo! PS: nella stupenda articolessa de La Repubblica, si evince quanto lo scrivente ci capisca della lingua francese… Fa figo fare la figura del peracottaro!

C. T.
C. T.
5 mesi fa
Reply to  Franco Ziliani

De gustibus… Mai amata la plastica!

C. T.
C. T.
5 mesi fa
Reply to  Franco Ziliani

Al mondo ci sono dei trans molto più belli di questa “Sciògherl completa”… Su quanto possa essere competente di vini, lo faccio dire agli altri: non vorrei passare da sordido maschilista.

Tendenza

Autore: Franco Ziliani - P.IVA: 02585140169 - Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale. Le immagini inserite in questo blog sono tratte in massima parte da Internet; qualora la loro pubblicazione violasse eventuali diritti d'autore, vogliate comunicarlo a Franco Ziliani, saranno subito rimosse.
Privacy Policy

27
0
Would love your thoughts, please comment.x
()
x