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Editoriali

Sulla crescita disordinata e folle degli ettari e delle bottiglie di Barolo

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Un intervento di Pierluigi Gorgoni sulla logica suicida delle vigne ovunque

Sono felice di ospitare sul tema della crescita folle e disordinate degli ettari e delle bottiglie di Barolo un intervento di un collega carissimo e amico fraterno, Pierluigi “Pigi” Gorgoni, docente di enologia ed enografia internazionale per ALMA, in passato apprezzato autore e degustatore per la Guida “Vini d’Italia” de L’Espresso, già membro del comitato editoriale e responsabile delle degustazioni per il bimestrale Spirito di Vino, nonché autore insieme ad un altro amico, Andrea Grignaffini, del volume edito da Marsilio Il vignaiolo universale, e interprete della collana in dvd Il Vino “Corso Completo di Degustazione” edita da La Repubblica e docente per i Master of Food di Slow Food.

Pigi è un innamorato del Barolo come me, era un amico vero del nostro adorato Beppe Rinaldi, è una persona splendida e quello che dice lo sottoscrivo in toto. Buona lettura.

I dati statistici non sono contestabili: nell’ultimo quarto di secolo gli ettari a Barolo sono cresciuti dai 1178 del 1993 ai 1573 del 2002, poi ai 2055 del 2013 ai 2166 del 2017. Sono raddoppiati.

Chi frequentava le Langhe a metà anni Novanta, io sì, e più recentemente (non ci metto piede dal funerale di Beppe Rinaldi, non ce la faccio) quella mutazione del paesaggio l’ha vista, l’ha vissuta: è così evidente! E assieme ha visto arrivare i filari al limite del selciato, i frutteti spiantati, spiantati persino i boschi in cima alle colline. Le vigne ovunque.

E chi è passato, ha visto il territorio ridefinirsi secondo una logica che non era più quella della tutela ma semmai quella dello sfruttamento più scriteriato, anche secondo logiche di comunicazione e di proposta dei prodotti fuori dagli schemi e magari anche fuor di logica, tipo bottiglie di forma assurda, etichette strampalate, un’astemia pentita che monta un cubo di cemento (blasfeme le avevo definite una volta, scrivendo, e il carissimo Citrico aveva tanto apprezzato quell’aggettivo là…

Le bottiglie intanto da 6.480.600 che erano nel 1993, sono diventate 8.711.200 nel 2003, 13.902,404 nel 2013 e 14.194.212 nel 2017. Sono più che raddoppiate!
Il benessere presunto che ne è derivato è reale o è fittizio?
Di fronte ad una crisi economica come quella attuale e prevedibilmente dell’anno che verrà, chi saprà resistere? Quanti produttori? Sono domande che anche io mi faccio.

Resisteranno quelli abituati a resistere. Mi rispondo. Quelli che hanno sempre resistito, quelli che fanno il loro vino e non il vino che tira, quelli che hanno rispetto della storia e dei luoghi, che l’hanno sempre avuta. Quelli che muovono i passi contadinamente.

Quando Terre da Vino alla base dei Cannubi spiantava un pioppeto per erigere la sua mostruosa cantina, tutti i vignaioli più avvertiti si ribellarono (i nomi sono quelli dei vignaioli veri, dei piccoli produttori, tradizionalisti e non, qui non c’entra, ma la coscienza ecologica dei Bartolo Mascarello, dei Teobaldo Cappellano, dei Beppe Rinaldi, ovviamente lì si muoveva innanzitutto), perché la loro visione era quella lungimirante del vignaiolo che tutela un paesaggio prima ancora che il vino che fa.

Ma all’epoca quanti li sostennero quei vignaioli? Con questo “quanti” intendo quanti giornalisti (quanti di quelli oggi schierati ovviamente ancora più a sinistra di quella tradizione più radicale che tanto fa tendenza)? Quanti osti? Quanti ristoratori? Quanti di quelli che adesso menano vanto di bere e servire solo quei vini (di aver bevuto sempre e solo quelli)? Dove erano?

Perché – cambiando appena orizzonte, ma quasi come conseguenza – questi nuovi radicalismi di fatto stanno anche essi “drogando” il mercato di quelle etichette tradizionalissime che in cantina costano ancora da 30 a 50 euro (secondo una posizione di correttezza commerciale commovente) ma che poi arrivano a cifre 5, 10 volte superiori sul mercato, sulle carte dei vini e gli scaffali delle enoteche più a la page, secondo una logica speculativa che qui a Barolo ha attecchito ben più che altrove in Italia e che già ricorda da molto vicino gli eccessi della Borgogna, dove alla fine i grandissimi vini sono vini elitari, pochi, fatti per pochi, e a prezzi che in pochissimi possono permettersi.

Vent’anni fa (ma fino a 10 anni fa) i Barolo di Accomasso in cantina costavano meno di venti euro e il cavaliere in persona ti ringraziava (se non lui, la sorella) con ogni convenevole se passavi a prendergli qualche bottiglia. Non c’era la coda mai. Eppure lì dov’è, tra il Torriglione e Le Rocche di La Morra, era tutt’altro che fuori dalle rotte più battute. 

Ha senso spendere 10 volte di più per un vino che all’origine continua a costare il giusto? La stessa cosa capita con i Barolo di Rinaldi e di Mascarello.

Ha senso il prezzo sorgente in etichetta come da memorabile battaglia di Veronelli? Domanda retorica: credo di sì.

Chiudo questo mio intervento con due virgolettati di Giuseppe Rinaldi, papà di Marta e Carlotta, amico che ancora piango, estratti dal suo articolato contributo pubblicato tempo, nel gennaio 2018, dal Corriere della Sera.
L’espressione “Il denaro convince e corrompe” è una frase che considero di tatuarmi prima o poi da qualche parte.  Comunque, è un fondamento dell’educazione che impartisco ai miei figli.

 


“Se di un prodotto ne fai molto lo fai meno bene, sei convinto dai soldi, il denaro convince e corrompe”.  
“Vedere questi nobili vini andare da 10 a 300 euro fa pensare all’aceto balsamico che va da 3 a 300 euro”.
In realtà, la forbice si è estesa da 7.99 euro fino a 3000 euro…
Quanta preoccupazione, quanta tristezza…

n.b.

non dimenticate di leggere anche il nuovo blog personale www.francoziliani.it e Lemillebolleblog www.lemillebolleblog.it

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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SB.
SB.
1 mese fa

Un post che potrebbe essere sottoscritto – che dovrebbe essere condiviso – da tante persone, tanti cittadini, che si ricordano che cos’era il made in Italy nascente. A maggior ragione dalla gente vicina alla terra con i cui legami credo debba fare i conti.

“Sfruttare” è un verbo con il fiato corto; non fa mai rima con valorizzare, cioè dare valore al tuo bene, quindi a te stesso. Eppure tantissimi soit disant imprenditori – in ambiti diversi – si sono prodotti in operazioni di sfruttamento cieco, massacrando il prodotto, disilludendo i consumatori (troppo spesso trattati come soggetti secondari anziché ricordare che sono quelli che parlano di ciò che fai).
È una bella sorpresa, in questi tempi bui, questo memento; cade puntuale in tempi che si annunciano durissimi, da cui si può sperare di uscire solo tenendo rigorosamente fede alla storia che ha reso grandi i vini e ia loro terra.

Giulio
Giulio
1 mese fa

Le faccio i miei più sinceri complimenti per l’articolo. Schietto e dritto al punto, così dovrebbe essere.

Maurizio
Maurizio
1 mese fa

Considerazioni difficili da non condividere e sposare.

Piero Quadrumolo
Piero Quadrumolo
1 mese fa

Caro Gorgoni siamo alle solite, partiamo dal problema della proliferazione dei vigneti e dalla proliferazione delle bottiglie di Barolo (vera causa del calo del prezzo) facciamo un volo pindarico-romantico e poi chiudiamo dando addosso a Terre da Vino senza una vera proposta operativa. La classica posizione da “radical chic” !
Poi sulla questione della costruzione della cantina di 20 anni fa (può non piacerle ma è stata pluripremiata da diverse riviste di architettura) i suoi amici avevano torto marcio perchè all’epoca noi costruimmo su un terreno reso industriale quando alcuni di loro erano in commissione edilizia!! (verificabile al Comune di Barolo)
Faranno pure vini che le piacciono tanto ma su quella questione furono gravemente scorretti, se ne faccia una ragione.
Comunque atteniamoci al tema: se tutti i grandi produttori, compresi i suoi amici, collaborano per ridurre le rese il problema si risolve facilmente; tutto il resto è fuffa.

Piero Quadrumolo
Piero Quadrumolo
1 mese fa

Se non vuole rapportarsi con me è libero di farlo, ci mancherebbe. Naturalmente, prego lei ed il suo amico Gorgoni di non citare più Terredavino e se lo fate, di farlo con dei fatti e non con delle opinioni. Per onestà intellettuale devo dire che Carlin Petrini non è mai venuto in cantina, ne all’inaugurazione ne successivamente.
Cordiali saluti.

Fabio
Fabio
1 mese fa

Applausi!

Marco
Marco
1 mese fa

Da quando le mie Langhe sono frequentate da milanesi e compagnia c”o”ntante, che a danari battenti hanno imbastardito la terra più bella del mondo, causandone un impoverimento culturale ma un innaturale arricchimento di poveri cialtroni, il Barolo non è più lo stesso: ben vengano quindi le bute a 7.99€ e ‘ntoculo a chi le vorrebbe solo da 50€ in su, magari vedendo un calo del business i loschi individui di cui sopra torneranno a farsi i loro “Ape” delle 18 ai Navigli e finalmente saranno fuori dalle nostre palle. Un langarolo DOC

giuseppe
giuseppe
1 mese fa

Per Marco … mi piace il tuo post!

Per Franco, riguardo la crescita edi ettari e bottiglie direi che Brunello e Amarone
vanno a braccetto con il Barolo, impianti in ogni dove e superficie e bottiglie
moltiplicate.
Forse e’ un processo che si e’ accelerato con il successo sui mercati esteri

Tendenza

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