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Degustazioni

Montepulciano d’Abruzzo 2019 Bossanova

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Ma diciamolo, ripetiamo sino alla noia, che il Montepulciano è una grande uva!

Avrei una voglia matta di dire urlando, non qui, ma sul blog non vinoso che porta il mio nome e che sto un po’ trascurando, quello che penso dell’osceno, vomitevole spettacolo che sta fornendo in questi giorni una classe politica tutta verso la quale non mi comporterei affatto come cantavano i Giganti in una canzone di tanti anni fa. Anzi… Farei proprio l’opposto, pensando a gloriosi giorni di circa un secolo orsono…

Se dicessi interamente quello che penso delle manovre del governo, del sottogoverno, della merda umana (sì, merda putrida e schifosa) che popola aule di parlamento sorde e grigie, di uno spettacolo di compravendita di trasformisti, che ora hanno la faccia come il culo di chiamare responsabili o “costruttori” (ma de che?) incorrerei di certo, ad opera dei servi sciocchi e cialtroni del peggiore ministro degli Interni di sempre, amica dei nostri nemici e invasori, nei rigori della Legge Scelba o Mancino.

Mi taccio, a fatica, mentre le mani mi prudono e penso ad una canzone di Franco Battiato, augurandomi che quell’aria finalmente arrivi e che sia ora della riscossa nazionale, e mi metto a scrivere, visto che mi guadagno da vivere facendo quello e non dei miei sdegni e dei furori politici, di vino…

Dove eravamo rimasti? Eccoci. Vogliamo ripeterlo apertis verbis, urbis et orbis, che il Montepulciano (che è un vitigno, cosa diversa dalla splendida località sui Colli senesi patria del Poliziano dove nasce il Vino Nobile di Montepulciano Docg) è una delle più grandi uve rosse italiane?

Vogliamo ribadirlo che il Montepulciano in Abruzzo si esprime in modi diversi a seconda dei terroir dove viene coltivato e che ha una duttilità straordinaria? Vogliamo ricordarlo che con il Montepulciano, vinificato in purezza, senza l’aggiunta, inutile, priva di senso, di altre uve, e non parlo del Sangiovese, di cui piccole percentuali soprattutto nelle vecchie vigne ci può essere presenza, ma di quelle bordolesi o della Syrah, ha una varietà di espressione che poche altre uve italiane possono avere?

Vogliamo farlo capire agli esterofili più stupidi che con il Montepulciano, lavorando con intelligenza e senza esasperazioni sulle rese per ettaro, si possono ottenere rossi succosi da bere giovani, rossi più importanti ma ugualmente beverini, rossi, per chi ama il genere, muscolari, affinati in legno, e poi, non dimentichiamolo mai, alcuni tra i migliori rosati italiani coniugati come Cerasuolo?

Tutte queste considerazioni, di una banalità direi lapalissiana, mi sono venute in mente ieri sera fa stappando e rimanendo conquistato sorso dopo sorso dall’immediatezza, dall’energia pimpante, dall’esuberanza e schiettezza di un Montepulciano d’Abruzzo annata 2019, di un’azienda giovane che ho conosciuto per puro caso, parlando con un mio lettore che ha un cognome importante, Segni. Sardo come loro e imparentato con Antonio e Mario, due personaggi importanti nella storia della politica italiana.

Con Giovanni, che è un impallinato di vini naturali, orange wines e roba che generalmente non berrei nemmeno sotto tortura o se morissi di sete, ho spesso discusso quando ero ancora su Facebook prima di essere cacciato da quel social manco fossi Trump o un terrorista islamico, ma ho sempre mantenuto un contatto perché lo considero una persona intelligente. Che di questi tempi, in cui imperversano gli imbecilli di ogni ordine e grado, è già un pregio non indifferente.

E quando mi ha nominato questa azienda che non conoscevo, Bossanova, ho subito drizzato le orecchie. Prima perché il nome dell’azienda, riferita ad un genere di musica, brasiliana, che amo, sviluppatasi in Brasile alle fine degli anni Cinquanta, con interpreti prestigiosi come Astrud Gilberto, Antonio Carlos Jobim, Vinicius de Moraes, Chico Buarque de Hollanda, mi ha sconfinferato. E poi perché andato a visitare il sito Internet aziendale sono stato catturato dalle etichette e dalle parole di presentazione dell’azienda che i due soci, Andrea Quaglia e Nat Colantonio, entrambi musicisti, entrambi reduci da importanti esperienze all’estero, hanno utilizzato.

Quattro ettari di vigna, la volontà precisa, feroce direi quasi, all’interno della Docg Colline Teramane, su una collina a 200 metri di altezza, a Controguerra, “terroir esclusivo fatto di virtuosità naturali e tradizione vitivinicola profonda”, di porsi nel solco intelligente e meditato di una tradizione vissuta e rispettata con orgoglio.

Mi hanno colpito le loro parole: “dimessisi da fuorvianti incarichi di vita Andrea Quaglia e Nat Colantonio tornano alla terra ambendo alla legittima qualificazione del territorio che ospita i circa 4 ettari dei loro vigneti da più di quarant’anni. Per farlo devono sincerarsi di una corale presa di coscienza verso i vignaioli moderni, della centralità della ritualità ancestrale della vinificazione, ostile all’impatto di qualsivoglia sofisticazione moderna”.

Mi ha quasi commosso che due giovani arrivino a scrivere, nel 2021, “abbiamo ereditato questa tradizione dalla nostra famiglia e la conserviamo orgogliosamente, enfatizzandone la preziosità e cercando di promuoverla nel mondo”. E ancora, parlando del loro stile di fare vino, “lasciamo esprimere naturalmente le caratteristiche dei nostri vini senza sofisticazioni, utilizziamo contenitori in cemento vetrificato che, estremizzando il concetto, non alterano le caratteristiche organolettiche che derivano dalle varietà (Montepulciano e Trebbiano) che alleviamo”.

Conquistato dalle loro parole, dalle bellissime etichette, opera di un amico artista, Denis Bachetti, dal gioco di parole in inglese sulle etichette, ovvero “The winest wine” che potremmo tradurre come il vino più vero che c’è, dal loro essere stati i primi ad abbracciare la scelta del regime biodinamico a Controguerra, dal fatto che, come raccontano del loro Montepulciano, la raccolta venga effettuata “intorno alla prima settimana di ottobre, una parte dell’uva viene pigiata con i piedi e va in vasca di cemento con i raspi, poi colmiamo con mosto e bucce per una breve macerazione. Finita la fermentazione, affina per circa 1 anno di cui 4 mesi in bottiglia” e che si tratti volutamente di una vinificazione del Montepulciano che favorisce ed esalta la freschezza.

Ma poi si trattava di passare alla prova del nove, l’assaggio, e qui questo Montepulciano d’Abruzzo 2019 ha vinto e stravinto a mani basse. Senza sé e senza ma. Con la sua gradazione alcolica moderata, solo 13,5°, la sua immediatezza e sincerità, la sua golosità, il suo splendente colore rubino violaceo profondo e brillante, il naso fitto, denso, selvatico, intensamente fruttato, tutto prugna e ciliegia con sfumature di erbe aromatiche, liquirizia, la bocca larga, piena, succosa, il gusto materico di grande espansione e pienezza, persistente e caldo, ma mai ingombrante, sempre vitale, di grande slancio e freschezza.

Un Montepulciano d’Abruzzo che mi ha conquistato. Per me, e lo dico in attesa di bere anche il loro Trebbiano, a star is born

n.b.

non dimenticate di leggere anche il nuovo blog personale www.francoziliani.it e Lemillebolleblog www.lemillebolleblog.it

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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Giuseppe
Giuseppe
10 mesi fa

se fossi al posto di quei produttori mi vergognerei che lei avesse scritto del mio vino in un articolo così ferocemente fascista.
Avrei orrore di vedere il mio nome associato al nome di un facinoroso trumpiano come lei!

Gaetano
Gaetano
10 mesi fa

Franco non ha la più pallida idea di che gemme enologiche si nascondano all’interno del movimento dei vini naturali!!!! D’altronde parliamo di aziende mediamente piccole con una cura, ma soprattutto un amore maniacale per il proprio lavoro. E un approccio etico al mondo del vino. Vale la pena rischiare di “scaraffare” direttamente nel lavandino alcune bocce degli integralisti del difetto quando poi si “inciampa” in realtà come questa. Io un po’ alla volta mi sono creato la mia black list di produttori inaffidabili partecipando ad un numero indefinito di eventi. Attività interrotta da questo maledetto virus. D’altronde se non sbaglio a Fornovo Taro c’era stato e con soddisfazione. E la cosa ancor più bella è parlare con questi produttori talmente entusiasti di quello che fanno da non lasciarti più andar via dal loro banchetto di assaggio.

Marco
Marco
10 mesi fa

Da semplice appassionato, con tutti i limiti di naso, palato e cultura, ho spesso trovato nel mondo del Montepulciano d’Abruzzo delle belle realtà con costi umani. Insomma non si vive, per fortuna, di solo Valentini ?

ale
ale
10 mesi fa

Proporrei come traduzione “il vino più vino (che c’è)”.
Recensione interessante e vino da provare.
Unico personalissimo dubbio: l’agricoltura biodinamica è una pratica a metà fra l’esoterico e il biologico, che mescola pratiche con basi razionali a credenze magico rituali (p.e. l’uso del famoso cornoletame) – peraltro tutte opportunamente protette da copyright.
Immagino che per lei l’importante sia il risultato e l’evidenza degustativa – e condivido l’approccio – se è buono è buono, intendo.
Qual è la sua opinione sulle produzioni biodinamiche?

ale
ale
10 mesi fa
Reply to  Franco Ziliani

La pensa come me 🙂

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