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Degustazioni

Rosso di Sicilia Il “Tancredi” di Donnafugata

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Un grande ritorno su Vino al vino: Alfonso Stefano Gurrera

Allegria bella gente! A Bergamo piove a dirotto, il fetuso governo Conte non cade, le parigine restano à Paris, la Langa è ingrata, ma è ugualmente un giorno felice,  un happy day, perché sono lieto di poter nuovamente leggere e ospitare, su Vino al vino, uno scritto di una delle più vibranti e personali penne del vino che io conosca, l’amico siculo, anzi catanese, Alfonso Stefano “Stefanuzzo”, come lo chiamo io, Gurrera.

Inutile che ve lo presenti, vi invito a leggerlo con attenzione e cuore puro e desiderio di lasciarvi coinvolgere dal suo racconto sul vino e dalla sua cultura, che non è mai accademia o posa, ma un modo sincero, partecipato, che viene dal cervello e dal cuore, di sentire il vino e raccontarlo. Con accenti e linguaggio personale e inimitabili. Non amo molto (eufemismo) l’azienda produttrice del vino scelto dall’amico Alfonso, ma chi se ne frega, sarei lieto di ospitare un suo articolo anche se avesse scritto di un vino del rinoceronte, di Banfi (beh non esageriamo) o di Vespa (insomma…).

Bentornato Alfonso e torna prestissimo, questa è casa tua. Buona lettura!

Dice una massima: “Se vuoi conoscere un uomo devi partire dal suo Dio”. Ok, ci siamo. E se vuoi conoscere un vino? Qui, in verità, ci starebbe a pennello la classica storpiatura tramandata dal volgo romano: “idem con patate!”. Che altro non è che l’esito della locuzione latina “Idem comparateben scritta ma mal pronunciata, che significa “lo stesso e/o come sopra”.

In realtà il contributo che può presagire Dioniso, dio del vino (come lo chiamavano i Greci, o Bacco, come lo chiamavano i Romani) è vago, debole e snervato. Ma questo poco importa se il vino che dobbiamo recensire riporta un nome “altisonante”: Tancredi.  Un vino che accompagna divinamente molti cibi, ma accompagna ancora meglio il pensiero, e pensando col vino, ci insegna Massimo Donà, s’impara non solo a sorseggiare riflettendo ma anche a riflettere sorseggiando.

Perché il suono di questo nome ha evocato in noi tanti capolavori, della storia, della letteratura e della cinematografia siculo-italiana (immortale resterà il ricordo (e la scena del ballo) di quel film diretto da Luchino Visconti. Tutti racchiusi in solo nome: “Il Gattopardo”, opera multiculturale in cui la figura di Tancredi Falconeri è destinata a rimanere sempre viva, se non nel cuore, almeno nei ricordi di quest’ultima, e, innegabilmente, anche nel rapito lettore.

Grazie anche a quel concetto, o quell’immagine o, ancora, quella immortale astrazione che recita: “…se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi.  Romanzo il cui incipit è, anch’esso, una locuzione latina: “Nunc et in hora mortis nostrae, Amen” (strofa finale dell’orazione dell’Ave Maria “nella recita quotidiana del rosario in cui il Principe vi partecipava giornalmente).

Ma qui è il nipote Tancredi, e il suo nome, ad ammantare di personalità, e ancor più di fascino, questo “Rosso-Terre Siciliane IGT” dell’azienda Donnafugata. Nasce da uve Cabernet Sauvignon e Nero d’Avola. E il blend si completa con Tannat e altre uve.

La zona di produzione è ubicata nella Sicilia sud-occidentale, nella Tenuta di Contessa Entellina e territori limitrofi. Qui siamo ad una altitudine dall’orografia collinare che va da 200 a 400 m s.l.m. E i suoi suoli franco-argillosi a reazione sub-alcalina (e ricchi in elementi nutritivi (potassio, magnesio, calcio, ferro, manganese, zinco) contribuiscono a rendere ideali le condizioni per ricavarne profumi e personalità del vino. In cui l’eleganza ne fa il fiore all’occhiello o, meglio ancora, la medaglia d’oro attaccata al petto.

La cantina di Contessa è lì, tra queste terre e le nuvole di un cielo che sembra sempre sereno, anche quando piove, quasi fosse un miraggio. Come quell’amato borgo di Sambuca di Sicilia che appare come un qualcosa che si possa toccare con le dita tanto è vicino quanto suggestivo. Luoghi in cui rimane indelebile il ricordo dell’uomo e dei suoi sogni che spesso si fanno realtà.

Come questo vino, che pare nato da un sogno: quello di renderlo elegante come il Tancredi cinematografico, interpretato da Alain Delon, che nella scena del ballo (Il Gattopardo di Visconti), lasciò negli archivi degl’immortali, con il suo stile e la sua eleganza, sequenze immortali passate alla storia del cinema mondiale.  “E questo vino – dicono in azienda – vuole proprio rappresentarne l’eleganza e l’ambizione rivoluzionaria di quel personaggio cinematografico. Sembra proprio che ci siano riusciti.

E questo enoico Tancredi, infatti, si presenta rivestito di un abito dal colore rosso rubino intenso, ma a goderne non ne sono solo gli occhi. Perché è relegato al naso uno dei massimi piaceri: per le sue note di frutta rossa matura (ribes e prugna) e balsamiche (eucalipto) a delicati sentori di cacao e tabacco dolce. E al palato offre un’ottima struttura grazie all’apporto di tannini importanti e perfettamente integrati per una beva fresca, dalla lunghissima persistenza retro-olfattiva e l’eco di voci e scialli di spezie, vaniglia, menta e di fragranti dolcezze. Al palato si viene subito conquistati dal risvolto tattile della sua morbidezza. Che ci regala una gran massa di sensazioni, e un persuasivo e sovrano gusto di “anime siciliane”.

Qui, alte, si alzano le sue voci; ma anche scialli di spezie, sentori di vaniglia e menta e di fragranti, e nascoste, dolcezze. Il palato ne gode il tatto e celebra conquiste di glorie di una inimitabile risvolta tattile e di una velata di morbidezza. In sintesi “un vino di gran massa, e di persuasivo e sovrano gusto di “anime siciliane”.  A cui il Tannat porta una ulteriore dote di caratteristica e sostenuta astringenza per cui alla fine possiamo definirlo “le tannin du diable”. Poco conosciuto questo vitigno (una varietà francese a bacca rossa, forse di origine basca) deve probabilmente il suo nome all’elevato contenuto di tannini. Produce vini tannici, appunto, e dagli aromi speziati. Il vitigno è coltivato, un po’ ovunque, da noi in Puglia come uva da taglio e anche in Uruguay, dove fu introdotto nel secolo XIX, proprio dagli emigranti baschi. Nel paese sudamericano, dove viene anche chiamato Harriague, è tuttora una delle varietà più diffuse.

Nella scheda di questo Tancredi si legge che si abbina bene con bistecca, burger d’autore e cacciagione. Ma è ottimo anche sul filetto di manzo, specie se accompagnato con i funghi, e anche con bistecca, burger d’autore e cacciagione. Ottimo anche sul filetto di manzo, se ben accompagnata da un appropriato contorno.

Prosit!

Alfonso Stefano Gurrera

n.b.

non dimenticate di leggere anche il nuovo blog personale www.francoziliani.it e Lemillebolleblog www.lemillebolleblog.it

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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Giusi Belluomo
Giusi Belluomo
1 mese fa

Bentornato Alfonso! In verità io preferisco Stefano, ti si addice di più.
Ho sentito la mancanza delle tue avvincenti liriche che mi coinvolgono in un settore, quello del vino, non mio. I tuoi scritti inducono alla conoscenza, alla curiosità, tanto da trascinarmi ad assaporare le tue gocce di parole.
Oggi è Tancredi e la tua presentazione mi riporta al valzer, alla bella musica, ma anche alla famosa frase. se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi. 
E pur vero che nulla cambia, perché in quel nulla sta la storia dell’Essere Umano, fatta di sentimenti, emozioni, travagli interiori e il mondo dell’irrazionale. Mi chiedo, perché cambiare! La tecnologia può cambiare per migliorare il vivere, gli uomini non devono cambiare, devono semplicemente ricordarsi di essere natura. E, come la terra che non smette mai di alimentare i propri grappoli che produrranno quel nettare che l’uomo può cambiare rendendolo più gradevole al palato. Perché cambiare? Dobbiamo solo ricordare ciò che di buono c’è dentro di noi, abbandonando i chicchi che crediamo siano ammuffiti e godere del nettare che questa meravigliosa Vita.ci dona.
Ciao Stefano e grazie a Franco Ziliani per l’opportunità che mi offre sul suo blog, di conoscere i vini e ascoltare la musica scritta con le parole di Alfonso detto Stefano.
Giusi Belluomo  

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