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Editoriali

Altare vecchio non fa buon brodo. E non perde il vizio di blaterare sciocchezze

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Un barolista sopravvalutato finito in aceto

Lo sappiamo tutti che il vino può finire in aceto, in particolare la cosa capita ai vini di bassa qualità. Bene, da ieri, dalla lettura dell’intervista (in ginocchio) che un giornalista del Corriere della sera, pagine di Torino, tale Luca Iaccarino (che mi risulta essere molto nella manica di Slow Food) ha fatto ad uno dei produttori più sopravvalutati e nocivi nella storia del Barolo, il signor Elio Altare da La Morra, sappiamo che in aceto possono finire non solo i vini ma anche i produttori.

Povero Altare, sta invecchiando male proprio come i vini suoi e della masnada degli amici e compari dei Barolo boys, quelli che andarono per cambiare il Barolo, anzi stravolgerlo (anche con mezzi illeciti, non mi si costringa a tirare fuori i documenti per carità di patria…), e finirono suonati. Sconfitti dal mercato, dai consumatori dal buon senso.

Cosa ha fatto mister Arborina, quello che si spaccia come “l’inventore del Barolo”, il cosiddetto maître à penser (mi verrebbe da usare un altro verbo che fa rima con penser) della corrente barolesca che ha fatto tanti di quei danni, composta da esponenti che per la maggior parte ha dei seri problemi di mercato e continuano a produrre vini che non hanno scalato nessuna vetta, il fenomeno di un mondo ipocrita che dopo aver predicato fermentazioni “sveltina” di 36/48 ore, alla faccia della logica, del buon senso e della tradizione, è passata, ma in silenzio, a fermentazioni di 36/48 giorni?

Ha rilasciato, dopo anni, un’intervista ad un giornalista amico e ha ragliato le consuete sciocchezze per le quali è noto all’universo mondo. Ma da biasimare, e vi spiegherò perché, non è solo questo mal stagionato leader della cosiddetta nouvelle vague del Barolo, ma anche il giornalista, che più che un intervistatore mi sembra un compagnuccio di merende di Altare.

Leggete: “A trentacinque anni Elio Altare è stato l’eretico del Barolo. Ora, col senno di poi, è considerato il modernista, colui che ha rinnovato uno dei vini più nobili del pianeta e l’ha portato in tutto il mondo, ma allora era considerato un pazzo. Negli anni Ottanta, Elio è un giovane ambizioso e con le idee chiare. Il vino che fanno «i vecchi è pieno di difetti». Così si chiede: dove nascono le più grandi etichette del mondo? Un attimo dopo è in Borgogna. Torna con tre lezioni: bisogna diradare, far crescere meno uva, ma meglio; si deve accorciare la macerazione, ottenendo così un bel colore rubino senza tuttavia compromettere la longevità; ci vogliono le barrique, le piccole botti francesi. Il tutto con la massima igiene, i batteri indesiderati sono il nemico. È un matto, gli dicono i tradizionalisti. Lui risponde sfasciando le grandi botti di suo padre, e quello letteralmente lo disereda (Elio ricomprerà l’azienda dalle sorelle).

I giovani, però, lo seguono: nascono i «Barolo Boys», un manipolo di produttori piccoli, bravi e agguerriti che conquista la critica e i mercati mondiali (ha dedicato loro un bel documentario il regista Tiziano Gaia). Ma oggi ¬– superati i settant’anni, le cinquantacinque vendemmie e anche il Covid – le sue innovazioni sono nelle cantine della stragrande maggioranza dei vignaioli che producono 14 milioni di bottiglie l’anno. È dunque l’uomo giusto per raccontare il Barolo di oggi. È un’occasione speciale: «sarà dieci anni che Elio non rilascia un’intervista», dice la figlia Silvia, dal 2016 titolare dell’azienda di famiglia”.

Ricordato, per inciso, che fino allo scorso anno la figlia di Altare (ho testimoni) raccontava di aver intenzione di cambiare lo stile dei vini del padre (una bestemmia, un’assurdità, come se Maria Teresa Mascarello e Marta e Carlotta Rinaldi passassero ai carati dopo aver bruciato le botti grandi), leggiamo alcune perle dell’intervista di Altare.

Alla domanda su cosa significhi per lui il concetto di tradizione, come un disco rotto per l’ennesima volta risponde: «Guardi quel quadretto che ho appeso: “la tradizione è un’innovazione ben riuscita”. Infatti ora il 90% delle cantine qui in Langa fa i vini diversamente dal passato. Grazie a dio”.

E poi parlando della folgorazione avuta in Borgogna, quando è andato da ragazzo quando in Langa, dice, “eravamo poveri”, dice menzogne e sputa sul Barolo affermando “noi vendevamo una bottiglia di Barolo a 1.800 lire, quelli di Borgogna a venti, trenta volte. Capii che il vino deve essere buono e deve dare un’emozione. I nostri erano ruvidi, pieni di difetti».

L’Altare dagli altarini sempre più scoperti, con furbizia post democristiana (ma è rosso, profondamente rosso) concede un contentino ai veri grandi del Barolo, ai tradizionalisti, affermando “con molti “tradizionalisti” c’è stato rispetto. Mascarello, Conterno, Giacosa hanno reso grande questo vino anche se non la pensavo come loro. Beppe Rinaldi, uno dei grandissimi, è venuto a cena a casa mia un mese prima di morire. Eravamo un po’ come Almirante e Berlinguer: su fronti diversi, ma con onore”.

Al che mi verrebbe da chiedere chi fosse l’Almirante e chi il Berlinguer tra loro… Secondo me al massimo Altare lo si potrebbe paragonare a Fini o a Zingaretti…

E poi Altare e il suo intervistatore cominciano a sclerare, arrivati alla domanda “Quando ha iniziato si producevano due milioni di bottiglie di Barolo, oggi quattordici. Troppe?”. Il barolista, disinformato, risponde: “Per carità, in Champagne ne fanno 500 milioni. Certo, io sono un sostenitore dei piccoli volumi e dell’altissima qualità: con un disciplinare che prevede di raccogliere 80 quintali di uva per ettaro, e tollera si arrivi fino a 100, io non raggiungo i 50. Ma nel Barolo c’è spazio per un’offerta composita”.

E peggio ancora alla domanda successiva: “anche per le bottiglie da dieci euro al supermercato?”. Mister Arborina risponde, e sembra di sentire parlare l’improvvido attuale presidente (si spera ancora per poco) del Consorzio Barolo Barbaresco, il serafico Matteo Ascheri, “Perché no? Non è che al mondo debbano esistere solo le Ferrari, ci devono essere anche le Panda. Chi vende le bottiglie a 10 euro ha rese, processi, esperienza diversi dalla mia, ma produce comunque un vino piuttosto buono che può essere bevuto da tanti”.

Dunque anche per il lider maximo della new wave del Barolo, quello che i consumatori dotati di gusto, esperienza, cultura, palato rifiutano in toto, i Barolo svenduti sono “un male necessario”. Complimenti!

Bene, capisco che il Signor Altare possa essere disinformato, come lo è il suo amico di Slow wine Giancarlo Gariglio, ma il giornalista del Corriere della sera, mica della Gazzetta di Roccacannuccia, prima di pubblicare l’intervista, di fronte all’enormità di Altare non poteva fare un semplice controllo (basta usare
Google, ma lo sa usare?) e verificare che i 500 milioni di bottiglie di Champagne prodotte esistono solo nella fantasia del barricadiero andato in aceto, e che il record di produzione e vendita di Champagne con 338 milioni di bottiglie si è avuto nel 2007, ovvero con 162 milioni di bottiglie in meno?

L’intervista (in ginocchio) è poi proseguita con toni degni di Edward Elgar, stile Pomp and circumstance. Domanda: “Parlando di estero: nel 1989 The Wine Advocate vi ha inserito tra i 12 migliori produttori al mondo”. Risposta: “La recensione su Wine Advocate è stata la prima vera consacrazione, ha dimostrato che ero sulla strada che volevo: quella di un vino più pronto e bilanciato, con tannini più addomesticati ed eleganti. Caratteristiche che hanno aperto al Barolo le porte in tutti i continenti”.

Come se Oddero, Vietti, i Conterno, i Pio Boffa, Gaja (padre e figlio), Fontanafredda non avessero mai venduto una sola buta prima che Altare e compagnucci di danni spedissero i loro vini negli States… E come se potessero essere definiti “eleganti” quei Barolo puzzolenti di legno francesi, dai tannini verdi, astringenti, aggressivi… Ridicolo!

Altra domanda: “Di cosa ha bisogno un territorio per conquistare il pubblico internazionale?”. Risposta: “Di identità, di fare vino buono e di avere un leader che si trascini dietro gli altri, come Romanée Conti in Borgogna o Château Margaux a Bordeaux”.

Verissimo, ma quel leader non potrà mai essere, nemmeno tra dieci vite, monsù Altare e l’identità, che c’era e c’è, sono stati personaggi deteriori come Altare, Rivetti, e altri che non nomino per carità di patria (uno di loro è morto, pace all’anima sua) ad averla confusa e infangata.

Il finale, alla domanda dell’intervistatore se quei leader e quei grandi vini ci siano in Langa, è da oggi le comiche: “Con il pinot noir, il nebbiolo è il vitigno più identitario al mondo. E i leader li abbiamo: penso a Giacomo Oddero, che fece realizzare l’acquedotto; a Carlin Petrini, che ha fatto sbocciare le Langhe; ad Angelo Gaja, che è stato il pioniere, soprattutto del Barbaresco; a Bruno Giacosa. E certo a Giacomo Conterno, il suo Monfortino è il vino più costoso d’Italia».

Un colpo al cerchio e un colpo alla botte per il piddino (sono pronto a scommettere che lo sia, di certo lo è nell’animo, molto piccolo) Altare: un complimento, doveroso, al grandissimo Giacomo Oddero, uno a due maestri da cui non ha imparato un tubo, visto i vini che ha sempre fatto, parlo di Bruno Giacosa e Giacomo (forse voleva dire anche Giovanni ma non nomina suo figlio Roberto) Conterno, l’elogio doveroso a Le Roi Gaja e poi la mega cazzata del secolo, quando dice, anzi blatera, che “Carlin Petrini ha fatto sbocciare le Langhe”. Oggi le comiche…

Si scoprono gli altarini, ahimè, e con questa inutile intervista che sembra un comunicato stampa, appare chiaro a tutti che la volpe perde il pelo ma non il vizio, che Altare resta uguale a se stesso, e che ahimè, come sta invecchiando male il guru dei Barolo boys: è finito in aceto…

n.b.

non dimenticate di leggere anche il mio nuovo blog personale www.francoziliani.it e Lemillebolleblog www.lemillebolleblog.it

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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Gaetano
Gaetano
5 mesi fa

Probabilmente una piccola parte di ragione sulla “pulizia” in cantina e la “gestione” delle vigne ce l’ha. Tutto il resto è stato abbondantemente e fortunatamente spazzato via dal mercato ma soprattutto dai consumatori.

Marco
Marco
5 mesi fa

Ah, gli esperti con cavatappi e moschetto…

Simone N
Simone N
5 mesi fa

Hanno mummificato il Barolo con le loro trovate “moderne”Vini che non evolvono, rimangono ingessati sullo spettro olfattivo della gioventù, soltanto più sfumato e più morbido. Io li trovo noiosi.
P.S. Non sapevo fosse rosso.
P.S.S. So che lo è la nipote, che conosco e che produce un Arborina più interessante di quello
dello zio.

Marco
Marco
5 mesi fa

Ma si butti un po’ di merda anche su Altare. Lei proprio non riesce a distinguere tra critica ai vini e insulti al produttore. Altare ha fatto vini che non le piacciono, ma non é un mostro ed ha rilasciato una intervista equilibrata e condivisibile.

Marco
Marco
5 mesi fa
Reply to  Franco Ziliani

Eroe direi di no. Vini cari e non di mio gusto. Ma persona rispettabile e seria.

Giovanni Angoscini
Giovanni Angoscini
5 mesi fa

A parte il refuso sulla produzione annua di Champagne non ho capito quale sia il problema di questa intervista. Altare espone le sue idee (magari e probabilmente sbagliate..) e il giornalista ce le riporta. Non credo l’intenzione fosse quella di far emergere verità assolute, ma i pensieri e le idee di un rispettato e rispettoso produttore. Che, comunque la si pensi, ha fatto parte di un movimento importante in una zona centrale nella produzione mondiale.
Ciò che i Barolo Boys hanno fatto per l’export del vino Italiano nel mondo è un dato di fatto. Che poi il mondo abbia cambiato il proprio gusto (magari proprio avendo provato qualcosa di nuovo ed ‘esotico’) ci sta, ma da qualche parte bisognava pur iniziare. Negare il ruolo dei modernisti e quello che i loro vini, indubbiamente più approcciabili e meno austeri, hanno avuto è semplicemente dimenticare un pezzo della storia. Io amo il Monprivato di Giuseppe Mascarello e i vini di Cascina Fontana. Ma come tanti ci sono arrivato dopo aver bevuto molto altro, che ora non bevo più, ma che non rinnego in alcun modo. Ringrazio i modernisti per avermi ‘iniziato’ al Barolo, e per avermi poi fatto capire che, semplicemente, preferisco altri vini.

Paolo DF
Paolo DF
5 mesi fa

Buongiorno, Altare ha tutto il diritto di esporre le sue idee, rivendicare la sua storia e i suoi successi. In questo e altri interventi però, si fa quasi passare l’idea che il Barolo pre-modernista fosse una mezza ciofeca, un vino del contadino, “pieno di difetti”, che non aveva mercato, quasi da autoconsumo. Che il Barolo l’abbiano fatto i Barolo Boys, insomma.
Esaspero il concetto, ma non troppo.
Giusto riconoscere il ruolo e l’importanza che hanno avuto. Ma quando li si celebra, sarebbe anche bene ricordarne gli eccessi. Sicuramente per lo più in buona fede, magari per entusiasmo, moda, rompere con la generazione precedente. Saranno poi cambiati i gusti e le mode, ma credo molti si siano resi conto che appunto di eccessi si trattava, e hanno aggiustato il tiro.
Si può anche sperimentare senza stravolgere, innovare senza rinnegare.
(Mi è uscita da vecchio moralista benpensante autocompiaciuto… Abbiate pazienza).

Giovanni Angoscini
Giovanni Angoscini
5 mesi fa
Reply to  Paolo DF

Mi permetta. Alcuni Barolo tradizionalissimi erano e sono a loro modo pieni di difetti. Questo li rende a mio avviso vini interessantissimi, espressivi e di carattere. Ma mi permetto di ribadire, non lo sono per me sempre stati. Ho dovuto assaggiare molto e ‘studiare’ parecchio. Voglio dire, senza una piccola rivoluzione che consentisse al mondo del Barolo di guardarsi anche dall’esterno, e con sguardo per nulla autoreferenziale, non crede che certi vini avrebbero avuto molte meno possibilità di essere conosciuti, apprezzati, criticati, esaltati o distrutti? Molti errori sono stati fatti, ma a me pare che in una ‘scienza’ complessa e dipendente da molte variabili l’esperienza si faccia anche sul campo. Sbagliando. Riconsiderando. Ricominciando. Sulla questione del mentire e dire bugie… Ziliani a parte (che infatti non vende ma critica facendo principalmente lavoro intellettuale..), chi può dire di non aver mai mentito per vendere qualcosa in più? Io, che di vino vivo, no posso dirlo di certo.

Marcello Sensi
Marcello Sensi
5 mesi fa

Quot homines tot sententiae… Magari a volte il signor Ziliani si fa un poco prendere la mano dalla sua vis polemica, ma questo e’ dovuto alla grande passione che lo contraddistingue e che lo rende cosi’ pugnace e adamantino. Io condivido in toto le sue considerazioni a proposito dell’articolo in oggetto. Commendevole la citazione dell’ Incorruttibile, a proposito del quale mi viene di pensare che e’ pratica usuale quella di fare terra bruciata attorno a chi non e’ solito scendere a compromessi e pone la propria integrita’ morale innanzi a tutto.

Giorgio Giorgi
Giorgio Giorgi
5 mesi fa

Caro Ziliani, ha notizia del lavoro di Altare in Liguria? sta “innovando” anche là? mi rendo conto che non le fregherà nulla, ma è una curiosità. E poi mi piacerebbe leggere qualcosa di suo sulle Cinque Terre, una produzione ormai enigmatica.

Fabio
Fabio
5 mesi fa

Sarà un vino che a lei non piace, de gustibus, Altare riesce a vendere la versione base del Barolo tra i 60 e i 70 euro. Evidentemente qualcuno apprezza.

Marcello Sensi
Marcello Sensi
5 mesi fa

Mi sia concesso un mot d’esprit per sdrammatizzare: avete ravvisato anche voi una somiglianza inquietante tra il succitato produttore e un professore (con la p rigorosamente minuscola) di mortadelliana memoria? Certo e’ che non depone a suo favore…

Marco Marino
Marco Marino
5 mesi fa

Erano frustrati, non facevano soldi (lo dicono loro a chiare lettere nel documentario che nelle loro intenzioni doveva essere auto-celebrativo ma che per me è auto-distruttivo) e hanno semplicemente fatto “demagogia enologica”. Hanno cercato di capire cosa piacesse agli americani (sì, quelli che che si nutrono di trappole chimiche, quelli lì. Quelli che sembra abbiano (a torto o ragione) un forte “peso” sul “mercato vino”) e loro glielo hanno fatto su misura (abusando però di una denominazione nobilissima ed affermata come quella del Barolo). Indubbiamente hanno fatto aumentare la produzione di bottiglie, ok, ma allora perché non celebrarli come degli abili operatori di marketing invece che come dei geni visionari come sembra l’autore dell’articolo (e non solo) voglia fare?

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