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Degustazioni

Trebbiano d’Abruzzo 2019 Bossanova

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Un bianco abruzzese che ti fa ballare la rumba, la samba e il cha cha cha

Allora, ricapitolando, niente Nascetta di Novello, niente Favorita se non rigorosamente roerina, sull’Alta Langa ci devo pensare, perché anche solo evocare il nome mi fa girare le…, ma su alegher, c’è vita e ci sono tanti vini, bianchi, rossi e con le bollicine, al di fuori di quella zona che amai tanto e che si è dimostrata ingrata e pigra, e dunque cominciamo l’enoica vita nova (mica sono Dante Alighieri e di Beatrice manco l’ombra…), scrivendo di un bianco che ho aperto ieri e mi ha entusiasmato.

Avevo già parlato, in un articolo che qualcuno mi aveva rimproverato essere stato più politico che vinoso, della bella scoperta, tramite un loro Montepulciano d’Abruzzo, della giovane aziende abruzzese Bossanova, creata da Andrea Quaglia e Nat Colantonio, entrambi musicisti, entrambi reduci da importanti esperienze all’estero.

Quattro ettari di vigna, la volontà precisa, feroce direi quasi, all’interno della Docg Colline Teramane, su una collina a 200 metri di altezza, a Controguerra, “terroir esclusivo fatto di virtuosità naturali e tradizione vitivinicola profonda”, di porsi nel solco intelligente e meditato di una tradizione vissuta e rispettata con orgoglio.

Come ho detto, mi hanno colpito le loro parole: “dimessisi da fuorvianti incarichi di vita Andrea Quaglia e Nat Colantonio tornano alla terra ambendo alla legittima qualificazione del territorio che ospita i circa 4 ettari dei loro vigneti da più di quarant’anni. Per farlo devono sincerarsi di una corale presa di coscienza verso i vignaioli moderni, della centralità della ritualità ancestrale della vinificazione, ostile all’impatto di qualsivoglia sofisticazione moderna”.

Mi aveva quasi commosso il fatto che due giovani arrivino a scrivere, nel 2021, “abbiamo ereditato questa tradizione dalla nostra famiglia e la conserviamo orgogliosamente, enfatizzandone la preziosità e cercando di promuoverla nel mondo”. E ancora, parlando del loro stile di fare vino, “lasciamo esprimere naturalmente le caratteristiche dei nostri vini senza sofisticazioni, utilizziamo contenitori in cemento vetrificato che, estremizzando il concetto, non alterano le caratteristiche organolettiche che derivano dalle varietà (Montepulciano e Trebbiano) che alleviamo”.

E ieri, boia fauss, che bella rivelazione, che gioia dal loro Trebbiano 2019, che conferma una volta di più la mia convinzione che questo vitigno diffusissimo e popolare, non fighetto, non snob, non aromatico come il Sauvignon ed il Gewürtraminer, non modaiolo come il Petit Manseng, che qualcuno ha piantato persino sui Colli di Parma e che sta fornendo prove interessanti (vedi Franz Haas) anche in Süd Tirol, coltivato nei posti giusti e affidato a mani ispirate, contenendo le rese e lavorando magari su “vieilles vignes”, si possono ottenere risultati molto positivi.

E questo Trebbiano d’Abruzzo 2019, che fermenta in botte su un letto di grappoli interi che rimangono a macerare per qualche giorno e completa l’affinamento per 8 mesi, parte in anfore di cocciopesto, parte in vasche di cemento, ottenuto da  una vecchia vigna dove ci sono anche minime tracce di Malvasia e Procanico, mi ha proprio soddisfatto.

Colore paglierino oro intenso, luminoso e solare nel bicchiere, si propone subito con un naso fine, intenso, complesso, dove il fruttato maturo, una succosa pesca gialla, un filo di albicocca che mi ha fatto addirittura sentire aria di Viognier (uva che adoro e che si traduce in vini splendenti come i Condrieu), si sposa a note di fieno e fiori secchi, mandorle, un accenno di miele, con una bella nota salina e minerale.

E poi che solarità e pienezza succosa (che mi ha fatto pensare a qualcosa che con il vino non ha nulla a che fare ma che accende sempre la fantasia e le emozioni di noi maschietti, curve e controcurve…), al gusto, una larghezza di espressione, una bella pienezza, ma una grande freschezza, un perfetto equilibrio tra frutto e acidità, una godibilità che mi hanno conquistato.

Perbacco che ritmo questo Trebbiano di Bossanova che ti fa ballare la rumba, la samba e il cha cha cha!

n.b.

non dimenticate di leggere anche il nuovo blog personale www.francoziliani.it e Lemillebolleblog www.lemillebolleblog.it

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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Gaetano
Gaetano
1 mese fa

Franco, dopo aver abbandonato la langa non ti rimane che cadere folgorato sulla via, non di Damasco, ma dei vini naturali. Per una fregatura che ti becchi, e che ti tocca scaraffare direttamente nel lavandino, ci sono almeno due perle enologiche come da te recensite e un plotone di produttori entusiasti del loro lavoro, credimi!!!!
Depurati con un po’ di aria, pardon vino, fresca per tornare più in forma che mai alla tua langa!!

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