Seguici su
Attenzione: questo sito è impostato per consentire l'utilizzo di tutti i cookie al fine di garantire una migliore navigazione. Se si continua a navigare si acconsente automaticamente all'utilizzo. Continua Leggi l'informativa completa

Degustazioni

Un classicissimo dell’enologia sicula: il Duca Enrico di Salaparuta

Pubblicato

il

Cronache enoiche siciliane di Alfonso Stefano Gurrera

E’ tornato, eccome se è tornato, e ne siamo tutti felici, il nostro caro Stefanuzzo, Alfonso Stefano Gurrera, raffinato scrittore di  vino catanese, e dopo averci raccontato il Rosso Tancredi, da par suo oggi ci introduce, con il suo stile inimitabile, elegante e ricco di riferimenti storici e culturali, ad un classicissimo del vino della sua terra, il Duca Enrico di Salaparuta. Vi auguro buona lettura e mi siedo anch’io ad ascoltare, incantato, la sua voce…

La trama di una storia è come quella di un tessuto. È qualcosa che ha a che fare con il tempo e con le persone. Viene creata da un tessitore e per il suo svolgimento ha bisogno di tempo, quello necessario all’intrecciarsi dei fili e delle narrazioni. A volte basta una sola bottiglia di vino a dipanare gli intrecci di una storia lunga 190 anni, cioè quasi due secoli. Una bottiglia che non ha bisogno di una rappresentazione grafica per spiegare il mistero del suo intreccio di ordito e trame delle due storie legate e intrecciate a questa etichetta, prima di rivelarne il nome, veleggiano infatti tre le onde di un mare “color del vino”. E si risolvono con una traversata nel tempo di cui hanno bisogno. Lungo circa 50mila giorni.

La prima storia comincia così: “…correva l’anno 1824 e la sua residenza, la più sontuosa delle residenze siciliane: “Villa Valguarnera” a Bagheria. (siamo in provincia di Palermo). Lì vi giungevano vini da tutte le sue tenute, “ma il migliore- affermava il Duca – era quello che arrivava dalla contrada Corvo di Casteldaccia”.

Quel Duca era Giuseppe Alliata di Villafranca, Principe del Sacro Romano Impero, Duca di Salaparuta e Grande di Spagna, vissuto fra il 1784 e il 1844 e sposato con Agata Valguarnera da cui ha avuto dieci figli. Uomo di grandi idee, iniziò, sull’onda della passione, a trasformare le uve Insolia delle sue proprietà di Casteldaccia, in Contrada Corvo e Traversa, in un buon vino imbottigliato per la prima volta nel 1824. Con il marchio “Duca di Salaparuta”.

Il figlio, Edoardo Alliata Valguarnera, dette poi vita prima ad un apparato imprenditoriale e, poi, a nuovi impulsi nelle attività vinicole e commerciali. Grazie ai quali raggiunse una produzione di 100mila bottiglie da destinare per la vendita non solo in Italia ma anche ai mercati esteri quell’azienda nata per passione, e nuovi impulsi nelle attività vinicole commerciali con un tale sviluppo che lo fecero diventare “un autentico maestro dell’enologia siciliana”.

Un maestro che elaborerà una seconda storia il cui capitolo portante è legato ad un vino e al suo nome: il “Duca Enrico”. Vino che nasce con la vendemmia del 1982. Se lo sport, in quell’anno, celebrava il “mondiale di calcio”, l’enologia siciliana (perdonatemi l’eccesso) celebrava il campionato mondiale della sicilianità…con il Duca Enrico!  Perché da quella vendemmia si maturò un vino che seppe annientare un panorama il cui scenario, in quel tempo, era fatto di vini da taglio, eccessivamente alcolici, ricchi sì di colore, ma deboli di struttura, spesso letteralmente volgari e poveri di cultura, di competenze enologiche, proprio in un mondo affollato da enologi mediocri il cui motto stava tutto in una sola parola: “Quantità”.

Per fortuna di lì a poco arrivò in azienda “l’Angelo Gabriele” dell’enologia siciliana, un angelo di nome Franco. Viveva già, in Sicilia, da qualche lustro. Vi arrivò, per una consulenza di venti giorni, alla cantina ennese “Furnari”. E ci rimase per il resto della sua vita o quasi ma non per spiegare la storia della fine dei giorni, ma il suo contrario, cioè l’inizio di un’era che tutt’oggi stiamo vivendo.

Galeotto, si può dire, fu quell’amore a prima vista. La classica folgorazione in fotocopia delle consuete storie di passioni. Ma qui la passione, anzi la banalità del bene, gli farà scrivere le più belle pagine della storia moderna dell’enologia siciliana. Perché l’oggetto del desiderio non fu una bellezza al buio, con il calore che ha dentro di sé e la voglia di esplodere e liberarsi in cielo, come sono definite le donne siciliane, ma un acino piccolo e nero chiamato appunto Nero d’Avola.

Quel Franco è il piemontese Giacosa. Che è ancora oggi è grato sia alla Sicilia, per le esperienze preziose e irripetibili che ha vissuto, sia alla città di Catania per avergli offerto la possibilità di conseguire la laurea in Enologia. Dove la sua tesi “Le potenzialità economiche del Nero d’Avola” (gli piace ricordare),fu definita, dal collegio esaminante, singolare e bizzarra”. E dovette spendere un’ora del suo fiato, il Giacosa, per spiegare a quei relatori che “per Nero d’Avola (nome che sentivano per la prima volta), non s’intendeva una corrente metafisica del Barocco siciliano, (così, pare che avessero percepito), ma un vitigno ottimo per fare un vino e pure buono. “E vista l’estensione del vigneto Sicilia” – concluse la sua arringa – i riflessi economici e di immagine non possono definirsi che scontati”. Una stoccata finale da gran fiorettista.

Ma non è il massimo dei piaceri riscossi dal suo vino. Perché dopo essersi consumata la capacità di raccogliere successi e consensi nell’intera nostra penisola, ecco che occorreva testare il mercato internazionale. Fu così che pensarono, alla “Duca di Salaparuta”. E avuta la consacrazione nazionale ora occorreva il salto internazionale. Ed ecco subito presentarsi l’occasione per conquistare gli “States”.

Siamo a New York, ristorante “Le Cirque di Sirio Maccioni. In programma una degustazione del “Duca Enrico”. C’è Sheldon Wasserman, critico e scrittore assai stimato d’America. “Se volete conoscere i vini italiani dovete leggere i suoi libri” scrisse di lui il New York Times. In programma un confronto alla cieca con un Château-Mounton Rothschild. Il primo vino che gli servirono fu “Il Duca Enrico”. E subito partì un’esclamazione: “My dear Franco, this is not your wine” (mio caro Franco, questo non è il vostro vino). Poi fu la volta del Mounton Rothschild: “but, this is as good as the other” (ma questo è buono come l’altro). Ecco la morale, quel Nero d’Avola in purezza del Duca Enrico, degustato per primo, che si confonde con un mito bordolese!!!  Fine della favola e inizio di una storia di successo.

Cosa aggiungere? Solo poche righe su questo 2008 da incorniciare che abbiamo condiviso con l’enologo Francesco Miceli. Il quale ricorda bene l’andamento climatico di quell’annata. “Qui a Suor Marchesa – esordisce- ascoltiamo anche il suono del vento, i suoi silenzi, le voci che giungono dal mare. Sappiamo che ciò che percepisce l’udito di un vitigno, può finire in un calice di vino. E conosciamo pure che il tramite di questo percorso è l’acino che cresce sull’alberello del nostro Nero d’Avola. Che qui, su questa media collina, si esprime meglio di quanto abbia saputo fare sulla piana di Gela da cui, dal 2008 ci siamo trasferiti.

Una caccia continua per catturare ciò che è immateriale. La luce, per esempio, è più importante del sole. La prima dà colore, il secondo calore. La luce è importante perché porta a maturazione ciò che rientra nell’ambito aromatico. Ci siamo trasferiti qua perché i nostri vitigni sulla piana di Gela erano sì generosi, ma spesso distratti. Dimenticavano sulle piante molti dei principi attivi che generano complessità e longevità. E qui ancor oggi continuiamo a cercar di incrementare ulteriormente il già ricco patrimonio molecolare delle nostre uve.

E pare che questa etichetta del 2008 in parte abbia assecondato le nostre ambizioni. Lo annunciano i suoi profumi in cui il netto sentore di ciliegia sotto spirito rende chiara l’anticipazione di un certificato di sicura eleganza e la conferma di una longevità che qua non appare affatto al capolinea. È stata questa un’annata relativamente calda e sufficientemente benevola al fine di un perfetto bilanciamento per le tre classiche maturazioni: zuccherina, fenolica, olfattiva. Ed è da ritenere di un carattere ben equilibrato con la sua complessa gamma di frutti maturi e poi iris e spezie. Gradevole, e lungo il finale di persistenza. Come l’applauso, a degustazione aperta, che merita il vino e l’enologo che ci ha aiutato a leggerlo, oltre che a degustarlo…

n.b.

non dimenticate di leggere anche il mio nuovo blog personale www.francoziliani.it e Lemillebolleblog www.lemillebolleblog.it

Print Friendly, PDF & Email

Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

Continua a leggere
Fai click per commentare
Subscribe
Notificami
guest
0 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments

Tendenza

Autore: Franco Ziliani - P.IVA: 02585140169 - Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale. Le immagini inserite in questo blog sono tratte in massima parte da Internet; qualora la loro pubblicazione violasse eventuali diritti d'autore, vogliate comunicarlo a Franco Ziliani, saranno subito rimosse.
Privacy Policy

0
Would love your thoughts, please comment.x
()
x