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Editoriali

L’Italian wine girl columnist del Corriere Vinicolo, organo del più rancido femminismo

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La deriva vergognosa e diffamatoria del settimanale dell’Unione Italiana Vini

Ricordate la comica vicenda di una tipa, una che si fa chiamare Italian wine girl, una così “esperta” di vini che riesce a trovare tracce di linoleum nei vecchi Bourgogne, una che ha fatto la parte della vittima di una sorta di stupro mediatico da parte mia (che non ho mai avuto il dispiacere di incontrarla) perché, udite udite, ho osato dire che di vino capisce come io di cibernetica e fisica quantistica e, peggio ancora, che ardire, che impudenza!, in questo articolo ho proferito le seguenti parole diffamatorie, violente: le sue recenti foto mi fanno pensare che sia profondamente cambiata dalla very charming lady che era una volta visto che è diventata magra stinca da mettere tristezza (sarà mica diventata vegana?) ?

Bene, Madamin, di cui mi ero occupato lo scorso anno recensendo, dopo averlo letto, altro che Topolino o una raccolta di barzellette, con il libercolo ho riso di più, una sua opera prima intitolata Come il vino ti cambia la vita, letto il mio articolo ha messo in scena una opéra comique incredibile accusandomi, manco fosse l’Asia Argento del vino, di ogni nefandezza, sessismo, cyber bullismo e altre amenità.

Potete leggere qui ad esempio gli sviluppi della vicenda, che ad un certo punto ha assunto tinte sessantottarde, post e tardo femministe, perché Madamin ha pensato bene di tirare in ballo, ottenendo la sua solidarietà, una Signora che invece di preoccuparsi di produrre vini meno mediocri (quando lo assaggiavo alla cieca a Montalcino il suo Brunello riusciva ad essere puntualmente peggiore di quello già mediocre del fratello Stefano) e di fare meno politica (è molto legata alla sinistra ex Pci ora PD, è stata per un decennio, dal 2001 al 2011, Assessore al Turismo nella rossa Siena, dove se non sei schierato con il partito e non hai la benedizione del Monte dei Paschi non diventi nemmeno spazzino) si è sempre spesa per fare altre cose.

Nel 1993 ha fondato il “Movimento del turismo del vino” ed ha inventato “Cantine aperte”, la giornata che in pochi anni ha portato al successo l’enoturismo in Italia, oggi insegna turismo del vino nei Master post laurea di tre università, ha ideato il “trekking urbano” nuova forma di turismo sostenibile e salutare, nel 2012 ha ricevuto il “Premio Internazionale Vinitaly” e nel 2014 il titolo di Cavaliere della Repubblica Italiana e soprattutto dal 2016 è diventata presidente dell’Associazione Nazionale Donne del Vino. Perbacco!

Una benemerita associazione che ha avuto come past president figure di grandissimo valore come Elisabetta Tognana,  Adele Vallarino Gancia, Franca Maculan, Giuseppina Viglierchio, e due amiche carissime come Pia Donata Berlucchi e Elena Martusciello, ma che con il suo arrivo ha conosciuto e sta conoscendo una deriva social politico sindacale che molte socie non condividono. Perché questa dovrebbe essere un’Associazione di donne che operano nel mondo del vino non una ridotta del più rancido, rancoroso, acido, polveroso tardo femminismo.

Cosa ha fatto dunque la dottoressa Donatella Cinelli Colombini, che, leggo, “nel 1998 ha lasciato l’azienda di famiglia per crearne una sua composta dal Casato Prime Donne a Montalcino dove produce Brunello e dalla Fattoria del Colle a Trequanda con cantina di Chianti e centro agrituristico. Le sue sono le prime cantine in Italia con un organico interamente femminile. Nel 2003 Donatella ha vinto l’Oscar di miglior produttore italiano ed ha pubblicato il Manuale del turismo del vino. Nel 2007 è uscito il suo secondo libro Marketing del turismo del vino seguito nel 2016 dal Marketing delle Cantine aperte”, lo spiego in questo articolo.

La vicenda è poi proseguita, in un delirio sempre più assurdo, con il ridicolo esposto, leggete qui, presentato dalla Italian wine girl, giornalista iscritta all’Ordine dei giornalisti della Lombardia anche se ormai è cittadina americana e vive con il marito, già inquisito e poi prosciolto per vicende legate al suo incarico di assessore (di centro destra ahimé, nella giunta di un Sindaco galantuomo come Franco Tentorio) , dal 2014 in California, dove ha fondato La Com, la sua agenzia di comunicazione focalizzata sulla promozione del vino che opera negli States su tutto il territorio nazionale, all’Ordine dei giornalisti della Lombardia stesso cui sono iscritto, albo pubblicisti, dal 1981, quando la ragazza non so se fosse ancora nata.

Pensavo la vicenda fosse finita qui e mi preparavo all’udienza del prossimo 15 marzo davanti al Collegio di disciplina dell’ODG nella mia Milano, e immaginavo già le risate davanti ai tre colleghi del Collegio ai quali farò notare che non ho stuprato nessuno, che il sessismo è nella mente diciamo contorta di Monne Laura & Donatella, e del Sindacato Giulia, Giornaliste Unite Libere Autonome che ha a sua volta sostenuto l’esposto, che ho solo scritto che tale Donadoni Laura, il cui CV dice che è “sommelier professionista, wine educator, Vinitaly International Ambassador, unica donna italiana membro del prestigioso International Circle of Wine Writers di Londra, collabora con prestigiose riviste di settore e guide negli Usa, come Slow Wine,  Somm Journal e Tasting Panel, svolge il compito di giudice professionista in numerose wine competition a livello internazionale” è “magra stinca” e a mio avviso poco appealing, ma come in un bel feuilleton alla Honoré de Balzac, o una sceneggiata alla Mario Merola ecco il colpo di scena.

Ho difatti scoperto ieri e ho approfondito oggi che il settimanale dell’Unione Italiana Vini, il Corriere Vinicolo di cui sono stato per anni apprezzato collaboratore quando direttore era un galantuomo come Marco Mancini, oggi lo dirige tale Giulio Somma, e presidente una personaggio come Gianni Zonin quando non aveva ancora deciso di fare, con disastrosi risultati ed esiti tragici, il banchiere, in un supplemento appaltato alle Donne del Vino di cui è presidente Donatella Cinelli Colombini, ha nei giorni scorsi pubblicato un articolo dove la Donadoni, la Italian wine girl, senza nominarmi mi ha coperto di insulti.

Lascio a voi, io non commento, lo farò in altre sedi, la scorrettezza del comportamento del direttore del Corriere vinicolo, responsabile anche di quanto viene pubblicato nel supplemento del Corriere Vinicolo denominato Il Corriere delle Donne del vino news, che ha pubblicato tale accozzaglia di insulti, menzogne, diffamazioni senza nemmeno concedermi, come ogni direttore perbene avrebbe fatto, di dire la mia, e quanto Madamin Donadoni, che pensa di farla franca e spara a zero perché è cittadina americana e intentare causa ad un cittadino negli States è cosa, mi ha detto il mio avvocato penalista, complessa e costosa e dagli esiti incerti, ha bontà sua scritto.

È una somma di bugie, strumentalizzazioni, esagerazioni, farneticazioni di cui sono responsabili non solo la Madamin che trova tracce di linoleum nei vecchi Bourgogne, ma la presidente delle Donne del vino che realizza questo supplemento ed il direttore del Corriere Vinicolo che ha pubblicato questa robaccia.

Ora lascio a voi leggere, e giudicare (l’italiano, il tono, la noia di questo testo querulo, l’egocentrismo che lo pervade). Alla Madamin che, sfidando il ridicolo, dice di me “nessuno gli dà credito”, che ho la lingua “tagliente” (grazie è un complimento e una realtà), che mi ha accusato di sessismo e di mettere nei miei articoli “un miscuglio di immondizia indifferenziata che può essere etichettato in diversi modi: violenza verbale, cyber bullismo, body shaming, misoginia”, che sostiene di avermi regalato visibilità, mi ha accusato di “bassezza umana”, dice che scriverei “articoli infamanti” e cercavo visibilità (vuole vedere quante visite ha fatto nel 2020 e nel mese di gennaio questo blog, Madamin?) e che millanta dichiarando che io verrò perseguito “nelle aule di tribunale, dove l’autore di questi indecenti esempi di “informazione” verrà giudicato e si dovrà prendere le proprie responsabilità, sia nella comunità del vino, ma non solo, anche tra noi giornalisti e comunicatori”, dico solo: smile baby e mangiati tre T bone steak, beviti, magari impari qualcosa assaggiando, una buona bottiglia di Brunello di Montalcino.

Tu, Miss Magrusia, mi accusi di fare un giornalismo monnezza che secondo te non è solo sessismo, e se lo dici tu è un complimento, un fiore all’occhiello, ma vogliamo definire il tuo modo di fare, il tuo modo di scrivere, il tuo prenderti sul serio manco fossi la Jancis Robinson delle Valli Orobiche?

Beh buona lettura, con un consiglio preventivo: indossate un Linidor perché c’è il rischio di farsi la pipì addosso dal ridere…

Non è solo sessismo

Le riflessioni della giornalista Laura Donadoni, dopo un recente avvenimento che l’ha vista oggetto di un attacco alla sua professionalità. Perché dire no all’aggressività verbale e non accettarla come “normalità”.

“Sto sorseggiando il mio caffè americano durante la prima mattina pigra della prima domenica dell’anno, in quel di San Diego, dove vivo. Una notifica dal cellulare appena acceso interrompe il torpore: una cara amica dall’Italia mi avvisa che anche nel 2021 c’è chi ha deciso di prendere di mira pubblicamente una donna screditandola, chiamandola con nomignoli irrispettosi, deridendola per la sua magrezza triste, da malata, il tutto per sottolineare la sua inadeguatezza e incompetenza. E che quella donna sono io. Buon anno anche a te

Leggo il nome del blog e del “giornalista”, mi parte subito il bruciore di stomaco. Il soggetto è noto per le sue boutade, ma soprattutto per i suoi periodici feroci attacchi contro le professioniste del settore. Io stessa ne ero stata già vittima, qualche mese prima, colpevole di aver osato scrivere un libro (anzi un “libruncolo inutile”) e aver pure trovato un editore (che il “giornalista indipendente” ha definito con l’eleganza di un principe “puttaniere”).

Avevo ingoiato il rospo, seguendo il consiglio di molti: “Ignoralo, cerca solo visibilità, non è in sé, tutti lo sanno, nessuno gli dà credito”. Tutto un coro di “non ti curar di loro, ma guarda e passa”, un mantra che mi sono ripetuta cento volte. Ma quella prima domenica di gennaio non ce l’ho fatta a mettere di nuovo la testa sotto la sabbia. Sarebbe stata la scelta più logica, più semplice: mi sarei risparmiata tutto quello che è accaduto nella settimana successiva; se fossi stata zitta, dopo 48 ore di bruciore di stomaco, tutto sarebbe rientrato nella normalità. Ma quale normalità? Quella in cui un “giornalista indipendente” può continuare mese dopo mese, ormai da anni, a sparare offese gratuite contro le professioniste e i professionisti del mondo del vino con la semplice giustificazione della sua fama da provocatore?

Beh, no, a quella normalità non ci volevo tornare, volevo provare a cambiarla, anche solo a piccoli passi. Cominciando da me. D’istinto ho afferrato il cellulare e ho filmato un video messaggio da postare sui social media. Forse avrei dovuto aspettare, avrei dovuto razionalizzare e non mostrarmi vulnerabile e ferita da quell’articolo, ma non ho riflettuto troppo e il mio faccione struccato con gli occhi lucidi sono finiti in pasto al web.

Si è scatenato il putiferio. Da un lato l’enorme affetto e l’incalcolabile solidarietà di tanti colleghi, amici o sconosciuti parte della mia community online: il video è stato condiviso da moltissime persone e ha raggiunto quasi 300mila visualizzazioni tra i vari canali di diffusione. Dall’altro lato, la mia denuncia ha innescato una serie di attacchi personali per mano dello stesso “giornalista indipendente” che ogni giorno della prima settimana di gennaio ha pubblicato un articolo per insultare me o chi mi aveva mostrato solidarietà.

La sua lingua tagliente è arrivata a colpire anche l’Associazione Donne del Vino, nella figura della presidente Donatella Cinelli Colombini e di tutte le donne che avevano osato manifestarmi vicinanza con l’hashtag #nonseisola. Il teatrino è durato una settimana, ma la vicenda ha avuto conseguenze che si protrarranno molto più a lungo sia nelle aule di tribunale, dove l’autore di questi indecenti esempi di “informazione” verrà giudicato e si dovrà prendere le proprie responsabilità, sia nella comunità del vino, ma non solo, anche tra noi giornalisti e comunicatori.

Sono una giornalista professionista, iscritta all’Albo nazionale dal 2009, ho scelto di comunicare per mestiere, ma anche per vocazione. Ho sempre pensato che mettere in luce alcuni aspetti di una società, quelli ingiusti per esempio, quelli da perfezionare, o anche le storie che potessero ispirare positivamente altri, fosse un mestiere nobile, una professione meravigliosa, ma anche di grande responsabilità.

Quando sono passata, per vicissitudini personali e colpi di scena da film (che racconto nelle prime pagine del mio libro, Come il vino ti cambia la vita), dall’occuparmi di cronaca e politica alla comunicazione del vino ho portato con me l’idea ispiratrice del lavoro di cronista e ho sempre applicato il metodo rigoroso di verifica delle fonti, di rispetto dei soggetti coinvolti nella mia narrazione e di scelta del linguaggio più efficace e coinvolgente possibile per incuriosire, affascinare e informare il mio lettore o chi partecipa ai miei seminari negli Stati Uniti. Perché faccio tutta questa premessa?, ti starai chiedendo. Sto per arrivare al punto.

La triste vicenda che mi ha vista coinvolta sui social media non è solo un’altra storia di sessismo. C’è un miscuglio di immondizia indifferenziata che può essere etichettato in diversi modi: violenza verbale, cyber bullismo, body shaming, misoginia (visto che si fa riferimento a noi donne che abbiamo osato alzare la voce come femministe isteriche) e potremmo proseguire con l’elenco, ma lo lasciamo fare agli avvocati. Il comune denominatore di tutti gli articoli infamanti (che hanno avuto come soggetti anche tanti colleghi uomini) e dei commenti velenosi che ne sono scaturiti è un linguaggio di aggressività e di odio che prende a pretesto un’osservazione tecnica su un vino o un banale avvenimento per dare il la a un concerto di cattiverie. Un pattern che vedo ripetersi, purtroppo.

E dico che se questo è giornalismo, io mi chiamo fuori. E come me anche le giornaliste dell’associazione Giornaliste Unite Libere e Autonome che hanno presentato un esposto all’Ordine dei Giornalisti della Lombardia dove l’autore del blog in questione sarebbe iscritto come pubblicista. Ci aspettiamo che l’Ordine prenda posizione e condanni l’accaduto perché serva ad esempio per l’intera categoria. Mi sono chiesta allora che cosa possiamo trarre da questa vicenda per cambiare prospettiva.

Penso che l’universo femminile possa contribuire a migliorare il modo di comunicare scegliendo un linguaggio della gentilezza contro il linguaggio dell’aggressività e dell’odio. Non significa evitare lo scontro o rifuggire la critica. Significa accogliere il diverso da noi, per genere, per cultura o per opinioni, in modo inclusivo, positivo, anche discordante, ma rispettoso.

Se l’esperto di vini in questione si fosse limitato ad esprimere i suoi dubbi su alcune mie affermazioni, senza condirle di veleno, avrei felicemente preso parte al dibattito, come ho fatto, dopo qualche giorno con una risposta nel merito che ha avuto ovviamente un decimo della visibilità della sagra dell’offesa. Il web e i social media, con la loro barriera di anonimato, purtroppo regalano l’audacia di valicare i confini del rispetto sociale, lasciando libero sfogo agli istinti più bassi, riversati contro sconosciuti (ma sempre esseri umani) aldilà dello schermo: ne ho avuto un corollario di esempi nelle migliaia di commenti che ho letto in questi giorni sotto i vari articoli e post sopracitati.

Mi sono chiesta come sia stato possibile passare dalla nobiltà e dal privilegio di raccontare il vino e i suoi protagonisti, al replicare ai più coloriti esempi di bassezza umana. E mi sono ripromessa di agire ogni giorno per far sì che questo non accada più, non nella mia community online, “not under my watch” come dicono in Usa, non sotto la mia supervisione. Lo possiamo fare tutti scegliendo di seguire e leggere i blog o i magazine che sposano questi stessi valori, le fonti rispettabili, i divulgatori gentili e competenti.

Come il consumatore guida il mercato con le scelte d’acquisto, noi utenti del web e dell’informazione abbiamo un piccolo potere di scelta che diventa grande quando è collettivo. Per questo ho denunciato le violenze verbali pubbliche che ho (e abbiamo) subito la prima settimana del 2021: per dare a tutti la possibilità di scegliere di fare un piccolo passo per migliorare la nostra comunità professionale e online.

Ho sicuramente regalato visibilità ai vili attacchi di un “giornalista indipendente” come hanno fatto notare in molti, ho anche esposto la mia persona a ulteriori giudizi (non farti vedere piangente, hai solo peggiorato la situazione, ma di cosa ti lamenti, questa non è violenza, ha solo detto che sei magra ecc…), ma ho fatto sapere a quasi 300 mila persone che questa non è la normalità, non lo deve essere più e che con un click possiamo scegliere di cancellare chi continua ad avvelenare il mondo. E questo mi ha fatto scordare tutti i bruciori di stomaco”.

n.b.

non dimenticate di leggere anche il nuovo blog personale www.francoziliani.it e Lemillebolleblog www.lemillebolleblog.it

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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Sonia
Sonia
5 mesi fa

Una donna si puo’ definire tale,
quando svolge il lavoro senza dover
mostrare/usare il proprio corpo,
sono indignata nel vedere seni,sederi e cosce abbinati al vino.

Marcello Sensi
Marcello Sensi
5 mesi fa
Reply to  Sonia

Lei, signora Sonia, ha tutta la mia stima e la mia considerazione. Una simile affermazione, da parte di una donna, mi riempie di gioia! Basta con la solidarieta’ di genere a prescindere, bisogna contestualizzare! Una seria professionista non ricorrerebbe mai a pose da vamp o all’ostentazione della propria bellezza ( o presunta tale… ) E poi, a dirla tutta, oggi con l’ausilio del photo-shop e’ fin troppo facile apparire seducenti. Edvige Fenech, quella si’ che era uno splendore senza infingimenti, ricordi Franco?

Renato villa
Renato villa
5 mesi fa

Ziliani le visite ai siti sono un concetto simile al numero di bottiglie di prosecco doc vendite. Sono numeri. Ma non significano necessariamente qualità. Ne’ di chi le legge ne’ tantomeno di chi scrive.

Sandra Bianchi
Sandra Bianchi
5 mesi fa

come donna esprimo la mia solidarietà a Franco Ziliani oggetto di un attacco forsennato e ingiustificato e prendo le distanze da questo modo di fare che disonora noi donne e ci mette in ridicolo

Paola
Paola
5 mesi fa

Credo che questa vicenda sia ridicola: tutto questo can can e queste esagerazioni perché Ziliani ha detto che la Signora Donadoni é magra?
Ma questa Signora e la Signora delle Donne del vino che la spalleggia hanno il senso delle proporzioni e del ridicolo? Ma non si vergognano?

Trentino al Sud
Trentino al Sud
5 mesi fa

Da Satira a Satiro – Questa querelle Lombardo/Amerikana mi ha ricordato la vignetta pubblicata dal Fatto Quotidiano il 16 dicembre 2020 che ritrae l’ex ministra “Maria Etruria” in quattro diversi look, secondo l’autore Mario Natangelo legati ai suoi gradi di difficoltà politica. Trovo una certa attinenza ……

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C. T.
C. T.
5 mesi fa

Egregio signor ZILIOLI, “La ignori, cerca solo visibilità, non è in sé, tutti lo sanno, nessuno gli dà credito”.

Tendenza

Autore: Franco Ziliani - P.IVA: 02585140169 - Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale. Le immagini inserite in questo blog sono tratte in massima parte da Internet; qualora la loro pubblicazione violasse eventuali diritti d'autore, vogliate comunicarlo a Franco Ziliani, saranno subito rimosse.
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