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Degustazioni

Salento rosato Mjère edizione limitata 2016 Michele Calò

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Un rosato talmente “cazzuto” che sembra un rosso

Quante volte ho raccontato, celebrato con entusiasmo, descritto come uno dei dieci migliori rosati italiani, quasi ogni anno il miglior rosato del Salento e il migliore o tra i migliori dell’amata terra di Puglia, il Salento rosato Mjère dei fratelli Fernando e Giovanni Calò, figli di quel grande uomo del vino che è stato il loro padre Michele?

L’ultima volta, parlando del loro fiammeggiante, elegantissimo 2019, 8 mesi fa qui, ma prima ancora 6 anni fa sul Cucchiaio d’argento, 9 anni fa, qui8 anni fa parlando del loro Rosso, e poi di una verticale da urlo fatta nella terra dei trulli e dei taralli.

Insomma, di questa azienda posso dire di essere un convinto sostenitore e continuo ad esserlo anche se i rapporti con loro, con uno dei due fratelli, il minore, per l’esattezza, non sono più quelli di una volta. Diciamo che questo è accaduto per questioni private, un assoluto misunderstanding e uno “scazzo” come quelli che possono esserci tra noi uomini, e non per questioni di donne, o solo in una maniera diversa da quello che si possa pensare, perché non ci siamo contesi nessuna donzella, abbiamo solo leticato, rischiando la rissa in un incontro molto ravvicinato a Milano, perché io ho difeso una persona cara di cui lui aveva detto cose ingiuste.

Inutile che io chieda ai Calò, come hanno gentilmente e spontaneamente fatto per anni, quando mi consideravano un amico, di farmi assaggiare le nuove uscite. Da due anni, come è giusto che sia, vedo di procurarmi dei campioni acquistandone, online, qui a Bergamo dove vivo non è facile trovarle, qualche bottiglia.

E così la scorsa primavera, dopo aver letto questo articolo di un altro rosatista perso come me, Angelo Peretti, che decantava un Mjère uscito anni dopo la versione normale, una sorta di riserva o limited edition, un 2016 commercializzato in solo 3200 esemplari a tre anni dalla vendemmia, un rosato  che “ha fatto lunghissima permanenza sulle fecce fini in vasche di cemento. Per ventiquattro mesi. Niente filtrazione prima dell’imbottigliamento, perché la decantazione, in un arco temporale così lungo, è avvenuta da sola”, ho cercato di procurarmene uno. Giudiziosamente imbottigliato e commercializzato in bottiglia di vetro scuro.

La bottiglia l’ho trovata, proposta da un’enoteca on line dell’amatissima (sono orgoglioso di avere un po’ di sangue salentino per via di nonni materni) Lecce, Wine and more, dove oggi la potete ancora trovare proposta a 18,30 euro, mentre io l’ho pagata la scorsa estate intorno ai 19.

Arrivato il vino, ho voluto lasciarlo ancora qualche tempo nella mia magica cantina dove le bottiglie si conservano splendidamente e poi confesso di essermela dimenticata. Aspettavo il momento giusto per ripescarla, stapparla e farmi coccolare come è sempre accaduto con i rosati dei Calò, anche il Cerasa, affinato in legno, che mi piace bere dopo almeno un anno di bottiglia.

L’occasione è arrivata un paio di giorni fa, la possibilità di rivedere una cara amica, che per otto lunghi e intensi anni è stata molto ma molto di più per me, una donna speciale che i rosati di Calò adora, con la quale abbiamo bevuto, in Puglia e a Bergamo dove viviamo, molte bottiglie del Mjère, proprio la persona che ha causato, e non ne ha alcuna colpa, la rottura tra Giovanni Calò e me.

È rimasta sorpresa lei, quando, mascherato dalla carta stagnola per non farlo riconoscere, le ho versato nel bicchiere questo rosato speciale senza dirle niente, lasciando che fosse lei, che di rosati ne sa forse più di me, ad esprimere le sue impressioni, a suggerirmi di concentrarmi su questo o quell’aspetto, a cogliere una sfumatura.

Purtroppo questa volta non si è rinnovato l’incanto, né lei né io siamo stati conquistati da un rosato da cui mi aspettavo molto e non per il prezzo (molto importante per un rosato, ma la scorsa estate, à Paris, sono arrivato a pagarne 26 di euro, diciamo che ero molto motivato a farlo e camminavo ad un metro da terra e sentivo il cuore cantare, prima che Elle me lo frantumasse, ‘sto core… per un Bandol da mille e una notte, quello del Domaine Tempier), ma per l’amore che entrambi portavamo, e continuiamo a portare, per i vini di questa esemplare azienda salentina.

Sorry, dommage, przepraszam caro Peretti, cari Calò, a nostro modesto parere, tappo e bottiglia erano in perfette condizioni, ma questa edizione limitata 2016 non é stata la cosa migliore che avete prodotto. E se mi permettete, se vorrete ripetere questa lodevole idea di uscire con una riserva di rosato, cosa che in Francia in grandi domaines della Provence é prassi, penso ad esempio al clamoroso Tibouren di Clos Cibonne, vi consiglio di calibrare meglio le cose.

Un grande rosato é soprattutto un capolavoro, un trionfo, una celebrazione di freschezza ed eleganza. Un grande rosato non deve avere il carattere e la personalità di un vino rosso, anche se è made in Salento ed é fatto con un’uva ”cum pallas” come il Negroamaro come nel caso di questo Mjère.

Questa edizione limitata 2016 (cari Calò, cambiate il nome, please, chiamatelo, anche voi ”riserva del fondatore”, oppure limited editions, late release) non convince perché difetta di eleganza, perché l’alcol (13,5 gradi dichiarati ma sembrano di più) é in eccesso e punge a naso fin dalla prima olfazione, perché il colore, acceso, un cerasuolo molto intenso é quasi più da rosso che da rosato.

I profumi sono intensi, di lampone, ciliegia, un filo di buccia di mandarino, sfumature di  erbe aromatiche e macchia mediterranea, ma privi di quella fragranza floreale che caratterizza sempre il Mjere, molto caldi, da rosso appunto.

Importante la bocca, piena, ampia, carnosa, succosa, ma sempre con quell’alcol a infastidire, e una durezza tannica che avrei apprezzato e che amo, soprattutto quando é giovane, nel vostro Rosso, ma che stona in questo rosato edizione limitata. E non perfettamente riuscita.

E a cosa abbinare questo rosato che vorrebbe essere rosato ma ha le parvenze del rosso se non a piatti importanti, di difficile preparazione e non facile disponibilità come un paté di lepre o fagiano o maccheroncini con ragu di pernice rossa?

Per i classici piatti da rosato salentino, la puccia, le melanzane alla parmigiana, il puré di fave e cicorie, ciciri e tria, la sagna leccese (mamma mia che fame mi viene solo ad evocarli!) attendo, con fiducia e pazienza, quando sarà pronto, il Mjère 2020. Che sarà nu babà, come sempre…

n.b.

non dimenticate di leggere anche il mio nuovo blog personale www.francoziliani.it e Lemillebolleblog www.lemillebolleblog.it

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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