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Editoriali

I Rosé di Provence volano in UK: e gli italiani che fanno? Dormono…

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Una modesta proposta: perché non creare una nazionale italiana dei rosati per sbarcare a Londra?

È quasi un mese che volevo prendere lo spunto da questo articolo dell’edizione online della rivista inglese Harpers (della cui edizione cartacea sono stato per quasi due anni columnist in tandem con il mio amico e maestro Master of wine Nicolas Belfrage) per fare un discorso a me caro: l’incapacità del mondo, variegato, dei rosati italiani di fare squadra e di proporre le proprie tante gemme all’estero.

Leggiamo innanzitutto la puntuale cronaca di Lisa Riley apparsa lo scorso 23 febbraio. Ci viene raccontato, e non è una sorpresa, tranne che nei numeri, che nel 2020 l’export dei Rosé Vins de Provence in UK è aumentato di ben il 51% sia in volume che in valore, come ha comunicato il Conseil Interprofessionnel des Vins de Provence (CIVP).

Questo significa che si è passati a 11,56 milioni di bottiglie esportate contro le 7,67 del 2019, facendo del Regno Unito il secondo più grande mercato estero in termini di volume.

Una cosa da lasciare sbalorditi, tanto più che si è verificata nel 2020, annus horribilis di un fottuto coronavirus che ha picchiato forte anche in UK, con 697 mila morti, circa 91.000 in più della media degli anni precedenti, con oltre 80.000 casi di morte riconducibili al covid-19.

Il presidente del CIVP, Jean-Jacques Bréban, commentando i dati ammette che i risultati sono stati superiori alle aspettative, ma si attende un 2021 molto difficile, pur dichiarandosi ambizioso e ottimista circa il potenziale di sviluppo del mercato dei vini di Provence anche per gli anni a venire e assicura che tutto il comparto continuerà a “intraprendere, innovare e comunicare”, questo anche attraverso una campagna di comunicazione in UK prevista per il 2021. A questo proposito si tenga conto che nel 2020 il CIVP ha aumentato il proprio budget per le attività di marketing e promozione all’estero del 100%.

La campagna 2021 punta a sottolineare la diversità stilistica esistente tra le AOC del rosato provenzale: Côtes de Provence, Coteaux d’Aix-en-Provence e Coteaux Varois en Provence e punta ad un ulteriore enfatizzazione dell’immagine dei Vins de Provence come “premium wines”, vini dall’estrema versatilità nell’abbinamento ai piatti e perfetti da bere in ogni periodo dell’anno.

Questo fanno i campioni della Provence e noi italiani cosa facciamo per proporre i nostri rosati all’estero e in UK segnatamente? Poco, anzi pochissimo, direi quasi nulla.

Sono un paio d’anni che non mi reco a Londra per wine tasting ma ho ben chiaro, e non credo che sia cambiato molto, il quadro di una presenza dei nostri rosati nella capitale inglese, che è la capitale mondiale del wine trade, ridotta a qualche sparuta presenza e niente più.

Niente di organico, di coordinato, nessuna strategia, tutto lasciato all’iniziativa degli importatori, i tantissimi importatori, molti dei quali bravissimi, di vini italiani in UK, parlando con molti dei quali ho riscontrato una perplessità costante, il non riuscire a capire perché gli stessi protagonisti dell’italian rosé wine scene, i produttori delle zone storiche come il Garda, l’Abruzzo, la Puglia e quelli delle zone emergenti anche in campo di rosati, l’Etna innanzitutto, poi la Toscana (dove ci sono fior di rosati da Sangiovese e da Canaiolo da urlo), il Piemonte (rosati da Nebbiolo e da mix di diverse uve rosse autoctone), la Calabria, le Marche, la Campania, non prendessero il coraggio a domani e decidessero di fare qualcosa, di strategico, di studiato, di non episodico per farsi conoscere.

Eppure, mi dicevano i miei interlocutori, ci sarebbero un mercato, dei consumatori, ristoranti, enoteche, wine bar, che abitualmente propongono rosé francesi, ma io ho visto a Londra rosati un po’ di tutto il mondo, californiani, australiani, cileni, argentini, spagnoli, persino bulgari e polacchi, curiosi e pronti ad accogliere i nostri rosati.

Il grosso problema è che la nostra nazionale dei rosati e, consentitemi la metafora, sarebbe una nazionale che potrebbe schierare fior di campioni, se ci fosse la volontà di proporsi come nazionale e di affidarsi ad un selezionatore e trainer, è un’idea, un’ipotesi, che si scontrerebbe, se riuscisse a scendere in campo, con una formidabile e collaudata nazionale, quella dei Rosé de Provence. Più altre formidabili formazioni outsider che mes amis les français sono in grado di mettere in campo, che si chiamano Bandol e Tavel.

Lo scorso anno ho degustato, anzi bevuto, in Italia e nella fatal Paris, in luglio, almeno 150 rosati, la maggior parte italiani, ma anche francesi. Posso dirvi una cosa di cui sono assolutamente persuaso? Vi dico che i francesi, i provenzali, ma anche i produttori dell’unica AOC totalmente in rosa, Tavel, e quelli di quel formidabile terroir (terra anche da sensazionali bianchi e rossi) come Bandol, possono fregiarsi di fuoriclasse assoluti, di Platini, Messi, Ronaldo (il vero quello interista, ma anche l’antipatico portoghese), Pelé e Rummenigge, ma sono vini che nella maggior parte dei casi presentano prezzi importanti, da rossi, nell’ordine dei 15-20 euro. E più in alcuni casi mediatici come i Rosè del duo Angiolina Joly-Brad Pitt, quelli di Château d’Esclans, poi Minuty e altri.

Noi abbiamo anche qualche fuoriclasse assoluto, qualche campione di assoluto indiscutibile valore, ma possiamo mettere in campo una squadra vastissima formata da un insieme di formidabili giocatori di grande livello. E permetterci il lusso di tenere in panchina altre due, tre squadre di riserve che se scendessero in campo farebbero la stessa splendida figura dei titolari. Squadre composte da vini che oltre ad avere il pregio di essere espressione di tanti vitigni autoctoni, dal Groppello a Corvina, Rondinella, Molinara gardesani, al Montepulciano abruzzese, ai Negroamaro, Uva di Troia, Susumaniello, Bombino nero pugliesi, al Nerello mascalese dell’Etna, al Gaglioppo calabrese, a Sangiovese e altrI toscani, al Lagrein altoatesino, avrebbero un atout formidabile: costano meno dei pari livello francesi.

Bene, si fa per dire, nessuna denominazione, a parte il Bardolino Chiaretto, e se non fossero dei casinisti i pugliesi e gli abruzzesi, avrebbero non solo la massa critica di bottiglie sufficienti per aggredire i mercati, ma i mezzi finanziari per fare una campagna di promozione e marketing per proporsi in UK. Non l’ha la denominazione a mio avviso più interessante, coesa, coerente di tutto il nostro variegato scenario in rosa, la gardesana Valtènesi, una sessantina dei cui 2019 ho degustato il giorno del mio compleanno nella sede del Consorzio in settembre trovandoli in perfetta forma, dotati di una stilistica comune, di una riconoscibilità anche nel colore, di una piacevolezza, di un’eleganza da far la barba a fior di competitors provenzali, 2019 molti dei quali se li riassaggiassi oggi troverei ancora in condizioni spettacolari (alla faccia dei gufi che dicono che i migliori vini gardesani non reggono e vanno bevuti entro l’anno: provare ora i Valtenèsi 2018  2017 delle Chiusure, l’esemplare azienda del presidente del Consorzio, Alessandro Luzzago, per picchiarci il naso).

Però, boia fauss, se dimenticando per un attimo campanilismi, mentalità provinciali, ragionamenti miopi e dalla mentalità ristretta, che ad esempio sul Garda hanno superato, tanto che oggi i due Chiaretto, il Bardolino Chiaretto ed il Valtènesi, dialogano e collaborano fattivamente, si riuscisse ad unire le forze e fare veramente squadra, io sono pronto a scommettere (anche i “gioielli di famiglia”) che se una nazionale dei migliori rosati italiani avesse la follia, il coraggio, la volontà caparbia, la voglia di rischiare e mettersi alla prova, di proporsi unita, ben coordinata da qualcuno (io ho in mente chi, lo conosco bene, anzi, li conosco, perché i selezionatori dovrebbero essere due, un certo F.Z. e un certo Angelo Peretti) che i rosati italiani ben conosce, a Londra e in UK si potrebbe fare bingo.

E non dico intaccare la primazia, la leadership dei transalpini, magari portare via loro un pezzetto della torta mercato dei rosati in UK, o magari, why not?, rendere più grande la torta e consentire ai rosé wines fans nel Regno Unito di apprezzare e godere non solo Côtes de Provence, Coteaux d’Aix-en-Provence e Coteaux Varois en Provence, oppure Tavel e Bandol (per tacere dei Rosé della Loire, che sono molto buoni a loro volta, come pure altri del Languedoc) ma anche i tanti, stupendi, meravigliosi, espressivi, inimitabili rosati d’Italia.

Perché non provare, diamine!, perché non crederci?

n.b.

non dimenticate di leggere anche il mio nuovo blog personale www.francoziliani.it e Lemillebolleblog www.lemillebolleblog.it

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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Angelo Peretti
Angelo Peretti
30 giorni fa

Franco, ti ringrazio per la citazione.
Come in altre parole dici anche tu, il problema è – permetti che usi questa definizione – la cosiddetta massa critica: le denominazioni italiane dei vini rosa sono in genere molto piccole ed essendo piccole non ci sono fondi a disposizione o ce ne sono pochissimi, insufficienti ad impostare azioni promozionali di ampio respiro. A dire il vero, ho cercato di trovarli a Bruxelles, ma per ora l’esito è stato negativo.
L’altro “problema” è che le denominazioni “rosa” italiane sono distribuite su tante regioni e tanti territori. Non è un caso che vadano forte i provenzali (non i francesi), che sono concentrati in un’unica “regione”. Dunque, non è possibile confrontare Provenza e Italia, in termini di capacità di reperimento di fondi e di coordinamento. Non solo: le denominazioni provenzali del rosé sono tantissime, una quindicina se non ricordo male, tutte concentrate territorialmente, e questo credo che dia loro una potenza di fuoco gigantesca quando si tratta di andare a cercare fondi. Tante denominazioni concentrate in un’unica regione, tutte specializzate su una tipologia specifica di vino – il rosé – costituiscono una risorsa non paragonabile con alcun altro territorio.
Comunque, articolo interessante.

Francesca Guarnaschelli

Condivido perfettamente! Tra l’altro da, enotecaria aggiungo che c’è un gran lavoro di comunicazione da fare sul consumatore in merito ai vini rosati, impera una cassa ignoranza

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