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Degustazioni

Nebbiolo d’Alba Vigna Valmaggiore 2017 Bruno Giacosa

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Dovrebbe chiamarsi Roero Docg ma è più buono di tanti Barolo

Cara Bruna, da quanti anni ci conosciamo? Non c’eri in cantina, quando 27 anni fa incontrai per la prima volta il tuo straordinario Babbo, per un’intervista che penso valga la pena leggere anche oggi, per la lucidità delle analisi e dei giudizi (anche sul terroir di La Morra…) di quel maestro di vino e di vita che è stato Bruno Giacosa.

Ma tutte le altre molte volte che sono venuto a Neive per assaggiare i vini meravigliosi che ogni anno che Bacco manda in terra tuo padre, con l’aiuto fondamentale di vigne supreme e di un collaboratore prezioso come Dante Scaglione (che credo sia qualcosa come 25 anni, una vita, che presta la sua opera di cantiniere e ora di consulente esterno) ha tirato fuori dal cappello del mago, ricordo che sei passata a salutare. E qualche volta siamo stati anche a pranzo insieme e ricordo che risate abbiamo fatto, complici un Barbaresco Asili, Rabajà o Santo Stefano o un Barolo dalle vostre magnifiche vigne di Serralunga d’Alba.

Oggi, spero mi perdonerai, devo dirti due cose che magari non ti faranno piacere. In primo luogo che forse dovrai fare dei controlli in cantina e magari tirare su da terra (e mi sa che quando tu ti inca..i non deve essere simpatico trovarsi ad essere oggetto dei tuoi rimbrotti…) chi si è occupato dell’etichettatura del vostro Nebbiolo d’Alba Vigna Valmaggiore 2017.

Vedi, qualche sera fa, ero riuscito a procurarmene una bottiglia, corrompendo un amico ristoratore di Bergamo, il Masulé, alias Oscar Mazzoleni del Carroponte (che ha riaperto ieri, andateci, andiamoci!) ero a casa, e dopo averla portata alla giusta temperatura, fresca, perché mi piace gustare così i grandi Nebbiolo, stappata con ogni cura e versata in un bicchiere stupendo che ti consiglio, il Winewings di Riedel, ho cominciato a guardare il colore, stupendo, un rubino squillante, luminoso, pieno di riflessi, ma non appena ho portato il bicchiere al naso ho fatto un salto sulla sedia e ho urlato, boia fauss, ma questo non è un normale Nebbiolo d’Alba, che a dire il vero (ne parliamo dopo) sarebbe un Roero Docg, ma è il Barolo Falletto!

Ho cominciato a pensare che ci fosse stato un errore nell’imbottigliamento, che aveste messo l’etichetta del Nebbiolo d’Alba su una bottiglia del Barolo Falletto, tanto il vino era portentosamente buono, troppo buono per essere solo un Nebbiolo d’Alba, seppure di una vigna portentosa come Valmaggiore, poi ho guardato il tappo, non ho visto l’indicazione Falletto che solitamente compare sui tappi, e mi sono detto, porca miseria, che Nebbiolo d’Alba 2017 sensazionale, anzi che meraviglioso Roero Docg!

E qui, cara Bruna, arriviamo, e torno a parlare seriamente dopo aver scherzato un po’, al nocciolo di questo articolo, che è un omaggio ad un vino magnifico, che messo in una degustazione alla cieca con fior di Barolo (soprattutto quei “barolini” di larga parte del  territorio di La Morra che a tuo padre non garbavano molto, e nemmeno a me…) li metterebbe in riga, risultando splendente vincitore, ma vuol essere anche un pretesto per porre pure a te una domanda che ho già rivolto ad altri tuoi colleghi, che hanno porzioni di vigna Valmaggiore, qui e qui. Ma perché continuate, te, Sandrone e altri, a proporre il vino che arriva dalle uve di quella vigna meravigliosa, che è in Roero, che voi sapete benissimo essere Roero e non zona Barolo o Barbaresco, come Nebbiolo d’Alba Doc, denominazione storica, ma di impatto relativo, e non come sarebbe giusto come Roero Docg?

Io la conosco già la risposta, Luciano Sandrone e sua figlia Barbara, con cui ho parlato al telefono, rimanendo deluso e sconcertato dalla pochezza, dalla miopia delle loro argomentazioni, se così vogliamo chiamarle, voi langhetti che avete vigna anche nel Roero, che vinificate le uve della vigna Valmaggiore (e vogliamo parlare della circolazione di Nebbiolo dal Roero in zona Barbaresco e Barolo nelle annate in cui arriva la grandine?) non credete nella Docg Roero, non avete alcun interesse a farne crescere l’immagine e la percezione esterna, che crescerebbe, eccome, se marchi di planetaria notorietà come il tuo, un po’ meno quello dei Sandrone, proponessero il loro attuale Nebbiolo d’Alba Valmaggiore come Roero Valmaggiore.

E qui, Bruna cara, mi inca..o, perché voi langhetti (e langhette) sapete quanto vi voglia bene, quanto mi senta un po’ langhetto anch’io, che al racconto dei vostri vini e della vostra terra, unica, magica, inimitabile ho dedicato 36 anni della mia vita di cronista del vino. Non “prezzolato” come ha avuto la faccia di tolla di definirmi un signor nessuno che ho citato per diffamazione e che tirerà fuori fior di soldi per aver osato definirmi in quel modo, ma porca miseria, volete smetterla una volta per tutti, voi che siete stati baciati da un successo, anche economico, che fino a metà anni Ottanta nessuno avrebbe mai immaginato, di fare i provinciali, di ragionare in piccolo, di perdervi in meschinerie non degne di voi?

Bruna, tu sei la figlia di Bruno Giacosa, non di un qualsiasi piciu, dai fai una cosa bella, che lasci un segno, dai un esempio e dalle prossime uscite del Valmaggiore non chiamarlo più in etichetta Nebbiolo d’Alba ma chiamalo con il suo nome, Roero!

Io sono un sognatore forse, un romantico Don Chisciotte, un pirla che crede che il buon senso possa prevalere su calcoli di bottega e piccinerie, ma di fronte a questa meraviglia di Nebbiolo d’Alba Valmaggiore 2017 etichetta bianca (ma per me merita quasi la rossa) oggi introvabile – i grandi vini vanno a ruba, quelli grami restano in cantina, vero O.P. o G.R.? – io sono rimasto senza parole, rapito, ravi, come dicono in Francia.

Provo a raccontarlo, ma le parole sono inutili, sono poca cosa di fronte a tanta meraviglia. Colore rubino squillante, luminoso, naso elegantissimo, fitto, suadente, che ti porta nel bicchiere, ti emoziona, di coinvolge e ti avvolge, ti racconta e si racconta come una fiaba, una tavolozza di aromi che sono liquirizia, prugna, erbe aromatiche, pepe nero, e poi in evoluzione si fanno rosa e lampone e terra, con leggere sfumature di amaretto e di sale…

E che bocca, che meravigliosa ineffabile dolcezza, polpa carnosa, ricchezza di sapore, un tannino che c’è, si fa sentire, ti saluta, ma non diventa protagonista, non disturba, e lascia il posto ad un sorso di infinita lunghezza, ad un trionfo di terra, ad una piacevolezza, un’eleganza solo da grandissimo vino. Un vino inconfondibilmente firmato Bruno Giacosa e, permettimelo Bruna, anche se lui non vorrebbe, perché è umile, timido, un anti-protagonista, una persona discreta, un grande enologo, Dante Scaglione.

Dai Bruna carissima, fammelo, fallo alla tua intelligenza, a tutti noi che amiamo il Roero quasi come amiamo, di un amore infinito, la Langa, un grande regalo: il prossimo Valmaggiore (dal 2018 è sparita la dizione della vigna che compariva ancora sul 2017) non sia più Nebbiolo d’Alba Doc ma Roero Docg!

Con grande affetto e stima, Franco

n.b.

non dimenticate di leggere anche il nuovo blog personale www.francoziliani.it e Lemillebolleblog www.lemillebolleblog.it

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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