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Degustazioni

Giorgio Gianatti, l’uomo del Grumello

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Tra le vigne del Grumello nella terra del Nebbiolo di montagna

Di Simona Paparatto, sommelier A.I.S. varesina, di cui segnalo, oltre ai due pezzi già pubblicati di recente (questo e questo) e questo sugli Erbaluce di Caluso di Carlo Gnavi un eccellente articolo sullo Champagne Cristal di Roederer oggi ci porta in Valtellina, nelle vigne del Grumello, da un virtuoso del Nebbiolo di montagna, Giorgio Gianatti. Buona lettura!

Amo definire il Nebbiolo un vitigno “solitario e malmostoso” poiché sceglie pochissimi territori eletti, come la Valtellina, in Lombardia, ove decide di mostrarsi totalmente, svelando le sue superbe doti carismatiche, fascinose ed eleganti, senza eguali al mondo! Qui è conosciuto come Chiavennasca e cresce in un contesto unico.

Situata nel distretto di Sondrio, la Valtellina è posizionata a nord del lago di Como (Lario), che funge da mitigatore termico. Protetta a Nord e ad Est dalle vette delle Alpi Retiche (che fanno da confine con la Svizzera) e a Sud dalla catena delle Alpi Orobie, viene racchiusa in una specie di anfiteatro e solcata dal fiume Adda. La Breva (vento caldo ed asciutto proveniente dal Lario), ed il Favonio (vento freddo e violento del nord), creano una ventilazione intensa e costante, riducendo al minimo l’umidità.

La disponibilità di luce è elevata, con il sole che si impone da est verso ovest, producendo energia attiva per le attività di fotosintesi. I terreni sono magri e poco profondi, spesso di riporto, originati dalla rottura dei graniti (gneiss) e favoriscono il completo deflusso delle acque superficiali. Sono terreni sabbiosi, limosi, acidi, silicei e salini, con poche argille e senza calcari. Le pendenze arrivano sino all’80% ed oltre.

Le viti soffrono di stress idrico: non è raro che le radici s’infilino nella roccia viva per trovare acqua e nutrimento: corrono e si innervano all’interno di essa, donando ai vini, ampi profumi, che sono autentica espressione del territorio. Sono 908 gli ettari vitati, dislocati in 52 chilometri di lunghezza, da Berbenno a Tirano, dedicati alla viticoltura d’eccellenza, fatta di terrazzamenti, tutti sul versante retico, (mentre quello orobico ospita coltivazioni di alberi da melo e poco altro, restando esposto all’ombra per la maggior parte della giornata). Di primo acchito, non sembrerebbe affatto un territorio adatto alla viticoltura, ma nel corso dei secoli è stata la volontà ferrea dell’uomo che, attraverso radicali modellamenti, lo ha valorizzato con grande maestria, plasmandolo ed ottenendo 2500 chilometri di terrazzamenti, ad altitudini che vanno dai 300 ai 700 m slm, con orientamento est-ovest longitudinalmente alla catena montuosa e conseguente esposizione a sud.Seguendo il versante retico da est a ovest, si individuano le MGA: Maroggia, Sassella, Grumello, Inferno e Valgella, facenti capo alla denominazione Valtellina Superiore DOCG, nata nel 1998.

È proprio nella sottozona del Grumello (dal latino grumus che significa altura, ma il riferimento è anche alla parte scheletrica del terreno), appena sopra Sondrio, che si trovano gli appezzamenti di Giorgio Gianatti, conosciuto anche come l’uomo del Grumello.

Il Cru Vigna Sassìna, la sua vigna, è appena sotto il Castello de Piro al Grumello detto Castel Grumello. (Bene FAI dal 1990, è una fortezza edificata tra il XIII ed il XIV secolo dal ghibellino Corrado De Piro, posto su una parete rocciosa delle Alpi Retiche: grumo. Fu, in parte, distrutto dalle Leghe Grigie nel 1526 e restaurato nel 2001). Da qui si gode un meraviglioso panorama di Sondrio, del versante orobico e del fiume Adda. Difficile camminare in vigna con queste pendenze ma Giorgio, molto attento, è pronto a tenermi nel caso possa scivolare e cadere.

Questo é il luogo da cui nascono Nebbiolo delicati e floreali, ma anche varietà storiche valtellinesi, come Pignola (ad elevata vigoria; le sue uve mature presentano alto grado di zuccheri ed intensa sapidità); Rossola (vitigno rustico e resistente al freddo caratterizzato dalla buona tenuta dei valori di acidità in vendemmia) e Brugnola (alta acidità e colore intenso. Analisi eseguite sul DNA, hanno confermato l’identità genetica con la Fortana)

Classe 1962, nel 1978, all’età di 16 anni lascia la scuola, trovando “più comodo seguire il lavoro in vigna con papà, perché era già lì, a portata di mano” (Cit.) Il padre Silvio ha sempre coltivato le vigne, ma lui non aveva la passione, anche se in queste ci è nato: da piccolo doveva aiutare, seppur con mansioni leggere, adatte ad un ragazzino. Alla fine del 1979 il padre si ammala di tumore alla clavicola e, ricoverato all’Istituto di Tumori di Milano per tre lunghi mesi, lascia Giorgio solo a mandare avanti l’attività. Inizia ad occuparsi della vendita del vino sfuso: “era periodo di crisi e grossa parte del vino si vendeva cosi” (cit.) Cosicché, riuscendo a portare a termine buone operazioni di vendita, con diversi compratori, tra i quali ricorda il grande enologo, nonché (adesso non più) direttore della Nino Negri di Chiuro, Casimiro Maule, acquista finalmente le lodi del padre con il quale crea un rapporto di fiducia lavorativa. Da qui inizia a scoprire la gioia di fare il mestiere del vitivinicoltore. È il 1980.

Due ettari e mezzo totali che lavora solo lui, passandovi quasi tutto il tempo: “potrei chiamare per nome ogni singola pianta”(Cit.). La vigna più vecchia ha 70 anni. “Una vigna acquistata nel’94 era un vigneto abbandonato; un altro nel 2011. Sono vari appezzamenti di età differenti che stanno insieme come un piccolo puzzle”. (Cit.) L’uva che riesce ad ottenere è sanissima. Adotta una viticoltura a basso impatto ambientale, basata sulla lotta integrata, con il metodo della confusione sessuale contro la Tignola e la Nottua (insetto che rimane una larva: in primavera, quando cominciano a germogliare le gemme, durante la notte, si arrampica sulla pianta, mangiandole) che nel 2014 ha distrutto tutto il raccolto.

È un metodo che si basa sul rilascio di un ferormone in grado di compromettere la capacità ricettiva del senso dell’olfatto negli individui maschi dell’insetto. Questo fa sì che gli accoppiamenti si riducano drasticamente, ritardando quelli potenziali. Utilizza pochi altri trattamenti: zolfo e poco rame, l’indispensabile. Le viti sono coltivate su ripidi filari disposti a Rittochino, seguendo il senso della massima pendenza in direzione nord-sud, ortogonali all’asse principale della valle, per consentire alla pianta di godere della massima irradiazione solare.

Abbiamo camminato e camminato lungo la bellissima vigna: piacevole e rilassante scendere, ma non lo è così tanto la risalita…provate! Giorgio, invece, va su e giù a passo spedito come fosse un bambino che gioca spensierato in un prato! “Se si trova l’uva sul tralcio verde bisogna tagliarla perché non matura”. (Cit.). Dirada anche se ricorda che suo padre, avendo fatto la guerra, non amava buttare l’uva …  Non sfalcia perché “l’erba aiuta il terreno”. Ogni tanto in vendemmia si aiuta con l’elicottero e ricorda che ne ha avuto bisogno anche per piantare una nuova vigna in forte pendenza, nel 2003. Pulisce i grappoli con gran cura. Come sistema di allevamento usa l’Archetto Valtellinese (Guyot modificato in cui il capo a frutto, invece di essere disteso sul filo portante, viene curvato verso il basso, legato al filo sottostante e poi ripiegato verso la base del ceppo). “perchè il Nebbiolo ha bisogno di aria”

Una volta lavorare la vigna era molto più difficoltoso e stancante: adesso mi aiuto col trattore: un tempo bisognava portare tutto a mano”. (Cit).

Il territorio è tanto caldo da far spuntare i fichi d’India selvatici (Opuntie): me ne mostra uno che arriva dal convento di Monterosso, donatogli da un caro amico frate e poi piantato. Sfrutta tutti gli spazi in un insistere di impalcature e muretti a secco per contenere il terreno. Ricostruisce egli stesso i muri, che spesso crollano, (investendo anche 70 ore di lavoro), da perfetto custode di questo grande valore, divenuto Patrimonio UNESCO. Sì, perché ogni terrazzo è un “piccolo mondo dell’ingegneria”.

La cantina ha sede nell’ antico borgo di Montagna in Valtellina, in località Paini ed è stata da pochi anni rinnovata, con una capienza di 550 hl. Nella sala degustazione si possono ammirare vecchie attrezzature usate per fare il vino, recuperate. Appesi alle pareti vi sono grossi pentoloni in rame che Giorgio mi dice chiamarsi culdere ovvero caldaie, in cui si faceva bollire il latte per farne gli apprezzatissimi formaggi della tradizione: Bitto e Casera. Le botti utilizzate sono: rovere di Slavonia, la tipica Valtellinese di castagno e le austriache. Per ogni vino esegue passaggi in ognuna di esse, che sono state rimesse a nuovo così come i locali, la sala degustazione, i reparti di imbottigliamento e di stoccaggio.

Giorgio dice che il vino necessita di riposo iniziando dalla permanenza nelle botti d’acciaio: 6 mesi per il Rosso di Valtellina e 18 mesi per Grumello e San Martino. Per mantenerlo pulito nei tini, non fa nessuna chiarifica ma, esegue diversi travasi giornalieri. Dall’acciaio al legno: 18 mesi in castagno per il Rosso di Valtellina e 18 mesi in rovere francese (20hl), per Grumello e San Martino. Prima di essere posto in commercio, il vino sosta in bottiglia per ulteriori 6 mesi. Il fatto che le botti siano vecchie anche di 40 anni, aiuta il vino a maturare senza eccessiva cessione di aromi: il legno addomestica il Nebbiolo, rendendo il tannino estremamente gradevole ed aggraziato, senza alcuna ossidazione. Pulizia e manutenzione costanti per questi tini, che sono pochi, quindi facilmente gestibili.

“…poi raccolgo l’uva in cassetta, 20/25 quintali, qualche giorno prima della vendemmia e la porto in solaio 40 gg” (Cit.)

Ho rifatto la cantina nuova e per la torchiatura e l’imbottigliamento mi danno una mano: non è difficile, ma molto noioso” (Cit.)

Strano come, nell’era del web, dei social, e dell’esasperante apparire, ci sia qualcuno che, pur essendosi fatto conoscere, non possieda un profilo Instagram e che ami stare tutto il tempo da solo nel suo vigneto, esposto al caldo ed anche al freddo, dalla mattina al crepuscolo, per l’intero tempo, sentendosi sempre entusiasta di ciò che crea, senza aver bisogno d’altro! Giorgio Gianatti, un uomo modesto, autentico, che mi ha stupita per la sua amichevole accoglienza e per una spontaneità verace, genuina, per nulla scontata.  Con fatica e sacrificio, con grande determinazione e caparbietà, è stato in grado di trasmettere al vino l’unicità e la magia di un territorio che, anche se spesso aspro e contrastante, egli onora ogni singolo giorno, semplicemente rispettandolo!

Valtolina…valle circumdata d’alti e terribili monti, fa li vini potentissimi e assai” Cit.:(Leonardo Da Vinci-Codice Atlantico)

“Il sole violento e bruciante, il vento teso e vivo, le vette delle montagne, la lunga cresta, le pareti alte tutta roccia, più in basso la roccia che sfuma nei vigneti, quali scendenti coraggiosamente in ripidissimi pendii, quali, invece, spezzati e gradinati in terrazze l’una sull’altra, col sostegno di massicci muretti di pietra che seguono serpeggiando ora lo sporgere e ora il rientrare della costiera…”

Cit.: (Mario Soldati- Vino al Vino – primo viaggio, autunno 1968)

Di seguito le degustazioni dei tre vini prodotti da Giorgio Gianatti

Rosso di Valtellina DOC 2016 Nebbiolo Chiavennasca 95% Rossola e Pignola 5%. Titolo alcolometrico 13% vol. Resa 80/100 q. per ettaro. Le uve raccolte all’inizio di ottobre vengono vinificate secondo un processo di macerazione-fermentazione di circa 10 giorni. Dopo un passaggio in tini d’acciaio per 6 mesi, il vino matura in botti di legno di castagno per 18 mesi. Prima d’essere posto in commercio, riposa 6 mesi in bottiglia.

Rubino trasparente con significativi riflessi granati. Frutti rossi polposi (mora e ciliegia), in evidenza all’olfatto, con dolci speziature di cannella e ginepro. La nota floreale di viola appassita è netta e distintiva. Al palato è fresco e gustosamente sapido. Il tannino è presente ma garbato. Di buon corpo, è persistente e dal carattere gioviale, con una nota asprigna, appena accennata, nel finale. Grande piacevolezza e bevibilità. Abbinamento: Manfrigole con bresaola valtellinese

Valtellina Superiore DOCG 2013 Grumello Nebbiolo Chiavennasca in purezza. Titolo alcolometrico 13% vol. Resa 80 q. per ettaro. La particolare posizione con sole a mezzogiorno dei vigneti, posti ad un’altitudine che varia da 350 a 450 m slm su terreno sabbioso, permette un’ottima maturazione delle uve che, raccolte agli inizi di ottobre, vengono vinificate secondo un processo di macerazione-fermentazione di circa 10 giorni. Dopo un passaggio in fusti d’acciaio per 18 mesi, il vino matura in botti di rovere di Slavonia per ulteriori 18 mesi. Successivamente messo in bottiglia, viene lasciato a riposo per 6 mesi prima della commercializzazione.

Granato limpido e trasparente, dai tenui riflessi aranciati. Di delicata finezza olfattiva varietale, espressione del territorio! Si percepisce subito un’importante impronta floreale, che è parte di un corredo aromatico di grande intensità, con sensazioni officinali di genziana, zagara, seguite da glicine, viola e rosa. Fragranti e polpose le percezioni di frutti rossi: prugna, ciliegia, lampone, fragola.  Le spezie (chiodi di garofano, pepe nero, cannella), lievi, ma persuasive, sono seguite da suggestioni d’incenso. Al gusto è caldo e suadente. Il tannino, di ottima fattura, è integro, sferico, levigato e va di pari passo con un’innata freschezza mentolata, agrumata, che lo rende appagante. Importante, complesso, ampio e morbido, è dotato di audace persistenza e complessità retro-olfattiva, con un riverbero della freschezza e significativi ritorni mentolati e dell’agrume. Equilibrato ed armonico, si rivela un vino dai tratti avvolgenti, sinuosi e seducenti, con grande profondità di beva. Abbinamento con: Taròz con manzo brasato

Valtellina Superiore DOCG 2011 Grumello San Martino. Nebbiolo Chiavennasca in purezza. Titolo alcolometrico 14% vol. Le uve sono raccolte in cassetta e fatte appassire per 40 giorni, quindi fermentate per 2 settimane. Dopo un passaggio in fusti d’acciaio, il vino matura per circa 15 mesi in botticelle di rovere di Slavonia dalla capacità di 550 litri. Successivamente viene messo in bottiglia e lasciato a riposo per almeno 8 mesi prima di essere commercializzato.

Granato trasparente, tendente all’aranciato. Grande apertura floreale e superba eleganza all’olfatto, dove si rivela generoso e prorompente: sinuosi sono i profumi di glicine, violetta di bosco, rosa fragrante e genziana (che tanto è presente in questi luoghi!). Il frutto, (marasca, fragolina, prugna), è maturo e croccante! Incisive si rivelano le note agrumate di cedro, bergamotto, limo, seguite da un effluvio balsamico sorprendente, con sfumature di erbe aromatiche che si fanno sentire poco per volta.

Grande ricchezza anche nella speziatura: chiodi di garofano, ginepro, pepe, noce moscata. Poi resina, cuoio. In bocca si rivela dinamico: l’impronta minerale, sapida, affianca amabilmente il tannino energico, deciso, levigato, che si allarga al palato con finezza ed equilibrio perfetti. Caldo, morbido, di gran corpo e struttura. Dal finale “dissetante”, con un ritorno della sorprendente freschezza agrumata e della sapidità, che rendono la beva conturbante e godibile. Abbinamento con Sciatt con tagliata di cervo ai mirtilli

Oltre ai miei vini, un bianco che mi piace bere è il Moscato, poi i Barolo ed i Nebbiolo dell’Alto Piemonte. Non amo il legno eccessivo, ma i profumi…!” (Cit.)

Simona Paparatto

n.b.

non dimenticate di leggere anche il mio nuovo blog personale www.francoziliani.it e Lemillebolleblog www.lemillebolleblog.it

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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Luca
Luca
2 mesi fa

Brava Simona. Finalmente dopo un po di tempo un articolo serio che parla di vino su questo sito . Una boccata di aria fresca. E viva la valtellina

Fabrizio
Fabrizio
2 mesi fa

In Gianatti ritrovo ancora il carattere di un vino valtellinese come li facevano molti vignaioli di questa terra fino a una decina di anni fa. Poi le mode e la necessità hanno smorzato in molti produttori quel carattere brusco e con difetti evidenti-difetti che io adoro- e che me li hanno resi un po’ meno veri. Gianatti no, mi ricorda ancora quello che cerco in un vino valtellinese. L’unico problema è reperire le sue bottiglie!

Simona Paparatto
Simona Paparatto
2 mesi fa
Reply to  Fabrizio

Per le bottiglie, ogni tanto bisogna fare un girettino in montagna ed andare a trovarlo!

Fabrizio
Fabrizio
2 mesi fa

Vero! Non riesco a trovarle nemmeno in una nota enoteca – alimentari di Morbegno che teoricamente ha in esposizione quasi tutti i produttori valtellinesi. Finora ho trovato qualcosa solo su un noto sito, cosa che mi ha stupito. Comunque mi ero ripromesso una sortita da Gianatti e un altro piccolo produttore alla prima occasione!

Giancarlo
Giancarlo
2 mesi fa

Buongiorno a tutti, contattatelo e concordate una spedizione. Io ho fatto così!

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