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Degustazioni

Roero Srü 2017 Monchiero Carbone

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Un Nebbiolo roerino vorrei ma non posso malinconicamente “moderno”

Lo confesso, sono rimasto molto perplesso quando ho letto in un articolo di qualche giorno fa apparso sulla Stampa, pagina 39 Economia, a firma del collega Roberto Fiori, articolo dal titolo emblematico: “il vino piemontese più forte della pandemia”, un’analisi meticolosa dei numeri dell’imbottigliato forniti dai vari Consorzi piemontesi, che anche in Roero (come nelle Langhe) i conti non tornano e le cose non vanno benissimo (-711.368 bottiglie, ovvero un – 10,6%).

Ho letto anche le dichiarazioni del presidente del Consorzio Roero, il 45enne Francesco Monchiero Carbone, titolare dell’omonima azienda creata nel 1987 da suo padre Marco, eccellente enologo, consulente di diverse aziende, secondo il quale “il Roero Arneis ha forse subìto di più l’onda del Covid, perché utilizza maggiormente l’Horeca come canale di vendite. Ma c’è anche da dire che arriviamo da otto anni di continua crescita e che probabilmente i produttori nel 2020 hanno scelto di aprire il paracadute e di utilizzare una Doc di ricaduta come il Langhe Arneis, accettando ricavi inferiori». Inoltre, dice, ”le difficoltà maggiori sono state registrate a dicembre e ciò ci fa temere che i problemi all’orizzonte siano ancora molti”.

Non ho letto invece, e mi è dispiaciuto, nessuna sua dichiarazione sul vino che se anche non ha il peso dell’Arneis nell’economia vitivinicola roerina, con le sue 500.000 mila circa bottiglie prodotte (non ho dati esatti, al Consorzio Roero probabilmente risulto essere sconosciuto e non ricevo alcuna comunicazione, quando mando una mail non hanno nemmeno la buona educazione di rispondere) contro i sei milioni e mezzo di Roero Arneis è parimenti importante, ovvero il Roero Docg. L’altra idea del Nebbiolo nei terreni più leggeri e spesso sabbiosi della zona sinistra del Tanaro. Quella dove secondo alcune dichiarazioni un po’ trionfalistiche del 2018 i turisti accorrevano.

E ho letto, su Gazzetta d’Alba, “cresce il Consorzio per la Tutela del Roero docg, bianco da uve Arneis, rosso da Nebbiolo, che ha raggiunto i 233 soci (147 produttori, 86 viticoltori), e i 7 milioni di bottiglie all’anno, di cui il 60% destinato alle esportazioni”. Sempre il presidente del Consorzio ha dichiarato “abbiamo resistito al difficile 2020 contenendo al 6.5% la flessione delle vendite. L’export è andato bene soprattutto negli Stati Uniti e nell’estate c’è stato un recupero. Il 2021 è iniziato nel segno dell’incertezza, ma speriamo di potere ripartire e di riproporre anche, con una formula rivista che tenga conto di ogni precauzione per evitare il contagio, i Roero Days, saltati la scorsa primavera alla Reggia di Venaria”.

Allora, io che lo scorso ottobre sono stato 4 giorni in Roero e che per la mia visita ho avuto il sostegno logistico e organizzativo non del Consorzio, che ignora la mia esistenza, bensì di un’altra realtà importantissima e vitale (che non so quali rapporti abbia con detto Consorzio, ma qualcosa mi dice non siano idilliaci) come l’Enoteca Regionale del Roero, dove per anni ha operato un intellettuale galantuomo e sognatore come Luciano Bertello, e che dopo le visite ad una serie di aziende significative e rappresentative come Cà Rossa, Cornarea, Negro, Deltetto, Vico, Malabaila, Almondo, Malvirà, assaggi e confronti con i produttori me ne sono uscito con una serie di articoli, ponendo anche lo spinoso tema Valmaggiore, mi sono detto: vuoi vedere…?

Vuoi vedere che il Consorzio non ti si fila, perché non sei stato a rendere omaggio al monarca presidente (è al terzo mandato, forse aspira alla presidenza a vita come Fidel Castro o il cicciobello coreano…), a chiedere di visitare anche la sua cantina e non hai scritto mai bene di un suo vino?

Allora, in un momento di paraculaggine (io che notoriamente non blandisco i presidenti di Consorzi, vedi il caso Consorzio Barolo Barbaresco, e che reputo che in molti casi i Consorzi, non nel caso dell’Alta Langa, dell’Etna, del Soave, del Brunello di Montalcino dove hanno scelto bene, si scelgono come presidenti proprietari di aziende i cui vini non spiccano certo per qualità, basta pensare alla Franciacorta) mi sono detto: vedi di riparare e prova ad assaggiare anche i vini di Francesco Monchiero Carbone.

Ho fatto due ricerche su Internet, ho scoperto che un’enoteca specializzata come Bernabei a Roma aveva in catalogo diverse referenze del presidentissimo roerino, e investendo qualche soldino mi sono comprato 4 bottiglie che mi sono arrivate in tempi velocissimi. Due Roero Arneis, una Barbera d’Alba 2019 e un Roero 2017. Del Roero ho evitato, anche il prezzo immaginifico, 23,63 euro, il Roero riserva Printi, o la Barbera d’Alba MonBirone da 20 euro e 40, ma ho ordinato la Barbera d’Alba Pelisa 2019 da 8 euro e rotti, e il Roero Sru da 15,30.

E memore delle bellissime impressioni che avevo avuto in ottobre, degustando e poi bevendo i Roero, finalmente de-rattizzati, pardon de-barrichizzati dopo anni di eccessi allucinanti in cui determinati produttori roerini hanno pateticamente cercato, pour épater les guides e gli allocchi, di produrre in Roero, con i loro terreni più leggeri, imitazioni pallidissime e traballanti di Barbaresco e Barolo costruite con concentrazioni, surmaturazioni, fermentazioni e affinamenti devastanti nei carati francesi, dei colleghi di Monchiero Carbone, mi sono avvicinato al Roero Srü 2017 con grandi aspettative, pronto a godere, in crisi di astinenza da Nebbiolo sponda destra Tanaro, come un riccio. A plaudire finalmente all’operato del presidentissimo.

Mal me ne incolse, perché di fronte a questo Roero Srü 2017 di Monchiero Carbone io che volevo vuotare la bottiglia non sono riuscito, e con fatica, ad andare oltre ad un bicchiere, e per non essere costretto a bere acqua con le penne al ragù (e che ragù!) della mia ex moglie, che ha condiviso le mie perplessità chiedendomi “ma cosa mi fai bere?” ho dovuto stappare e questa volta è andata bene, la Barbera d’Alba Pelisa 2019.

Questa era buonissima, fresca, gioiosa, godibile, elegantemente roerina, con il suo colore rubino violaceo squillante luminoso, il naso fresco, vivo floreale di bella pulizia, molto accattivante. La bocca ricca, succosa, golosa di bella immediatezza, con un ottimo equilibrio tra frutto acidità e sale, si distende bene con grande eleganza e dolcezza espressiva, la stappi e la bevi. E io l’ho bevuta eccome.

Il Roero Sru 2017, di cui ho letto sul sito Internet aziendale le seguenti parole “sulle irte colline del Roero da sempre si coltiva il Nebbiolo. Da questo nobile vitigno piemontese, grazie ai terreni argillo-sabbiosi più soffici di quelli di Langa, nascono vini ricchi di profumi primari con strutture ampie, ma non ingombranti, e tannini gentili e vellutati. Ne nascono Nebbioli di grande eleganza supportata da un’ottima ricchezza di corpo, che si lasciano apprezzare presto nonostante il potenziale di invecchiamento sia comunque notevole.

Il Roero Srü è un’interpretazione esemplare di queste caratteristiche e prende il nome dal vigneto di produzione, che è appunto un cru del comune di Canale e fa parte delle menzioni geografiche aggiuntive (MGA) in vigore dal 2017. Questo vigneto ha un terreno molto ricco di sabbia, e le conchiglie fossili che affiorano dal terreno testimoniano la presenza del mare che ricopriva la zona milioni di anni fa. Il vigneto Srü ci regala dunque dei Nebbioli in stile tipicamente roerino, con un naturale equilibrio tra corpo e tannicità”, un Roero affinato “in piccoli contenitori di rovere francese per un periodo di circa 18 mesi” m’a laissé sans mots come direbbero i francesi. E non per la sua bontà, ma perché mi è parso ancora preso da quella grottesca ansia da prestazione che ha bloccato per anni la fortuna del Roero, quel voler imitare il famoso guerriero giapponese asserragliato nella giungla che non voleva convincersi che la guerra fosse finita. E drammaticamente persa.

Un Roero malinconicamente vecchio e datato nella concezione, (di recente anche Beppe Caviola responsabile di una serie di “delitti” enologici in Langa e forse anche in Roero mi confessava di avere radicalmente rivisto le proprie idee sulle vinificazioni e gli affinamenti in legno del Nebbiolo e ci è mancato poco che mi dicesse che avevo avuto ragione nelle mie battaglie, anche contro taluni suoi vini d’antan…), un Roero irrisolto, un vorrei ma non posso.

Bello il colore, rubino brillante luminoso abbastanza elegante il naso, di buona freschezza e pulizia con leggere note di sottobosco, prugna, erbe aromatiche ma progressivamente lasciando il vino nel bicchiere, ovviamente il Wine Wings di Riedel, questa finezza aromatica andava scemando portando gli aromi a ridursi e a portare in primo piano note legnose, di tostatura, noiose e poco eleganti.  

Bocca con un tannino evidente, un po’ rigido, che finisce con l’asciugare sul finale vino che resta bloccato, non si concede, con finale leggermente amaro e astringente.

Ma perbaccolina, possibile che dalla collina Srü, “che si estende per 5,5 ettari ed è quasi interamente coltivata a Nebbiolo, poiché il tipo di terreno e l’esposizione in pieno Ovest la rendono una delle aree più vocate del comune di Canale, disponendo di un terroir sicuramente vocato “qui più che di suolo dovremmo parlare di suoli. In effetti lungo tutto il crinale di questa collina si presentano terreni dalle caratteristiche molto differenti: con sedimenti sabbioso-marini e con sedimenti argilloso-marini” e con una diversità di “profili riscontrabili uno accanto all’altro, la parte più ricca di sabbia, di colore ocra chiaro, genera tannini più vellutati e gentili, è da questo terreno che ha origine il nostro Roero Srü mentre le parte più argillosa, di colore rossastro, conferisce più potenza e corpo, e dà origine al nostro Roero Riserva Printi” il presidente abbonato ai famigerati “tre bicchieri” non sappia tirare fuori dal cappello della propria sapienza enologica qualcosa di meglio quando si accosta al Nebbiolo?

In attesa di rifarmi la bocca, oltre che con la Barbera con i due Roero Arneis che riposano in cantina e a cui presto tirerò il collo, ai posteri l’ardua sentenza.

n.b. non dimenticate di leggere anche il mio nuovo blog personale www.francoziliani.it e Lemillebolleblogwww.lemillebolleblog.it

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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Simone N
Simone N
8 mesi fa

Concordo con le tue impressioni. Tra i vini più concentrati della denominazione e per niente agile nella beva. Come hai ben descritto, attardato su uno stile che,vendetta della storia, oggi appare sempre più un anacronismo.

roerino
roerino
8 mesi fa

Franco perdonami che non dico il mio nome. Capisci sicuramente perché non posso dirlo
noi qui in Roero non ti diremo mai abbastanza grazie per i giorni che hai passato con noi in ottobre, per i tuoi articoli, il tuo sostegno. E per aver scritto in questo articolo quello che noi siamo in tanti a pensare ma non possiamo dire. Perchè quello che tu chiami “presidentissimo” é vendicativo e ha amici potenti.
Però grazie e bravo e anduma!

Pietro Bianchi
Pietro Bianchi
8 mesi fa

il suo modo di fare “giornalismo” é degno di Sallusti e di Belpietro. Di Feltri, lei usa una macchina del fango contro produttori che non la leccano e la ignorano come merita.
Io dubito che lei abbia veramente acquistato e provato i vini di Monchiero Carbone che ha stroncato.
Lei è una persona pericolosa, l’Ordine dei giornalisti dovrebbe cacciarla

C.T.
C.T.
8 mesi fa
Reply to  Pietro Bianchi

Beh, adesso non esageri: un Sallusti, un Belpietro oppure un Feltri hanno anni di maneggio sterco sulle spalle. Non credo che il nostro sia così avanti nel rimestar letame. Però, ecco, penso difetti un po’ di coerenza: aver dichiarato in maniera così convinta ed assoluta che non avrebbe “mai più” recensito un vino della zona amata, ma ahimè di lui matrigna, ci aveva fatto sperare che non sarebbe partito così alla carica lancia in resta un nanosecondo dopo la pubblicazione del post…Che dire? attendiamo sviluppi.

Marcello Sensi
Marcello Sensi
8 mesi fa

Orsu’ ragazzi, cerchiamo di iniziare serenamente la settimana! Al fine di placare gli animi consiglierei la lettura – sbadigli permettendo – del consueto predicozzo del lunedi’ del Pontifex Maximus del panorama enologico italico. Il suo effetto e’ equivalente a quello sortito dal bromuro che ci veniva somministrato durante la naja! Scherzi a parte, pieno sostegno a Franco Ziliani. Ben venga la sua iconoclastia in un mondo dove l’ipocrisia regna sovrana!

Giancarlo
Giancarlo
8 mesi fa
Reply to  Franco Ziliani

Buongiorno Sig. Franco! Per favore, non metta sullo stesso piano le capre (animali svegli, intelligenti, curiosi, intraprendenti e eccellenti madri adottive) con un ignorante che non sa neppure distinguere Langa e Roero… per favore!

Marcello Sensi
Marcello Sensi
8 mesi fa
Reply to  Franco Ziliani

Lungi da me l’intento di volerlo essere, caro Franco! E’ che sono arcistufo delle lustrate agli stivali dei potenti, degli appecoronamenti e della supponenza di taluni individui! Del resto credo che i miei sentimenti siano condivisi da molti, visto l’esiguo numero di interventi alle menate ( e “monate” ) di costui…

Damiano
Damiano
8 mesi fa

Mi state aprendo delle pagine sul mondo “politico” del vino che non immaginavo nemmeno lontanamente.
Giusto come esempi… alcuni che mandano avanti delle teste d’ariete per smontare un lavoro giornalistico, altri che inviano mail di sapore minatorio, altri ancora che non possono dire le proprie opinioni perchè c’è un’entità “potente e vendicativa”….
Ma dove siamo finiti? Ma stiamo scherzando? Stiamo parlando delle trame della guerra fredda oppure di bottiglie di vino?
Ringrazio comunque tutti voi per mettere a conoscenza di questi aspetti ai più inediti.

Matteo
Matteo
8 mesi fa

Off topic
Possibile stappando un Barolo del 1958 (marchesi di barolo) sentire ancora aromi primari come frutta sotto spirito?? Io non sono un esperto, ma mi fa parecchio strano..eppure su YouTube c’è chi nella suddetta degustazione..

trackback

[…] volendo, quando non si indulge al fanatismo nostalgico, come fanno alcuni patetici produttori, barricadieri persi e privi di buon senso e feeling con i gusti del consumatore, si possono ottenere, dalla Barbera, ma anche da Monsù […]

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