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Interrogativi

Antonio Intiglietta, manager Compagnia delle Opere, sbarca in Salento

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Si inventa viticoltore e cosa pianta? Geniale, Cabernet Sauvignon

Cosa fa clamorosamente difetto oggi nel mondo del vino? I soldi, direte tutti e avete ragione, perché l’emergenza coronavirus ha fatto emergere la fragilità ed il precario equilibrio su cui si reggono molte aziende vinicole italiane, e l’ha enfatizzata. Quello che però fa maggiormente difetto, a mio avviso, portate pazienza se sono barbogio, ho 64 anni e sono da 37 nel mondo del vino, sono idee, strategie e soprattutto buon senso.

Oggi, perdonate il gioco di parole, vanno di moda le mode, e sempre più spesso, invece di prestare attenzione e fare tesoro delle esperienze di padri e nonni, che non avevano Internet e Google, socializzavano ma solo davanti ad una buona bottiglia di vino e a qualcosa di buono da mangiare, a tavola, non sapevano nulla di algoritmi, biodiversità e wine influencer, e magari avevano come Presidenti del Consiglio De Gasperi e Craxi e non pochette Conte o Gentiloni, si ragiona a capocchia. Si va a naso, si provano cose strane all’insegna del…famolo strano.

Quante cose stravaganti si vedono ancora nel mondo del vino, quanti esperimenti, quante sciocchezze dettate o da ignoranza crassa (che nel mondo del vino imperversa) o da un’insana volontà di épater non les bourgeois bensì le guide o i consumatori dai gusti perversi, o dare ascolto alle forze vendita che chiedono novità e magari vorrebbero uno spumante verde.

Oggi nel vigneto Italia, così ricchissimo di straordinarie varietà autoctone (cito Arneis, Timorasso, Croatina, Lagrein, Dolcetto, Barbera, Pelaverga, Nerello Mascalese, Verdicchio, Aglianico, Fiano, Greco, Falanghina, Magliocco, Gaglioppo, Nosiola, Erbaluce, Sangiovese, Canaiolo, Pignolo, Nebbiolo, e poi Negroamaro, Nero di Troia, Sussumaniello, Verdeca, Malvasia nera, Bombino nero, Minutolo, ecc. ecc) così tante e valide che mes amis les français manco se le sognano, è diventato à la page piantare, dopo che abbiamo piantato gli internazionali, i bordolesi, più lo Chardonnay, in ogni dove, due vitigni franciosi. Parlo del Petit Verdot e del Petit Manseng.

Il Petit Verdot è presente nella zona di Bordeaux ma non c’è un solo Château, nemmeno uno dei più leggendari tipo Margaux, Mouton Rotschild, Lynch Bages, Haut-Brion, ecc che si sia mai sognato di utilizzarne se non piccole percentuali, massimo 3-4% e non in tutte le annate. Cosa succede invece nella patria dei furbi, in Italia e segnatamente in Toscana? Che qualche “genio” abbia pensato, immaginando così di essere il più fico del bigoncio, di uscire sul mercato con dei Petit Verdot in purezza. Che hanno trovato posto, in certe vigne, accanto al Cabernet franc, che ha avuto negli anni scorsi il proprio momento di popolarità, anche nella patria di Renzi. Come sono quei vini? Non lo so e non mi può fregare di meno sapere come siano.

E parimenti modaiolo è diventato, l’ho avvistato in Alto Adige, sui Colli di Parma, in Toscana, nel Lazio, il Petit Manseng, originario dei contrafforti pirenaici, presente sui coteaux du Béarn dai tempi di Henri IV. Se ne trova traccia anche in Uruguay e negli Stati Uniti. Vitigno base dei vini del Jurancon insieme al Courbu blanc, e poi vitigno basilare nel Pacherenc du Vic-Bilh, nel Tursan e nel floc de Gascogne. Cosa c’azzecchi con le rive del Lago di Caldaro, nel Lazio del Frascati quest’uva deliziosa sono ancora in attesa di capirlo.

E poi ci sono quelli che forse non sanno che siamo nel 2021 e non a fine anni Ottanta o negli anni Novanta, quelli che non sanno che la moda del Cabernet (Sauvignon in primis ma anche franc) è clamorosamente passata di… moda, che i consumatori italiani, ma anche quelli esteri, pochissime eccezioni a parte, dal Sassicaia al Darmagi di Gaja, al Tignanello dei Marchesi Antinori, di vini base Cabernet (visto che Cabernet si producono in tutto il mondo, Cina compresa) è pieno il mondo intero e che sui mercati mondiali ci sono Cabernet del Nuovo Mondo ma anche bulgari, sloveni, sudafricani, che costano poco e che hanno mercato grazie al loro rapporto prezzo qualità.

Ci sono testoni, disinformati, dilettanti allo sbaraglio o mal consigliati, che ignorano che in Puglia, sopra ho citato Negroamaro, Nero di Troia, Sussumaniello, Verdeca, Malvasia nera, Bombino nero, Minutolo, ma potrei aggiungere Primitivo, Bombino bianco, Ottavianello, Bianco d’Alessano, Pampanuto, ci sono un sacco di straordinari vitigni autoctoni da cui si ottengono vini di qualità (denuncio il mio conflitto d’interessi: sono pugliese per via di nonni materni e per le decine e decine di articoli dedicati ai vini della terra dei trulli, e dei citrulli..) e quindi quando decidono di inventarsi produttori di vino dopo anni dedicati alle più varie attività cosa fanno? Piantano Cabernet Sauvignon in terra salentina, roba de matt!

È questo il caso, nella sua Tenuta Liliana posta nel cuore del Salento, nell’agro di Alezio e Parabita, “tra le rocce delle Serre Salentine e la costa ionica”, di una vecchia lenza della politica e del mondo, a tinte chiaroscurali, del manageriato, in uno stretto rapporto tra politica e affari e finanza, imprenditoria e amici in Paradiso, pardon, Parlamento, del signor Antonio Intiglietta, nato a Brindisi nel 1956 (mio coetaneo).

Per chi non conoscesse il personaggio, ecco alcuni tratti del suo C.V.: “Laureato in Scienze politiche all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, è stato eletto consigliere comunale, a Milano, nel 1985 ed è stato assessore allo Sport, Turismo e Tempo Libero fino al 1987. Presidente del Convention Bureau (consorzio pubblico-privato promosso dalla Regione Lombardia in materia di attività congressistiche e fieristiche) dal 1986, poi dirigente di Prosvi-Società di formazione dal 1987 al 1990, dirigente di Enterprise-Holding a Bergamo. È stato, infine, presidente di Prosvi Polska, joint venture italo-polacca, e ad di Sibem Spa-Interporto di Bergamo.

Nel 1992 è assessore al Demanio e Patrimonio del Comune di Milano e vicesindaco con delega al Decentramento e alle Periferie dal luglio 1992 al marzo 1993. Dal 1993 al 2000 è presidente della Compagnia delle Opere di Milano e Provincia e, dal 1999, presidente del circuito europeo delle Fiere dell’Artigianato. Ex membro del CdA di Autostrada Pedemontana Spa, ex presidente del Comitato tecnico consultivo di Fondazione EA Fiera Internazionale di Milano, ex membro del Consiglio della CCIAA di Milano, è stato presidente di Sviluppo Impresa spa, di UrbAM Spa e di Compagnia dell’Abitare, società cooperativa.

Attualmente è presidente e amministratore delegato di Ge.Fi. Spa, società di servizi che opera nel mercato globale per favorire la crescita degli artigiani e delle piccole imprese. L’azienda organizza, a Milano, L’Artigiano in Fiera, la più importante manifestazione al mondo (business to consumer) dedicata agli artigiani e alle piccole imprese. La società, inoltre, gestisce l’e-commerce Artimondo, lo shop online europeo delle eccellenze artigianali, e coordina attività di promozione nei mercati globali. È, infine, vicepresidente della Camera di Commercio italo-cinese”.

Esti….i direte voi! Un fenomeno il signor Intiglietta, e chi lo mette in dubbio, a me basta solo pensare che è stato una delle eminenze grigie della Compagnia delle Opere e di Comunione e Liberazione per provare qualche brivido (soprattutto se penso ad un farfallino che scrive di vino su un quotidiano torinese ma guarda te non scrive mai del metodo classico piemontese, l’Alta Langa Docg: come mai?) solo che con cotanto curriculum, con tante conoscenze e santi in paradiso, quando Monsù Intiglietta ha pensato di mettersi (anche lui!) a far vino nel natio Salento varando un progetto appena appena ambizioso “raggiungere l’eccellenza enologica nel Salento, attraverso la selezione dei suoi migliori terroir e la massima valorizzazione di un singolo vitigno, è l’obiettivo di Antonio Intiglietta e Liliana Angelillo quando intraprendono il percorso di ricerca che li condurrà, nel 2018, a fondare la loro azienda agricola”, cosa ha fatto?

Ha tirato fuori dal cappello del mago la “genialata”, la pensata brillantissima, di produrre non uno, ma ben quattro vini “Aeterno, Ladame, Veneri e Serae, tutti a base di Cabernet Sauvignon”, che “costituiranno delle “edizioni limitate”, insignite della certificazione biologica. La migliore espressione di un’ottima annata e di un terroir eccellente e il loro affinamento ed invecchiamento avranno luogo nella barricaia sotterranea, dedicata esclusivamente al vino dei partner, immersa nelle caratteristiche profondità carsiche di quest’area”.

Sul sito Internet della tenuta veneta, pardon, bordolese, pardon, salentina, leggiamo che il “progetto vede la famiglia di Antonio Intiglietta, dalla moglie ai figli, impegnata accanto all’enologo Andrea Fattizzo, convinto che il Cabernet Sauvignon, declinato nei diversi cloni, sia il vitigno più adatto ad interpretare il terroir. I varietali vengono selezionati attraverso dettagliate analisi dei vari CRU, in collaborazione con i vivai Guillaume”.

E cosa volete che dicesse al sor Intiglietta un vivaista francese, Monsieur Pierre Marie Guillaume, che sarà anche un fenomeno, ma non conosce di certo ‘u niruamaru, se non di piantare ‘o Cabernet? E difatti, leggete: “ritengo che il Cabernet Sauvignon possa esprimere i vari terroirs a livello mondiale. È un vitigno che dosa eleganza e struttura tannica adattandosi al clima e al terreno. Il territorio salentino, le sue serre e il suo mare rappresentano una nuova sfida per un vitigno “classico” da un lato, ma “intraprendente” dall’altro”.

La cosa ancora più comica è che il multimanager ciellino, raccontandoci che “i vigneti della tenuta si trovano tra il 40° e il 45° parallelo, una fascia che avvolge il pianeta, accomunandoli alle terre che hanno visto la nascita del vino in Georgia, la storia enologica millenaria della regione di Bordeaux e il dipanarsi della saga dei Cabernet americani” (ma chi gli ha scritto ‘sti testi?) e dimentico delle belle cose e poetiche che sottolinea, “le statuette rinvenute nel santuario di epoca paleolitica nella Grotta delle Veneri, a pochi metri dai nostri vigneti, antichissime raffigurazioni della Grande Madre, sembrano confermare l’atavica predisposizione di questa terra ad offrire all’uomo una ricchezza incomparabile, stabilendo con lui una relazione speciale”, pensa addirittura di fare business  con questi Cabbernett salentini.

E propone al colto e all’inclita di credere nel suo progetto di Bordeaux alle cime di rapa, con una forma di investimento: “La condivisione, infatti, è la chiave di volta di un progetto che coinvolge partner selezionati, esperti del mondo del vino, distributori ed investitori operanti in altri settori, ma non solo. Fare il “proprio vino” investendo sull’unicità del terroir, la qualità dei processi e una filosofia produttiva in continuità con la natura è l’occasione per vivere un’avventura entusiasmante, affidandosi a mani esperte.

La proposta di co–produzione di Tenuta Liliana consente di seguire la storia del vino, dalla nascita alla maturazione delle uve, dalla vendemmia all’affinamento, da lontano o passeggiando tra i vigneti e visitando la cantina, contribuendo alla rigenerazione di un patrimonio storico, ambientale e culturale di grande valore”.

Lo fa, ricordando che gli “investimenti sul vino sono incrementati del 110% di incremento negli ultimi dieci anni. Il vino è un bene fruibile in caso di smobilizzo e costituisce indubbiamente un’appetibile occasione di crescita finanziaria, ma a spingere i partner di Tenuta Liliana è soprattutto la passione per questo unicum nell’universo enologico e una profonda fiducia in questo progetto”.

E poi ancora poesia, tante belle parole, parole, parole, “ciascuna delle persone coinvolte nel progetto di Tenuta Liliana trova nel contatto con la terra la sua anima più profonda. Consapevole che ogni suo gesto contribuisce a preservarne, valorizzarne, garantirne la bellezza e lo stato di salute, prendendo parte alle discussioni ed alle decisioni per sentirsi protagonisti di un processo di rigenerazione sociale, oltre che ambientale”.

Domanda: ma non sarebbe stato meglio, multimanager Intiglietta, spendere qualche parola in più, parlare con i vignaioli locali, girare per le meravigliose vigne ad alberello che ci sono nella sua zona, andare a parlare con produttori straordinari come i figli del grande Michele Calò, con Damiano Calò di Rosa del Golfo, con i miei amici Carrozzo, con Stefano Garofano figlio dell’indimenticabile Severino, e capire da loro, magari assaggiando i loro grandi vini base Negroamaro che oggi piantare Cabernet Sauvignon in Salento è, come direbbe il buon Fantozzi, una… ?

n.b.

non dimenticate di leggere anche il mio nuovo blog personale www.francoziliani.it e Lemillebolleblog www.lemillebolleblog.it

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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giuseppe mennella
giuseppe mennella
2 mesi fa

Un caposaldo da brividi riguardo le varieta’ francesi (forse anche spagnole) in purezza e’
un’azienda laziale della zona di Nettuno.
Peccato Alezio e vicino a Tuglie potevano produrre di meglio, il compianto Michele Calo’
si rivoltera’ nella tomba.

Ale
Ale
2 mesi fa

Ma non si annoia a cercare sempre la polemica?

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