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Mon coeur mis a nu...

Dolcetto d’Alba 2018 Aurelio Settimo

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Chi se ne frega se certi langhetti sono falsi e cortesi e cialtroni, viva la Langa lo stesso!

Avviso subito i fancazzisti e provocatori ai quali venisse la tentazione, leggendo che torno a scrivere di un vino albese, un Dolcetto d’Alba, dove aver promesso che di vini della Langa ingrata non avrei scritto finché non fosse successa una cosa che data la personalità conigliesca della persona, (non è un personaggio, è un comprimario, un attore di spalla, non ha e non avrà mai la personalità del mattatore o quantomeno quella che ci si attenderebbe da uno che riveste la carica di presidente non del Consorzio del Roccacannuccia Doc, ma dei due vini rossi più importanti d’Italia, ovvero Barolo e Barbaresco) non si è verificata, e la brutta figura (eufemismo) l’ha fatta lui non certo io, di venire rinfacciarmi la cosa. A deridere o chissà che.

Questo pomeriggio, a Bergamo, dopo tre giorni bellissimi trascorsi tra Torino e Cocconato d’Asti, bevendo più volte, anche ieri a pranzo da Antonio Dacomo al Bicchierdivin l’ottimo Barolo Panarole 2015 di Franco Conterno Cascina Sciulun, ho le p…e girate e la modalità vaff innestata, per cui consiglio di evitare di farmi notare o rinfacciare l’incoerenza. Che è tale ma me ne frego.

Lo so che ci sono tanti altri vini buoni in Italia, ma il mio cuore batte (ho un cuore che batte eccome anche a 64 anni e non è solo un fatto fisiologico e anatomico, batte, anche per lei, e Madamin dovrà prenderne atto) per quelli che nascono in terra di Langa e quando ho bisogno di certezze, quando devo abbarbicarmi a qualcosa, non c’è promessa del menga che tenga, vado in cantina, afferro una buta e stappo. E magicamente, come un balsamo sulle ferite, malumori, dubbi e incazzature se ne vanno…

Così oggi, dopo aver ritrovato la sintonia mai persa (con i vini e la terra, meno con le persone di Langa, molte delle quali mi hanno deluso e mi lasciano perplesse sulla logica del loro comportamento tra il Ponzio Pilato il cacasotto il fafiuché e il piciu) con la Langa of my mind, ed essermi gustato un super Barolo 2010 e 2000 vigna Scarrone dei miei amici Bava, un ottimo Prapò 2013 di Ettore (Sergio) Germano, e mercoledì con Oscar Farinetti a Green Pea due ottimi Barolo 2016 Fontanafredda curati da suo figlio Andrea, oggi a pranzo, mangiando formaggi misti trentini, bergamaschi, valtellinesi e due fette di un salame da urlo frutto del mio recente blitz in terra oltrepadana, ho deciso di coccolarmi (oggi ne ho proprio bisogno anche per bloccare il vorticoso giramento di… di cui sono vittima da poco prima di mezzogiorno) ho deciso di stapparmi, non per farne un’analisi organolettica, il vino è sempre stato buono, onesto, ruspante, vero, come chi lo produce, un Dolcetto d’Alba, 2018, della cara vecchia amica Tiziana Settimo, alias cantina Aurelio Settimo di La Morra.

Francamente me ne frego, anzi, me ne fotto, se il sor Ascheri è così stolto, dopo aver benedetto cervellotiche operazioni bancario-finanziarie che prevedono dare Barolo e Barbaresco in pegno per avere finanziamenti, da continuare a considerare il Barolo in vergognosa svendita nella GDO e nei discount sotto i dieci euro come un male necessario. Io quando scopro come oggi, grazie alla segnalazione di un lettore che da Aldi si trova un Barolo 2015 imbottigliato nelle cantine di Priocca da un sigla come MCQ Srl di Forlì a 9,90 euro, mi infiammo, m’incazzo e se fossi il presidente del Consorzio Barolo Barbaresco non farei il tartufo mollaccione post democristiano come fa il tipo di Bra che inopinatamente presiede quel Consorzio, ma farei di tutto per cambiare le cose.

E quindi, avendo ormai accettato, essendomi rassegnato all’idea che anche tra i langhetti ci siano mediocri, scarsi di comprendonio, gente senza attributi, furbetti, conformisti, affaristi e calcolatori, gente che pur vivendo in Langa non ha un decimo del mio attaccamento a quella terra per me sacra, ho deciso di porre fine a questa assurda salita sull’Aventino, a questo doloroso rifiuto di bere (in verità vini di Langa non ho mai smesso di stapparne, non ne ho solo scritto per qualche tempo), Barolo, Barbaresco, ecc e oggi ho sancito la mia personale pace, con le vigne, con la terra, anzi i terroir, (ho questa insana abitudine di parlare e scrivere in francese, di pensare in francese, di sognare in francese, di innamorarmi in francese, che con la testa dura che ho non perderò: vediamo alla fine chi la vince…), di Langa stappandomi il Dolcetto d’Alba 2018 della mia amica Tiziana.

Una che anche se è nata femmina, le palle le ha eccome, più toste e sode di tanti suoi colleghi maschietti, una che produce vini veri, Barolo annata, Barolo Rocche dell’Annunziata, anche in versione riserva, un buon rosato di Nebbiolo, e questo bel Dolcetto d’Alba ottenuti da 5,67 ettari coltivati a Nebbiolo da Barolo e 0,97 ettari a Dolcetto d’Alba.

Ed il Dolcetto d’Alba 2018 di Tiziana, vera vigneronne di Langa, una che non si atteggia a straf…, una che si sporca le mani in vigna e cantina, una che stimo incondizionatamente perché è una donna vera, una persona vera, mi ha gratificato, coccolato, fatto star bene (io amo il Dolcetto sono un dolcettista, la prima volta, nel 1984, sono venuto in Langa per scrivere di Dolcetto, per intervistare e parlare del suo Dolcetto con il cunt Paolo Cordero di Montezemolo) grazie alla sua lineare, schietta, semplicità.

Alla sua volontà dichiarata di essere un Dolcetto d’Alba che ne stappi una buta e te la bevi, perché non è super concentrato, perché non vuole essere altra cosa (una stranezza, un ibrido, un qualcosa di mal riuscito) come hanno provato a fare del Dolcetto un gruppo di stravaganti di Dogliani. Con a capo Orlando Pecchenino, per qualche tempo, assurdamente Presidente del Consorzio Barolo Barbaresco, e dolcettista che prova anche a baroleggiare e il cui Alta Langa Psea Pas Dosé 2016, degustato due giorni fa, mi ha lasciato molto perplesso, completamente diverso da quello, il 2015, che avevo degustato a giugno e di cui avevo scritto con favore. Legnoso, pesante, massiccio, senza piacevolezza, triste, come triste mi sembra il non prode Orlando.

Che bello invece il Dolcetto d’Alba di Tiziana Settimo, colore rubino violaceo brillante, naso inconfondibile, fresco fragrante, langhetto, tutto viola, liquirizia, terra, pepe nero, ciliegia nera che vira alla prugna! E che godibile, beverino, vero, vivo, al gusto, bocca fresca, viva, succosa, saporita, con una bella vena di mandorla finale, acidità che spinge, equilibrato godibile, salato, di bella ricchezza ma senza eccessi!

Cosa volete che vi dica: i langhetti, certi langhetti, troppi langhetti, potranno anche essere piciu, deludenti, falsi e cortesi, conformisti, ubriacati dal troppo successo economico, spesso di poca cultura (Farinetti con la sua cultura straordinaria da umanista fa la figura del super gigante rispetto alla maggior parte di loro), micragnosi, calcolatori, opportunisti (qualcuno anche cialtrone) ma io ho giurato eterno amore e fedeltà alla terra di Langa, alla causa del Barolo, quindi affanculo i langhetti scemi ed evviva la Langa, evviva il Barolo (e il Barbaresco)!

n.b.

non dimenticate di leggere anche il mio nuovo blog personale www.francoziliani.it e Lemillebolleblog www.lemillebolleblog.it

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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Simone N
Simone N
6 giorni fa

Una delle migliori aziende di Langa; assieme a Poderi Marcarini, pilastro del Barolo tradizionale a La Morra. I prezzi sono contenuti, i vini splendidi. A parte il Dolcetto, un Langhe Nebbiolo monumentale, per me il migliore della tipologia. Poi c’è il Rocche dell’Annunziata. Cru straordinario, in grado di tirare fuori con straordinaria finezza la vena floreale del Nebbiolo, in particolar modo quelle note di rosa che ammaliano e coccolano gli appassionati di questo vitigno. Paradossalmente, i produttori che hanno vinificato in purezza le uve di questo Grand Cru, hanno fatto ricorso quasi tutti ad uno stile moderno e all’utilizzo delle botticelle nuove, con l’obiettivo di offrire una piacevolezza immediata e omologante, sacrificando la peculiare espressività del Barolo di questo vigneto. Lorenzo Accomasso e Aurelio Settimo sono l’eccezione. Non vorrei sbagliare, ma credo che Tiziana Settimo abbia la parcella più estesa all’interno delle Rocche, e forse anche per questa ragione, può permettersi il lusso di far uscire il suo Rocche a prezzi abbordabili. Mi auguro che continui su questa strada. Ciao Tiziana, e speriamo di vederci a Roma al prossimo “Nebbiolo nel Cuore”

Simone N
Simone N
6 giorni fa
Reply to  Franco Ziliani

Caro Franco,
Mai avuto il piacere di bere i vini di Franco Conterno Cascina Sciulun. Quasi quasi ordino qualche bottiglia. Online ahimè.

Tendenza

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