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Breaking news: i rosati non sono più vini da donne ma da marketing

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Banalità e marchet(t)ing in un articolo della Stampa

È ufficiale: i rosati o vini rosa come li si preferisce chiamare oggi (a me questa definizione non piace, mi fa venire in mente le stupide quote rosa che secondo me offendono le donne) per anni snobbati, ignorati, malintesi (per manifesta ignoranza) dalla stragrande maggioranza dei giornalai del vino, pardon, giornalisti, italici, sono stati sdoganati.

I brillanti colleghi hanno finalmente capito che sono vini seri, molto difficili da produrre, che richiedono una tecnica raffinata, che sono molto buoni, che snobbarli era un atteggiamento imbecille, che se li fai provare alle persone e li spieghi piacciono e che sono stupidi e disattendono le richieste dei consumatori quei ristoratori che ancora non li inseriscono nelle loro carte?

Macché, niente affatto. Lo “sdoganamento” dei rosati è documentato non da una serie di articoli intelligenti che dimostrano che chi scrive di vino sa di vino e ha colto la complessità del fenomeno rosati (questa sarebbe una pia illusione visto come va il giornalismo oggi) ma dal semplice fatto che anche sui rosati, con parecchi articoli sui “vini rosa”, viene applicata, sui grandi quotidiani e non solo, la stessa identica tecnica ampiamente collaudata in tantissimi articoli su vini rossi e “spumanti”. Compiacere le solite aziende, i soliti nomi, rispettando le regole, non scritte, del marketing e del “marchetting”.

Prendiamo un articolo, uscito il primo aprile (e non era un pesce d’aprile, era un articolo vero, uscito su un quotidiano che dovrebbe essere serio e autorevole come La Stampa di Torino) a firma di Lara Loreti, che già dal titolo prometteva “bene”: Rosé mon amour, addio allo stereotipo del vino da donne.

A parte il fatto che verrebbe voglia di dire alla collega che quello stereotipo ha funzionato forse per lei, non per le persone informate, ma poi, detto questo, letto l’articolo mi verrebbe voglia di chiederle: “ma perché complicarsi la vita, inventarsi il pretesto di riferire dei risultati del Concours Mondial De Bruxelles e non passare subito direttamente al vero tema del suo articolo che è la solita celebrazione a comando dei vini, in questo caso dei rosati, delle due note aziende vinicole, a sangue blu, toscane?”.

Già l’avvio, nelle prime righe di un articolo pubblicato su La Stampa, quotidiano torinese, non su La Nazione di Firenze o il Corriere di Siena, è un piccolo capolavoro di surrealismo, perché l’autrice arriva a scrivere “Si pensi a bottiglie come il Pinot Noir Rosé dell’azienda uruguaiana Bodega Garzón”, come se il lettore della “busiarda” avesse confidenza e bevesse tutti i giorni quel rosato uruguagio.

Nel prosieguo, dato il contentino all’Abruzzo, e ad un’azienda abruzzese, lo confesso a me sconosciuta, che “con il suo Cerasuolo d’Abruzzo Dop, ha fatto doppietta aggiudicandosi il premio rivelazione come miglior Rosato d’Italia 2021 e la Gran Medaglia d’Oro”, si va al sodo.

Cosa fa difatti la collega, dopo averci rassicurato con il concetto che “il territorio la fa da padrone. In base a un’indagine svolta dall’organizzazione dello stesso concorso di Bruxelles, l’80% dei consumi di rosati è legato proprio alle aree di produzione e alla riconoscibilità del territorio, oltre che a una scelta di tipo «emozionale» più legata all’etichetta e al brand che al vitigno”?  

Con perfetta coerenza e consequenzialità eccola celebrare, per le leggi del marketing (o marchetting?) vini che di territoriale non hanno un fico secco, che sono tipici esempi di sfruttamento della moda dei rosati da parte di aziende e marchi, anzi brand come dice la collega, che sono rosati stile internazionale, visto che nascono da vitigni “toscani” come io sono cinese, ovvero Syrah, Cabernet Sauvignon e Merlot.

E come lo fa la giornalista della Stampa? Usando il violino, leggete: “un esempio lo dà il Gruppo Frescobaldi, che negli ultimi anni ha lanciato tre etichette rosa. Partiamo dal cuore della Maremma, in particolare dall’azienda Ammiraglia, dove il rosé uno stile. Due le etichette in menù: Alìe, blend di Syrah (70%) e Vermentino (30%) nato nel 2015; e la sorella minore Aurea Gran Rosé, la cui prima vendemmia è stata nel 2017. Il primo offre tutta la freschezza e l’intensità dell’assolata terra maremmana: intrigante bouquet di pesca, rosa, peonia e piccole spezie al naso. Freschezza e mediterraneità in bocca e nel retrogusto. Ottimo con crostacei e risotti di mare, ma anche con una crostata di crema e frutta, e gelato con frutti esotici”.

Deliziati vero dalla prosa, ma è farina del suo sacco o un comunicato stampa?, della giornalista? C’è di meglio, leggete ancora: “Aurea invece incarna un concetto più sofisticato di fare rosé: è una creatura fortemente voluta dal marchese Lamberto Frescobaldi, realizzata con uve vendemmiate all’alba. Nel blend troviamo Syrah, Vermentino e vin de réserve (come si fa con gli champagne, in pratia si tratta di una parte di Syrah vinificato in legno dell’annata precedente). Un vino che viene lavorato come se fosse un bianco, e che è studiato per invecchiare in cantina. Il colore è più tenue dell’Alìe.  «Non è solo il territorio a guidarci – dice Livia Le Divelec, enologa del Gruppo Frescobaldi oltre che coordinatrice ed insegnante nel dipartimento di vino presso Florence University of the Arts – ma anche il terroir, inteso in senso largo: entra infatti in gioco il valore umano: dietro questi vini c’è un grande studio. L’esperta fa notare come l’aumento di richiesta di rosé abbia investito anche la sua azienda che lavora con uno stile vicino ai provenzali”.

Ma se Madamin Loreti avesse avuto un minimo di conoscenza e consapevolezza di quello che scrive, avrebbe facilmente acclarato che i “provenzali”, come li chiama lei, raramente usano il legno per le vinificazioni, che hanno pochissimo colore, che le uve maggiormente utilizzate (bastava usasse Google, non doveva avere la cultura del vino, anche rosato, che ho io…) in Provence sono Grenache, Cinsault, Carignan, Cinsault, Mourvèdre, Tibouren e Syrah, e che le uve bordolesi sono poco utilizzate.

Ma lei nel suo zelo dove riferirci piuttosto che “a livello mondiale c’è grande richiesta di Alìe in particolare (prodotto in circa 70mila bottiglie), e il preconcetto che sia un vino da donne ormai non esiste più. L’Asia è un buon mercato dove ci sono grandi estimatori di vini rosé che ne apprezzano la gentilezza al palato. L’assenza di spigolosità ne fa un vino molto in voga anche tra i giovani”.

E poi, dopo la sviolinata ai Braccobaldi, poteva mancare quella ai Marchesi Antinori (aziende, lo ricordo, entrambe protagoniste di Brunellopoli)? Ed ecco pertanto la celebrazione di uno dei rosati meno significativi del panorama italico, lo Scalabrone: “E nella Maremma del nord, nel Bolgherese, è Antinori a farsi capofila dei rosati col suo Scalabrone, che prende il nome da un bandito vissuto nella zona nei primi del’800. Si tratta di un blend di Cabernet Sauvignon, Merlot ed una parte di Syrah per un rosato dagli aromi decisi ed intensi, caratteristici del territorio bolgherese, le cui uve crescono su suoli limoso-argillosi di origine prevalentemente alluvionale, ricchi di ciottoli. Un prodotto che riscuote molto successo anche nelle fasce più giovani di estimatori”.

Che dire se non riprendere il titolo di un capolavoro del cinema del 1952, Deadline, ovvero L’ultima minaccia, di Richard Brooks con Humphrey Bogart fantastico protagonista, e concludere “È la stampa, bellezza! La stampa! E tu non ci puoi far niente! Niente!”?

n.b.

non dimenticate di leggere anche il mio nuovo blog personale www.francoziliani.it e Lemillebolleblog www.lemillebolleblog.it

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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