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Mon coeur mis a nu...

Se lo Champagne ti tradisce chi ti sfanga se non la Langa?

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Un Diano d’Alba e un Moscato d’Asti super e il primo dell’anno va alla grande

Ieri non avevo in programma di scrivere, se non alcuni proponimenti per il prossimo anno destinati al mio blog (uno sulle donne, sul rapporto con le infide esponenti del cosiddetto “sesso debole” che voglio intrattenere quest’anno, pensieri che mi varranno qualche accusa di misoginia, cosa della quale allegramente me ne frego…), ma poi sapete come vanno le cose, scrivere per me è come una droga, un’ancora di salvezza, un modo di esprimermi più naturale che le parole, e allora ho acceso il computer e ho scritto…

Sul mio blog personale ho detto quello che penso, potete leggerlo qui, di un inutile, noioso, tronfio di retorica, discorso di fine anno di un presidente della Repubblica le cui parole insignificanti ci toccherà sopportare ancora un annetto, di uno splendente Concerto di Capodanno diretto da Riccardo Muti dal Musikverein di Vienna e di uno ridicolo, dal Teatro della Fenice di Venezia, dove direttore e orchestrali e financo il coro portavano la mascherina. Poveri scemi…

Però la giornata, dal punto di vista enoico ha riservato delle sorprese. Per aprire l’anno avevo pensato ad uno Champagne, uno che sulla carta era importante, un Premier cru, millesimato, vignaiolo biodinamico. Avevo scelto male però, non avevo fatto caso che questo Champagne era affinato en fut de chene e partito per seccarne una buta, per quanto avessi sete e gran desiderio di iniziare l’anno con le bulles champenoises non sono riuscito ad andare oltre un bicchiere e mezzo. Troppo massiccio, troppo pesante, privo della leggerezza e dell’esprit de finesse senza le quali uno Champagne, secondo me, non è Champagne. Bottiglia da 70 euro, di cui non scriverò una riga perché una rondine non fa primavera e capita rarissimamente che uno Champagne mi dia una sola, ma un’autentica delusione che non mi aspettavo proprio.

Che fare allora per salvare la situazione, mentre il canonico cotechino e lenticchie (a inizio anno ne mangio sempre una quantità industriale perché dicono portino soldi, ma io continuo ad averne pochini… che sia forse meglio mangiare altro?) venivano pronti e le note del Concerto di Vienna si diffondevano, a palla, in casa?

Non avrei fatto in tempo a mettere in fresco un altro Champagne, iniziare l’anno con un metodo classico italiano non mi garbava, e allora ho pensato di ricorrere all’ancora di salvezza che non mi tradisce mai, alla soluzione valida per ogni evenienza, e ho chiamato in soccorso la mia amata Langa.

Niente Barolo o Barbaresco, perché l’abbinamento con il cotechino avrebbe fatto a cazzotti, niente Alta Langa e allora ho pensato che tutto sarebbe stato perfetto se avessi stappato un Dolcetto. E che Dolcetto perbacco, il Diano d’Alba Sorì del Moncolombetto annata 2019 del mio amico Maurizio Rosso.

Un vino che nasce da una vigna con un’esposizione meravigliosa, che sarebbe fantastica anche per accogliere Nebbiolo da Barolo, la più alta della zona, ma che Gigi Rosso e oggi suo figlio Maurizio che ne continua l’opera hanno voluto e vogliono continuare a destinare a quel vitigno che per tanti anni ha espresso il vino il cui consumo era più diffuso tra i vignaioli stessi e da messi di consumatori piemontesi, lombardi, liguri, valdostani e che oggi, per tanti motivi, è un po’ in difficoltà.

Ce ne fossero tanti di Dolcetto, pardon, di Diano d’Alba, simili, di crisi non si parlerebbe affatto, con quella inconfondibile dolcettosità, mi sia consentito il neologismo, che riempiva l’ampio bicchiere di Riedel. Rubino violaceo intenso e brillante, anzi, squillante di mille riflessi, un naso che ti porta subito sugli amati sorì di Langa, viola, liquirizia, ciliegia, prugna, terra e una freschezza, una nitidezza aromatica da conquistare anche i più scettici.

E che dire della bocca ampia e carnosa, calda e avvolgente, di quel gusto inimitabile, fresco e vivo, di quella ricchezza di sapore contagiosa, pimpante, piena di energia, vitale e rivitalizzante?

A quel punto, mentre le inconfondibili note del An der schönen blauen Donau riempivano la casa e partivano i primi lacrimoni e la mente andava ai tanti Neujahrskonzert ascoltati (purtroppo solo in tv e sedendo nel Musikverein) nella mia vita ed in particolare a quelli diretti da Karajan e quello indimenticabile diretto dall’insuperabile Carlos Kleiber nel 1989 (annus mirabilis della caduta del Muro della Vergogna e delle menzogna comunista) mi sono detto: è Capodanno, ti aspetta un anno lungo e difficile, non farti mancare nulla, regalati un Moscato d’Asti di quelli leggendari.

Ed eccomi dunque a stappare quell’apoteosi del Moscato, quell’enfasi moscatesca del Vigna Vecchia 2015 (ebbene sì, signori cialtroni per cui il Moscato va bevuto giovanissimo e poi è da buttare…) di Alessandro Boido, ovvero Cà d’Gal a Santo Stefano Belbo (patria di Cesare Pavese) e andare letteralmente in brodo di giuggiole per quella crema fatta vino, per quella dolcezza inebriante e sapida, quella tavolozza di aromi dove gli agrumi canditi rincorrono la salvia, il miele, i fiori bianchi, sfumature di nocciola fresca, per quel gusto infinito che ti titilla e accarezza il palato come un abbraccio…

Beh, mi sono allora detto, mentre battevo le mani al ritmo della Radetzky March brano finale e tripudio del Concerto, una trionfale commemorazione, piena di sehnsucht del Die Welt von Gestern, quello dove etnie, culture, sensibilità diverse convivevano in armonia e bellezza nella Kakania retta mirabilmente da Franz Joseph imperatore, le donne, quelle che nel corso del 2020 sono state soprattutto croce e poca delizia, potranno essere perfide, fartene passare di cotte e crude, rivelarsi le peggiori nemiche, ma finché ci sarà la Langa, finché ci saranno vini come questo Diano d’Alba e questo Moscato d’Asti, finché ci saranno Barbaresco, Barolo, Roero, Freisa, Pelaverga, Barbera come questi, e Nascetta, Arneis, Favorita, Alta Langa, ci saranno vita e speranza e consolazione.

Che facciano pure, ci riescono perfettamente, fa parte della loro natura infida, le st….e, una risata e una buona bottiglia le seppellirà…

n.b.

non dimenticate di leggere anche il nuovo blog personale www.francoziliani.it e Lemillebolleblog www.lemillebolleblog.it

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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Roberto Bianchi
Roberto Bianchi
8 mesi fa

quel Dolcetto é proprio una sua passione. Si ricorda questo articolo? Scritto quasi 19 anni fa http://winereport.com/winenews/vino_settimana/scheda.asp?IDCategoria=-1&IDNews=156

Tendenza

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