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Degustazioni

Rosso di Montalcino 2019 Gorelli

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Solo un Rosso, ma allo stesso livello o meglio di molti Brunello di Montalcino

Premessa indispensabile. Non sono una wine influencer bella e magari ammiccante e dalle belle gambe (o altro) in bella vista, o un giovanotto con tanti followers e senza cultura del vino e non sono nemmeno un diffamatore seriale specialista in redazionali pubblicitari e nel dire scempiaggini quando intervistato, e quindi non sono stato invitato, come è giusto che sia, in linea con questi tempi infami, a Benvenuto Brunello Off, l’evento organizzato dal Consorzio del Brunello di Montalcino per presentare alla stampa i Brunello di Montalcino 2016, Brunello Riserva 2015, Rosso di Montalcino 2019, Moscadello e Sant’Antimo di 140 cantine.

Pertanto, non avendo avuto questo piacere, cosa  volete che sia, del Brunello di Montalcino sono solo oltre 30 anni che scrivo, in fondo sono quello che per primo ha aperto il vaso di Pandora e sollevato il tombino sulla fogna di Brunellopoli che vide coinvolti nomi potenti come Banfi, Frescobaldi, Marchesi Antinori tra gli altri, in definitiva rispetto a qualche furbo, cialtrone, leccaculo e opportunista (nomi? Poco conta, ce ne sono tanti nella variopinta fauna che oggi, su carta e in Rete, si occupano, spesso con competenze risibili, di vino), mi limito ad assaggiare i vini del borgo dove il Sangiovese in purezza si esprime come in nessun’altra parte al mondo, da casa.

Magari nel bel villaggio dove accanto a qualche farabutto che mi disprezza, ovviamente ricambiato al cubo, tornerò ancora, come ho fatto lo scorso luglio, al limite cercheranno di tagliarmi le gomme dell’auto, come hanno provato a fare anni orsono… Qualche amico in quel posto l’ho ancora, qualche produttore serio, capace e storico come Lisini, Ciacci Piccolomini, Il Colle, San Lorenzo, Eredi Fuligni, e altri di più recente storia. Come marchio, non come esperienza.

Uno di questi, che ho riabbracciato a luglio, si chiama Giuseppe Gorelli. Famiglia storica di Montalcino, ora salita agli onori della fama anche perché un nipote, Gabriele, è diventato di recente il primo Master of wine italiano, e un passato, nonostante Giuseppe abbia solo una cinquantina d’anni, importante, che parla della consulenza per anni, come “enologo condotto”, mi sia consentita l’espressione, collaboratore del Consorzio. E soprattutto creatore, con l’ex moglie Gigliola, di un’azienda, Le Potazzine, che tutti ben conosciamo e che insieme hanno portato alla notorietà e ad essere stimata da tutti, me compreso, che ai vini di quella cantina ho dedicato fior di articoli e i cui Brunello ho spesso inserito nelle mie selezioni per le degustazioni di Brunello di Montalcino che ho condotto per anni per una nota Associazione della Sommellerie italiana.

Poi, come accade purtroppo nella vita, le coppie scoppiano, esplodono simil guerre dei Roses, i matrimoni vanno a farsi benedire e nel caso dei due il sodalizio, umano e lavorativo, è finito.

Oggi a condurre l’azienda che Gigliola e Giuseppe crearono, sono rimaste Gigliola e le due deliziose figlie, Viola e Sofia, le due “potazzine”, e Giuseppe oltre a fare consulenze, è un enologo con i controfiocchi, in diverse zone italiane, ha pensato, mica poteva mettersi a fare il pensionato alla sua età e con il suo talento, di aprire un altro capitolo della sua vita.

Si è risposato, con una splendida giovane donna che arriva una terra che ho e avrò sempre nel cuore, la Polonia, e oltre a curare la sua felicità ha pensato bene di tornare a curare le vigne e di fare vino.

Il primo parto del suo lavoro nel Podere Cerrino, nella sua azienda agricola, poca roba, circa 4 ettari e un paio d’altri in affitto, che tirandosi su le maniche ha creato, è stato un Rosso di Montalcino 2018 di una qualità tale che subito due rabdomanti della qualità come Pietro ed Emanuele Pellegrini, alias Pellegrini Spa, ci hanno messo le mani decidendo di distribuirlo. Come pure un olio extravergine di quelli così bboni che li trovi solo in Toscana.

Il secondo, l’avevo già assaggiato quando ero andato a trovarlo il luglio scorso, e ora che è in bottiglia e in commercio l’ho ribevuto e sono rimasto entusiasta, è il Rosso di Montalcino annata 2019.

Un Rosso, posso dirlo?, lo dico, che farebbe la barba a fior di Brunello. A proposito del quale, purtroppo dovete per ora solo fidarvi e se fossi in voi, semplici appassionati, enotecari e ristoratori (a proposito un abbraccio e tutta la mia più calorosa solidarietà, addà passà a nuttata…) io farei partire una prenotazione preventiva, perché se io capisco ancora qualcosa di vino il 2018 e il 2018 riserva, che dovrete aspettare almeno sino al 2023, sono non dico buoni, ma stratosferici. Li abbiamo degustati in anteprima a luglio, la collega svedese Katerina Andersson, l’amico sommelier AIS Giorgio Rinaldi ed io, e siamo rimasti senza parole talmente sono buoni.

Quindi, en attendant Brunello, che quando uscirà immagino farà venire qualche stranguglione a qualcuna e darà uno scossone deciso alla graduatoria dei valori in campo nella patria della più prestigiosa Docg toscana, godiamoci questo Rosso 2019 (ma volendo è disponibile anche il 2018, prezzo operatori 21, 70 più Iva, diciamo potrebbe finire intorno ai 30 sullo scaffale e in carta), affinamento di 10 mesi in botte grande, prodotto in 13.000 bottiglie da 0.75 e 250 magnum, un vino che a me piaciuto tantissimo. Anche per la retroetichetta dove si legge una frase da applausi: “la passione con cui è stato prodotto vi porterà a degustarlo con piacevole serenità”.

E io serenamente domenica sera, prima di dedicarmi alla visione in TV di un film struggente e crudele come Un sacchetto di biglie (Un sac de billes) tratto dall’omonimo romanzo di Joseph Joffo, che racconta con delicatezza e poesia l’odissea di una famiglia di origine ebraica nella Francia di Vichy e dell’Occupazione nazista (ho letto tanti libri su quel periodo e penso di aver visto almeno cinque volte Lacombe Lucien di Louis Malle e ogni volta resto affascinato e turbato pensando alla Francia dei collabos, di Je suis partout, di Pierre Drieu La Rochelle, Robert Brasillach, ai Déscombres e ai Deux Etendards di Lucien Rebatet, autore anche di un’ottima Histoire de la musique, a Bagatelles pour un massacre del mio amatissimo Louis Ferdinand Céline…) questo Rosso di Gorelli me lo sono proprio goduto.

Vino elegante, schietto, autentico, senza furbizie, diretto, proprio lo è il produttore, davvero una bella persona, vino che esalta le caratteristiche di eleganza di un territorio e di un grande vitigno, Messer Sangiovese, che solo farabutti ed imbecilli, e taroccatori, volevano far diventare (qualcuno lo anche fatto e puntualmente una certa guida, e Giacomino Suckling, Robert Parker, quello originale e quello der Tufello, li portavano in palmo di mano: incompetenti o complici?) altra cosa. Un vino come tanti altri, pesante, concentrato, inchiostroso nel colore, volgare, senza la finezza del Sangiovese.

E in attesa del Brunello 2018 di Gorelli e di parlarvi di un altro vino di Giuseppe, il Toscana Sangiovese Brigo, ottenuto da vigne di Sangiovese giovani, con uve fermentate insieme ai raspi, non affinato in legno ma solo in acciaio, eccovi la bellezza del Rosso 2019, colore rubino squillante luminoso, multi riflesso, naso fresco, inconfondibilmente toscano e sangioveseggiante, profumato di ciliegia, macchia mediterranea, erbe aromatiche, un filo di pepe e ginepro, goloso, succoso ben polputo in bocca, con salda struttura tannica presente ma non aggressiva, largo e pieno, una grande ricchezza di sapore e lunga persistenza, e una dolcezza espressiva, una “luminosità” in bocca che conquista.

Io a Benvenuto Brunello Off non sono stato ammesso (qualche cialtrone si vendica così, dimostrando la propria miseria, perché su Montalcino e le sue derive passate ho sempre detto quello che penso, senza esclamare, come altri, Viva Banfi!) e difatti domani pubblicherò un breve resoconto di una collaboratrice, una wine influencer e wine instagrammer non solo bella ma dotata di cervello e capacità di giudicare i vini, Elisa Gubellini, ma sono pronto a scommettere che i più intelligenti tra i degustatori presenti all’assaggio, c’era anche qualche imbecille, ma che ci volete fare così vanno le cose del mondo, degustando il Rosso di Montalcino 2019 di Giuseppe Gorelli si saranno chiesti: sicuri che sia solo un Rosso e non un Brunello?

n.b.

non dimenticate di leggere anche il nuovo blog personale www.francoziliani.it e Lemillebolleblog www.lemillebolleblog.it

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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