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Enoriflessioni

Barbera: i grandi vini c’erano anche prima del Bricco dell’Uccellone

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A proposito di un articolo un po’ distratto di Daniele Cernilli

Sono rimasto stupito leggendo stamattina l’interessante articolo che una persona che di vino ne sa quanto me, anzi, più di me, non foss’altro per il fatto che è nato alcuni anni prima di me, ha dedicato sul suo sito al controverso tema Barbera e barrique.

Sto parlando di Daniele Cernilli, per una vita co-direttore della guida Vini d’Italia in quota Gambero rosso (i partner erano quelli di Arcigola poi Slow Food) oggi curatore del sito Internet Doctor wine, da me soprannominato simpaticamente negli anni Novanta come il Robert Parker der Tufello.

Daniele con cui da anni ho fatto la pace e che rispetto, ha un palato e una cultura straordinari, peccato solo che, a mio modesto avviso, come co-curatore di quella guida, abbia avallato fiori di tre bicchieri dati a vini, diciamo così, “avventurosi”, ha ricostruito da par suo, in questo articolo, la storia della fortuna della fortuna della Barbera dagli anni Ottanta in poi. Dal tempo in cui la Barbera era sinonimo, nell’accezione comune, non dei veri esperti, di vino dozzinale da grandi quantità, un vino che, non va dimenticato, nel 1986, fu investito dal terrificante scandalo del metanolo, fino ad oggi che è stata ampiamente sdoganata. Ed è diventata un vino importante e costoso, basta pensare alle quotazioni che oggi raggiunge,e non solo perché è in magnum, un capolavoro assoluto come la Barbera d’Alba Pozzo dell’Annunziata di un fuoriclasse come Roberto Voerzio.

L’assioma dell’articolo del collega romano è che “la maturazione in barrique ha reso giustizia alla Barbera, un vino e un vitigno prima relegato a ruolo di spalla nazionalpopolare dei Barolo e dei Barbaresco”.

Tutto vero quello che dice Cernilli, che assegna un ruolo chiave nell’affermazione della Barbera come grande vino rosso piemontese a Giacomo Bologna (che io andai ad intervistare per la Gazzetta di Parma nella primavera 1984 nella sua cantina di Rocchetta Tanaro) e alla prima annata, 1982, del suo famoso Bricco dell’Uccellone, uscito proprio nel 1984, definita come “la prima Barbera fatta maturare in barrique”.

Verissimo che Giacomo fosse amico fraterno di Gino Veronelli e di Giorgio Grai, e che pensasse ad una “Barbera “diversa”, più complessa, facendola maturare nelle piccole botti francesi”, un “qualcosa di diverso da un vino popolare e rustico”, ovvero “un vino che possa stare al passo con i Barolo, i Brunello, i Sassicaia”.

E’ vero che dal punto di vista puramente mediatico Bologna con il suo Bricco dell’Uccellone, vino che, come La Monella, e poi il Bricco della Bigotta deve il suo successo alla straordinaria simpatia e umanità e generosità (che ho più volte sperimentato di persona) di Giacomo, vino che se fosse stato prodotto da un’altra persona che non aveva le sue doti di empatia non avrebbe avuto il successo che ha avuto e che dopo la sua prematura morte, il giorno di Natale del 1990, è diventato più un vino leggendario da ricordare che un vino importante da considerare, ha di fatto “sdoganato la tipologia dall’immagine di vino soltanto nazionalpopolare che aveva sempre avuto”.

Non è affatto vero però, e lo dimostrano i fatti, che prima del 1984 la Barbera fosse “un vino e un vitigno relegato a ruolo di simpatico e ruvido sparring partner dei Barolo e dei Barbaresco”.

Daniele, che ha memoria, cultura e conoscenza del vino dovrebbe ben saperlo (e lo sa, ma chissà perché si è dimenticato queste osservazioni nella penna) dovrebbe difatti sapere – basta consultare un Catalogo Bolaffi dei vini, io ho consultato quello del 1972 per averne documentazione – che ben prima del Bricco dell’Uccellone si producevano, e senza il ricorso alla controversa barrique, fior di Barbera, d’Asti e d’Alba, importanti, ai quali Gino Veronelli assegnava sul Catalogo suddetto che curava, ben tre asterischi, simbolo di eccellenza qualitativa, non di notorietà per la quale usava i pallini.

A Daniele e ai lettori, ai quali, per inciso ricordo che sul Bricco dell’Uccellone bisognerebbe dire quello che mi dissero proprio Bologna e Giorgio Grai, ovvero che almeno nel 1982 e 1993 oltre alla Barbera nel vino c’era una quota di Nebbiolo (e difatti riassaggiate vent’anni dopo quelle due annate mostravano aromi  terziari di tartufo inconfondibilmente nebbioleggianti) voglio ricordare che in Piemonte diversi anni prima della comparsa del Bricco dell’Uccellone barricato, si producevano strepitose Barbera.

D’Asti, beh, basta citare La Bogliona, capolavoro del compianto amico Mario Pesce, ovvero Antica Casa Vinicola Scarpa di Nizza Monferrato, oppure Marchesi Alfieri a Rocchetta Tanaro, Carnevale, Castello di Gabiano del marchese Adorno Giustiniani e passando alla Barbera d’Alba, i vini dei Poderi Aldo Conterno, di Giacomo Conterno, Giuseppe Mascarello, Bartolo Mascarello, Giuseppe Rinaldi, Bruno Giacosa, Cantina del Parroco di Neive, Prunotto, Renato Ratti, Cavallotto, Castello di Neive, Giovanni Gaja. E sicuramente ne sto dimenticando altri.  

Se questi, prodotti e venduti, anche all’estero, ben prima del Barbera d’Asti Bricco dell’Uccellone, non erano Barbera di assoluta qualità, affinati in botte grande e non in carato, io di vino non capisco nulla.

Questo per la precisione. Hai proprio ragione Daniele, queste sono ovvietà note ai più, ma forse, come scrivi, “è necessario ripeterlo e ricordare come andarono le cose”.

n.b.

non dimenticate di leggere anche il nuovo blog personale www.francoziliani.it e Lemillebolleblog www.lemillebolleblog.it

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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Ale
Ale
4 giorni fa

Sull’accuratezza delle informazioni del sito DoctorWine le lascio solo uno spunto:

https://www.doctorwine.it/firmato-doctorwine/firmato-dw/i-migliori-vini-da-monovitigno-della-guida-essenziale-2021

Nella pagina in cui di elencano i vini da loro premiati nella categoria “monovitigno”, viene citato come vincitore per il vitigno chardonnay un vino che non è affatto prodotto esclusivamente con uva chardonnay ma è per metà pinot bianco: il Batàr di Querciabella

Ale
Ale
1 giorno fa
Reply to  Franco Ziliani

Non credo di essere capzioso: desidero sapere una sua opinione a riguardo di questo fatto.

Marcello Sensi
Marcello Sensi
4 giorni fa

Complimenti per la sua dotta disquisizione, e’ sempre un privilegio potersi abbeverare alla fonte del suo sapere enologico. Mi sarei atteso una replica, che dire… Qui tacet consentire videtur… Piuttosto non colgo il senso di corroborare l’esangue corredo polifenolico della barbera sottoponendola ad elevage in barrique. A mio modo di vedere essa puo’ comunque avere una sua compiuta dimensione e una sua dignita’, senza per questo snaturarsi e divenire un nebbiolo a scartamento ridotto. La classe non e’ acqua e neanche vino…

Tendenza

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