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Accà nisciun é fess

Barbaresco 2001 Gaja: mon Dieu, che delusione!

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Nasce una nuova rubrica di degustazioni: accà nisciun è fess

Tout se tient recita un’icastica definizione nella più bella lingua del mondo (insieme al nostro italiano, l’adorato francese). Tutto è collegato, il cerchio si chiude, potrebbe essere la giusta traduzione. E chiamando in causa un pensatore immenso come Friedrich Nietzsche, la teoria dell’eterno ritorno, l’universo che rinasce e poi muore ancora in base a cicli temporali fissati e necessari, ripetendo eternamente un certo corso e rimanendo sempre se stesso, ovvero l’infinità circolare del tempo, viene da pensare che quello che era valido un tempo torna ad esserlo, in forme diverse e trasmutate.

Venendo a noi e a cose più semplici, oltre vent’anni fa, ai miei esordi internettiani, con un sito che fino ad un mese fa era ancora online e ora vedo essere under construction (il dominio non è più mio e spero che l’archivio di anni di articoli non sia andato perso, sarebbe molto triste…)  ovvero Wine Report, www.winereport.com un sito battagliero, pirata, dove pubblicai articoli controcorrente che mi valsero il soprannome, cui tengo molto e che ritengo ancora valido, di “franco tiratore”, avevo creato una rubrica periodica.

Insieme ad un amico sommelier, che oggi figura nel sinedrio, pardon, del Consiglio nazionale dell’A.I.S., Giorgio Rinaldi, assaggiavamo vini importanti e costosi che erano premiati, anzi tribicchierati, da una famigerata guida, e puntualmente scoprivamo, senza nessun preconcetto o arrière pensée, assaggiando e giudicando e poi valutando anche il prezzo, che spesso quei vini erano clamorosamente sopravvalutati. Che non meritavano tutti quegli elogi, arrivati spesso non si sa come, e non giustificavano il prezzo elevato che avevano.

Originariamente questa rubrica, che mi procurò non poche inimicizie (eufemismo) si chiamava, con un gioco di parole un po’ greve che solo i lombardi potevano capire, “Va a dà via el cru” (non traduco, possono capire anche i romani…) ma poi con Giorgio abbiamo pensato di ribattezzarla, non cambiando l’impostazione degli articoli, Vini all’indice.

Peccato che oggi Wine Report non sia visibile, perché sarebbe divertente farvi leggere alcuni di quei pezzi. E altri dove raccontavo, con stile zilianesco, quello che accadeva in Langa, la battaglia dei tradizionalisti del Barolo e del Barbaresco contro furbetti e cialtroni che volevano colpire al cuore i due sacri vini base Nebbiolo di Langa.

Tra tanti articoli spiccavano quelli che dedicai, scrivendo cose che nessuno ebbe il coraggio (e altro) di scrivere, su un celeberrimo produttore italiano che conosco dal lontano 1984, un Re del vino piemontese, il sovrano del Barbaresco, ovvero Monsù Angelo Gaja. Quando lui decise di declassare a Langhe Nebbiolo i suoi preziosi (in tutti i sensi) cru di Barbaresco, Costa Russi, Sorì Tildin e Sorì San Lorenzo, raccontando all’universo mondo che l’aveva fatto per poter addizionare al Nebbiolo, come da prassi antica (a suo dire) un po’ di Barbera (per l’acidità ed il colore) io fui l’unico al mondo ad alzare la manina e dire: a chi vuoi darla a bere Angelo, tu declassi i super cru a Langhe Nebbiolo perché quella denominazione consente di aggiungere sino al 15% di altre uve oltre al Nebbiolo. La Barbera sicuramente, ma, vedi caso, anche quel Cabernet Sauvignon (che Gaja ha in vigna dagli anni Ottanta e da cui nasce il Darmagi) o, volendo, Merlot e Syrah. Tutti vitigni dotati di una materia colorante ben diversa da quella del Nebbiolo…

Non successe niente, non fui querelato o smentito, ma quegli articoli vennero letti e commentati anche a Londra e negli States, ma Gaja per anni non mi rivolse più la parola. Poi, anni fa, accadde, i tempi cambiano, il tempo passa, la ruota gira, tout se tient, l’eterno ritorno, certe mode nefande e deteriori passano, che, soprattutto per volontà delle figlie di Gaja, si prendesse la decisione di far tornare i cru diventati Langhe Nebbiolo nell’ambito della Docg Barbaresco…

E i vini, visto che Gaja dispone di vigneti in zona Barbaresco a dir poco strepitosi, posizioni perfette, piano piano, anche se mantengono un inconfondibile stile Gaja, i vini sono cambiati, eccome se sono cambiati! Hanno perso gran parte di quell’international style che li caratterizzava, la presenza del legno è sfumata, il colore è tornato magicamente ad essere quello del Nebbiolo senza ricordare più quello di altre uve…

Fidatevi di me, se avete un bel po’ di soldi da spendere, perché i prezzi non sono cambiati (anche se dieci giorni fa ho avvistato in un’enoteca a Milano una bottiglia di Barolo Dagromis 2016 di Gaja a solo 60 euro), i Barbaresco 2017 di Gaja, l’annata e i tre cru sono a dir poco, soprattutto il Sorì Tildin, che quando l’ho assaggiato a settembre a momenti urlavo dall’entusiasmo tanto era buono, andrebbero comprati senza esitazioni. Sono tornati ad essere degni del nome Gaja, ad essere tra i più buoni vini di Langa, quindi italiani, quindi del mondo intero.

Con questa consapevolezza, felice che le Roi, le sue figlie e l’erede al trono Giovanni, che porta il nome del babbo di Angelo, per anni Sindaco di Barbaresco e personaggio di fondamentale importanza nella storia di quest’azienda, siano tornati al vertice (nel contempo da oltre un annetto Gaja è tornato a parlarmi e ho conosciuto la figlia minore, la bella e simpaticissima Rossana) oggi ho deciso di fare una cosa.

La bottiglia aspettava in cantina da tempo, l’annata era strepitosa, il fantasmagorico 2001, che personalmente preferisco al celebrato 2000, caro a Parker, Suckling e agli americani (ma noi barolodipendenti italioti gli preferiamo senza esitazioni il 1999 e il 2001) e quindi ho pensato di coinvolgere, non faccio il suo nome, un amico sommelier del cui parere mi fido, nell’assaggio. Bottiglia portata a casa da due giorni e lasciata in piedi perché eventuali depositi precipitassero, lasciata chambrer adeguatamente, i bicchieri migliori per quel tipo di vino scelti (i Wine Wings di Riedel) e stappatura affidata all’amico.

Tappo perfetto, il consueto tappone lungo che Gaja usa per i suoi vini, ma appena versato il vino nei calici e poi lasciato respirare (abbiamo deciso di non decantarlo, non c’era bisogno) abbiamo cominciato a guardarci negli occhi (non è scoppiato nessun amore, entrambi preferiamo ancora le donne) e sono partiti una serie di sospiri. Non di piacere ahimè…

Il colore era normale, anche se abbastanza intenso, il naso inconfondibilmente nebbioloso, abbastanza elegante, ma non ricchissimo di sfaccettature, ma il primo commento che ci è scappato, quasi all’unisono, prima si è espresso il socio e io ho concordato in pieno, è stato: sembra di bere uno Sforzato della Valtellina! L’impressione, non confortante, era di trovarci di fronte ad un vino da uve molto mature o sovramature, l’atmosfera era a metà tra Sfursat e Amarone della Valpolicella, di degustare un vino che non spiccava di certo per eleganza e, posso dirlo?, tipicità. Piuttosto anomalo.

E le cose sono andate peggio quando siamo passati all’assaggio del vino, perché quasi in coro ci siamo detti: tutto qui? La presenza del legno (francese e piccolo) che a naso era tutto sommato discreta al gusto era notevole, ma il vino non ci ha affatto entusiasmato perché era decisamente corto, un po’ magro, privo di quell’allungo, di quell’ampiezza, di quella struttura importante che é normale e doveroso attendersi da un Barbaresco, Di annata 2001, mica 2002 o 2003, e prodotto da un certo Gaja. Mica da Ziliani o dall’ultimo piciu o fafiuché che passa per strada. Un vino che se lo cercate e trovate on line non costa meno di 300 euro.

Che dire? Che ci ha preso, ha preso soprattutto a me, che dei due degustatori sono quello che scrive, l’altro il sommelier i vini di Gaja li acquista e li ha in carta (la gente li chiede ed è giusto sia così) una certa malinconia. Mi sono cascate le braccia, e altro.

Ed io, che vorrei tanto dare ascolto a due persone importanti, in misura diversa per me, che mi suggeriscono di parlare degli aspetti positivi del vino, dei vini buoni, perché dice in particolare il primo, Oscar Farinetti, li so degustare e raccontare, l’altra persona è una Femme speciale dei cui consigli cerco di far tesoro e che mi dice spesso che eccedo in polemiche (e io se solo me lo chiedesse sarei pronto a rinnegare il franco tiratore e a diventare persino buonista ed esclamare tutto va bene madama la marchesa!) sapete cosa ho deciso di fare?

Ho deciso di raccontare, augurandomi che Angelo Gaja e famiglia non mi decretino per questo l’ostracismo per altri dieci anni, in fondo ho detto chiaramente che i loro Barbaresco 2017 oggi mi entusiasmano, cosa devo fare di più?, questa esperienza negativa di oggi, e ritornando ai tempi di Wine Report di riprendere la vecchia rubrica che si chiamò “Va a dà via el cru” e poi Vini all’indice. E di ribattezzarla chiamandola o La grande déception, oppure, più icasticamente, alla napoletana, ripensando ad una celebre battuta di Totò, accà nisciun è fess… Buon sabato sera e buona domenica, guagliù!

n.b.

non dimenticate di leggere anche il nuovo blog personale www.francoziliani.it e Lemillebolleblog www.lemillebolleblog.it

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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Ale
Ale
6 mesi fa

Critiche scritte con questo tono non le porteranno mai problemi.
La questione è che spesso è maleducato arrogante e presuntuoso

Ale
Ale
6 mesi fa
Reply to  Franco Ziliani

Si figuri , ci mancherebbe.
Mi permetto anche di consigliarle di essere più prudente con certe sue uscite.
Se giura di non scrivere più dei vini delle langhe , poi non può continuare come se nulla fosse . Si chiama coerenza.
Auguro anche a lei una serena e fredda domenica

Ale
Ale
6 mesi fa
Reply to  Franco Ziliani

Ma fa benissimo, caro Ziliani. Al solito lei confonde la causa e l effetto. L assurdità è dichiarare che non scriverà più di langhe per questioni che non centrano nulla con la qualità del vino. Il cambiare idea è secondario.
Ma se dichiara ai 4 venti una decisione stupida, rendendosi ridicolo, sia almeno coerente. Se no fa la figura del pirla 2 volte.

Marianna
Marianna
6 mesi fa

Caro Franco, ho avuto occasione di assaggiare il Barbaresco Gaja 2001 ad Alma. Era in degustazione insieme ad altre 20 bottiglie di Barolo e Barbaresco di diversi produttori eccellenti. Tra tutti, Gaja è arrivato 21esimo, ovvero ultimo della lista, per poca lunghezza gustativa, poco corpo, poca struttura.
Abbiamo poi messo in fila tutte le bottiglie, simulando un’enoteca, con le etichette esposte: tra tutte la più attraente risultò essere quella di Gaja.
Morale della favola: a livello di marketing sono il top ed anche i Cru sono eccellenti, ma il Barbaresco deriva dall’accorpamento di uve di seconda scelta…e forse tagliano più che possono, con altri vitigni come la Barbera.
Articolo comunque molto interessante
Ps 1-Anche a me piace parlare solo bene dei vini che scrivo:se nn mi piacciono non ne scrivo. Il problema è di chi li fa.
Ps2-L’amico sommelier con il quale hai condiviso la bottiglia, non sa aprirla: ha tagliato male la capsula

Roberto Carli
Roberto Carli
6 mesi fa

non so se definirla coraggioso o sfrontato a scrivere quelle cose di Gaja e del suo Barbaresco 2001 che l’ha deluso. In ogni caso complimenti per il fegato

Sergio Rossi
Sergio Rossi
6 mesi fa

ma chi ti credi di essere da scrivere quelle cose assurde del Barbaresco di uno dei grandi produttori italiani orgoglio italiano nel mondo?
tu non sei nessuno

Leonardo Ricci
Leonardo Ricci
6 mesi fa

articolo impeccabile, analisi circostanziata, niente da dire. Anche a me é capitato più di una volta di essere deluso dai vini di Gaja. Non solo quelli delle Langhe ma quelli di Bolgheri e il suo Brunello di Montalcino

Paola Rizzi
Paola Rizzi
6 mesi fa

sono pronta a scommettere che Gaja delle sue critiche e del suo attacco feroce e stupido se ne farà un baffo

Ruggero Romani
Ruggero Romani
6 mesi fa

Devo dire che 2 anni fa ebbi un’ analoga delusione con un Sori’ San Lorenzo 2001, oltretutto molto più costoso ….

Salvo
Salvo
6 mesi fa

Ho avuto occasione di assaggiare il barbaresco di gaja non più di 2/3 volte in vita mia rimanendo sempre stupito di come sia possibile che queste bottiglie abbiano prezzi così sbilanciati rapportati alla qualità del vino. Cortese, castello di neive, i produttori del barbaresco ecc… fanno vini strepitosi a prezzo di molto inferiori. Con 300€ o poco più vai via con una cassa di santo Stefano riserva di castello di neive…e non dico altro. Saluti

Simone N
Simone N
6 mesi fa
Reply to  Franco Ziliani

Mi associo. Soprattutto sul Santo Stefano Albesani di Castello di Neive e sul Montestefano di Serafino Rivella(strepitoso anche il Dolcetto
d’Alba). Aggiungerei come parvenu Luigi Voghera e il Suo Basarin. Ora produce anche un Cottá. Costa poco, legni grandi, macerazioni medio lunghe e soprattutto vini che non rimangono ingessati con il passare degli anni, come molti omologhi “moderni” senz’anima, ma che evolvono in complessità. Compro diretto. Qualche vecchia annata nel listino.

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