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Degustazioni

Rosso di Montalcino 2019 Col d’Orcia

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Se questo è un “Sangiovese di Montalcino di tutti i giorni”, che giorni top!

Dunque, come ho annunciato, si volta pagina, e sforzandomi di ricordarmi che se devo dire che un tipo è stupido ora devo dargli del bischero, del bamba e non più del piciu, come ero solito fare quando avevo a che fare con una zona vinicola piemontese popolata di ingrati, falsi e cortesi che forse, non è mai troppo tardi, si stanno svegliando, ieri sera ho pensato bene di stapparmi qualcosa di serio.

Avendo detto addio (ma qualcosa mi porta a pensare che sarà un arrivederci, perché come canta Venditti “certi amori non finiscono…) alle sacre terre del Nebbiolo, dove potevo cercare consolazione se non tra le braccia di una..brunella?

Non volevo però che il tradimento fosse troppo brutale e crudele, la separazione troppo netta e quindi l’ho consumato (anche se non soffro della sindrome del Berlusca) con una brunella giovane. Fresca, pimpante, succosa, bella come la “sorella” maggiore, che dalla sua ha esperienza, saggezza, conoscenza del mondo e degli uomini.

Insomma, in attesa che riscocchi l’antica scintilla, da Barolo e dintorni sono volato, metaforicamente per ora, ma voglio tornarci come ho fatto per due giorni lo scorso luglio (e burlone come sono a cena con un produttore ilcinese mi ero portato una bottiglia di Barbaresco…), a Montalcino.

E per rifarmi la bocca, dopo alcuni comportamenti langhetti un po’ da paysan, da contadino furbo e in qualche caso arricchito (a qualcuno il successo commerciale negli States ha dato alla cabeza..), ho scelto non Messer Brunello, l’altro grande rosso da invecchiamento italiano insieme a Barolo e Barbaresco, ma un’altra grande espressione del Sangiovese in purezza (mica il fratello minore come dicono gli stolti) nel bellissimo borgo collinare reso celeberrimo nel mondo da un nome prestigioso come Biondi Santi, ovvero un Rosso di Montalcino.

E non un Rosso di Montalcino qualsiasi, ma quello prodotto in una tenuta splendida, 144 ettari, di cui 105 a Sangiovese (e tre a Moscadello) come la storica tenuta Col d’Orcia (che letteralmente significa collina che si affaccia sul fiume Orcia, il quale segna il confine Sud Ovest del territorio di produzione del Brunello di Montalcino) del conte Francesco Marone Cinzano.

A me il conte è clamorosamente simpatico non solo perché nella sua azienda, che ho più volte visitato, l’ultima volta, c’era con me il collega Emanuele Pellucci oltre a vari wine writers internazionali, per una clamorosa degustazione di vecchie annate di Brunello e Rosso anche in grandi formati, si producono ottimi vini classici. Ma perché ha quella classe, quell’aplomb, quello stile che solo certe persone di sangue blu hanno, quell’eleganza innata, e una voce di quelle potenti e suadenti, perfette per far innamorare le Signore, perché è stato l’ideatore di una bella cosa, partita bene nel 2015 e di cui purtroppo si sono un po’ perse le tracce, come Montalcino bio, una sorta di “comitato del biologico” o distretto del vino naturale, ma perché per lui la filosofia bio non è solo una bella parola o una trovata di marketing, ma pratica.

Come possiamo leggere sul sito Internet aziendale, “a Col d’Orcia da molti anni a questa parte, abbiamo sempre attribuito grande valore e dedicato particolare attenzione all’ambiente naturale in cui operiamo. Per questa ragione a partire dal 2010 abbiamo preso la decisione di iniziare il processo di conversione per ottenere la certificazione biologica e perciò diventare la più grande azienda vinicola biologica di tutta la Toscana. Dal 24 Agosto 2010, l’intera tenuta inclusi vigneti, oliveti, seminativi, e persino il parco ed i giardini sono condotti esclusivamente con pratiche agronomiche di tipo biologico”.

E inoltre, anche se forse non dovrei sottolinearlo troppo, il conte mi è simpatico perché è di origine piemontese e quindi ha il Nebbiolo nel sangue (blu) e realizza rossi base Sangiovese in cui trovo qualche cosa di albese…

Tornando al vino, per questo tradimento soft ho scelto il Rosso di Montalcino 2019 del cunt (lo chiamo come in Langa chiamavano l’indimenticabile Paolo Cordero di Montezemolo, padre del mio caro amico Giovanni e nonno del giovane Alberto), un vino che l’azienda interpreta a mio avviso nel modo giusto. Che non è quello di tanti produttori ilcinesi, che il Rosso interpretano come vino giovane vinificato in acciaio, e nemmeno di chi, a volte con risultati eccelsi, penso a Poggio di Sotto ad esempio, ne fa un simil Brunello, ma una via di mezzo, un vino importante, con tutte le caratteristiche ed i crismi del Sangiovese ilcinese, ma affordable, nel prezzo e nel gusto, piacevole, diretto, beverino.

Per l’azienda di Francesco Marone Cinzano il Rosso è un vino importante, perché “Col d’Orcia ha contribuito molto attivamente nel creare la categoria del Rosso di Montalcino. Nei primi degli anni ’70 il Conte Marone Cinzano ebbe l’ispirazione di imbottigliare un Sangiovese giovane da bere tutti i giorni durante i pasti. Ben presto altri produttori locali ne imitarono l’esempio e nel 1983 il Rosso di Montalcino diventò un vino D.O.C. mediante un Decreto del Presidente della Repubblica Italiana”.

E per Col d’Orcia “il Rosso di Montalcino è oggi un vino classico, fatto con uve Sangiovese in purezza, che esce un anno dopo la vendemmia così da mantenere tutta la freschezza e la fruttuosità di un vino giovane ma allo stesso tempo l’intensità di quel terroir che solo Montalcino è capace di trasmettere”. Si ottiene da vigneti siti a Montalcino, sulla collina di Sant’Angelo, affacciata sul fiume Orcia, esposizione a Mezzogiorno, ad un’altezza media di 250 metri.

La vinificazione prevede fermentazione sulle bucce della durata di 10 – 12 giorni, a temperatura controllata inferiore a 28°C in vasche di acciaio da 150 hl basse e larghe, appositamente realizzate per estrarre delicatamente tannini e colore e l’affinamento si protrae per 9 mesi in botti di rovere di Slavonia di capacità compresa tra i 75 ed i 150 ettolitri. Parte del vino è stato affinato in tonneaux e vasche di cemento.

Dal 2019, annata classificata 5 stelle, il cunt Marone Cinzano (guardate qui il più recente certificato bio dell’azienda) ha ottenuto un rosso che, bontà sua e noblesse oblige, definisce “il Sangiovese di Montalcino di tutti i giorni”, ma che belle giornate devono essere quando ogni dì che Bacco e gli dei mandano in terra ci si può concedere un Rosso così buono che se lo ordinerete via Tannico pagherete 12,90 euro, ovvero un grande rapporto prezzo-qualità!

Io questa bottiglia l’ho aperta ieri sera a cena e l’ho seccata oggi tanto era buona. Colore rubino violaceo, luminoso, splendente, del colore vero del Sangiovese, non come quello di certi Brunello improbabili (puntualmente premiati da una certa guida e portati in palmo di mano da Giacomino Suckling e Wine Spectator) che si trovavano a Montalcino all’epoca (do you remember?) di Brunellopoli.

Naso fitto, intensamente fruttato, ciliegia e prugna nera succosa, e poi l’inconfondibile aroma di macchia mediterranea, erbe aromatiche, un tocco di selvatico, di pepe nero e ginepro, che ha il Sangiovese ilcinese, un naso ricco denso ma di grande freschezza e immediata presa.

Largo e pieno il gusto, succoso, godibile, con saldo corredo tannico (posso dirlo? quasi nebbioloso…), persistenza lunga e un’acidità calibrata e sale che dà slancio al frutto e rende il vino incredibilmente godibile.

Cosa di meglio di questo Rosso di Montalcino (di sangue blu, come un’affascinante lettrice torinese di origine russa con la quale da giorni discorriamo tramite Instagram, tanto per cambiare, di Nebbiolo) per consumare un primo tradimento (una fujtina) e un doloroso distacco dai vini di Langa?

n.b.

non dimenticate di leggere anche il mio nuovo blog personale www.francoziliani.it e Lemillebolleblog www.lemillebolleblog.it

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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Simone N
Simone N
1 mese fa

Grande.
Vino splendido, meno ciccio, più agile ed elegante di qualche versione passata. Bevuto giovedì scorso in una diretta social(credo si chiamino così) col Conte. Il Brunello 2016, diversissimo dal pur intrigante 2015, emoziona per equilibrio e finezza già adesso.
Ma come sai bene, dallo Spezieri al Poggio al Vento, Col d’Orcia difficilmente sbaglia un vino.
Il Brunello “base” evolve meravigliosamente per decenni.
P.S. Giammichele, la prossima volta che saliamo in azienda, facci trovare Ziliani!!

Andrea
Andrea
1 mese fa

Secondo lei quale longevità può avere L annata 2019 di questo vino?

Matteo
Matteo
1 mese fa

Io l’ho trovato ancora troppo giovane con un tannino ancora non levigato.

Tendenza

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