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Degustazioni

Langhe Freisa 2019 Giuseppe Rinaldi

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Tranquilli, i vini di Beppe, con “le Rinalde”, sono sempre in campo!

Diciamolo chiaramente, per noi che abbiamo avuto la fortuna di conoscerli, di essere loro vicini, di sostenere e fare nostre le loro sacrosante battaglie in difesa del Barolo tradizionale, il vero Barolo, contro l’offensiva cialtrona e mercenaria dei cosiddetti Barolo boys, la scomparsa dapprima di Bartolo Mascarello, poi di Teobaldo Cappellano, poi, due anni fa, di Beppe “Citrico” Rinaldi, è stata una batosta.

Mancando loro venivano a mancare innanzitutto tre persone splendide, tre fedeli servitori della loro terra, della Langa, esempi della migliore tradizione, non museale, non polverosa ma viva, tre uomini di cultura, tre persone coraggiose, coerenti, tenaci, orgogliose, prima che grandissimi vignaioli e uomini del vino.

Mi manca molto, per me che la loro terra frequento ormai da quasi 40 anni (ed è un amore a prova di bomba, che durerà fino al mio ultimo respiro) non poterli più incontrare, parlare con loro, andarli a trovare in cantina, bere un bicchiere insieme, assaggiare il vino spillato dalle botti. Mi manca la loro intelligenza, la loro arguzia, la loro sapienza contadina.

E ad ogni morte di uno di loro, oltre allo strazio per la perdita di persone care, al venir meno, passo dopo passo, di un mondo del vino di Langa che non tornerà più, confesso che in me e in tanti era tanta la preoccupazione non tanto per il futuro delle loro piccole aziende artigianali, ma per l’identità dei loro vini, che grazie alla loro straripante personalità, loro marcavano profondamente.

Poi le preoccupazioni sono via via scemate, Bacco gratias… Maria Teresa, la prima ad aver dovuto rimboccarsi le maniche e fare senza Bartolo (ma anche quando il babbo era vivo erano anni che faceva i vini con lui) ha dimostrato personalità e carattere e oggi i suoi Barolo, per tacere degli altri rossi albesi che propone, sono vini e Barolo in particolare di una pulizia, di un nitore, di una classicità esemplari. Non arrivo a dire che produca vini migliori di quelli di Bartolo (quando Maria Teresa avrà nel suo palmarès un 1964 o un 1982 come quelli di Bartolo mi inchinerò e le offrirò rose e Champagne) ma siamo lì…

Poi se n’è andato Teobaldo, e la continuità del lavoro di quel polemista, agitatore di idee, Don Chisciotte, genio incompreso è toccata al figlio Augusto, uno che più diverso dal padre non si potrebbe. Estroverso Baldo, introverso, timido, riservato il figlio, ma una bella persona pura come lui. Non ho esperienza diretta recente dei suoi Barolo, ma so per certo da amici di cui mi fido che i vini sono all’altezza di quelli di Baldo. E qualcuno dice persino migliori…

E infine Beppe, che due anni fa ha avuto la cattiva idea di prendere la Lambretta, salutare il suo amato ciabot, fumare l’ultimo toscano, e dirci arrivederci, che oggi vede la continuità del suo “brand” (lo dico apposta usando un termine anglosassone che Citrico avrebbe respinto come un bicchiere di Barolo in barrique) affidata, con la supervisione della sua adorabile splendida moglie, “la tigre” come amava chiamarla, a due femmine (e lui sulle femmine si concedeva battute fulminanti, poco riferibili talvolta…), le sue dolci figlie Carlotta e Marta.

E qui, da parte di noi maschietti (che anche a non volerlo un filo di misoginia lo portiamo dentro…) gli scetticismi e le perplessità non sono mancate. Chissà cosa faranno “le Rinalde”, sarà difficile che possano fare vini come quelli di Beppe… Forse sarebbe meglio chiedere l’aiuto di qualche amico produttore, maschio. Questi alcuni dei discorsi che sono stati fatti, un po’ voci dal sen fuggite…

Beh, se hanno (abbiamo) detto o pensato questo, allora abbiamo perso una buona occasione di tacere e di evitare brutte figure. Delle “Rinalde” vedrete che si parlerà non solo definendole le figlie (belle) di Beppe, ma, date loro tempo, lasciate che il primo Barolo totalmente firmato da loro senza che Citrico abbia potuto metterci mano, naso e sigaro, sia pronto e ci si dovrà togliere tanto di cappello. E dire boia fauss, che brave!

Non ho una grande confidenza con loro, conosco poco Carlotta, la più giovane di un paio di anni credo, e conosco meglio Marta, che è, posso dirlo perché è giovane, di un millesimo le cui caratteristiche, parlando di persone, oltre che di vini, conosco bene, il 1985.

 

Ricordo bene quell’anno, quell’inverno e quella nevicata, anche a Bergamo dove vivo. Io giravo con la mia Renault 4 rossa e davo la paga a tante auto più sciccose che restavano impantanate nei 40 centimetri caduti, e faceva un freddo becco. Così freddo, che siamo stati in tanti quell’anno a pensare che il miglior modo di scaldarsi, in due, una lei e un lui, fosse… beh l’avete capito. Fu così che sia a Bergamo, la mia ex moglie ed io, sia a Barolo, in casa Rinaldi, in casa Barale e in casa Vaira, ci impegnammo così bene che nove mesi dopo nacquero un maschio, Giuseppe,. e tre femmine, Gloria Barale, Marta Rinaldi e Valentina Ziliani.

Hanno un bel caratterino, che te lo raccomando, quelli/e del 1985, buona annata da Barolo, ma non super come la 1982 e la 1989, restando nei millesimi anni Ottanta. La Barale riesce a reggere il confronto con un personaggio straripante come il padre Sergio, Giuseppe V. è già padre di tre figli, e conduce un’azienda che viaggia come un treno e cresce in maniera impressionante, su Valentina Z. no comment, Marta è cresciuta alla scuola di Beppe e oggi insieme a Carlotta tira fuori vini di cui Beppe sarebbe orgoglioso. E che lo indurrebbero a non fare più quelle battutacce (che in casa Rinaldi ben conosco) sulle “infide femmine…

Io ho avuto modo di incontrare le due ragazze in giugno e di assaggiare un po’ dalle botti (anche un nuovo Barolo che vedrà la luce tra alcuni anni da una vigna nella Bussia) e ho capito che le due hanno stoffa da vendere, che gli appassionati, (siamo belli, siamo tanti, siamo tutti lestofanti!) dei vini che portano in etichetta il nome Giuseppe Rinaldi possono stare tranquilli. Anche qui, come del resto in altre cantine di Langa dove i figli si sono affiancati benissimo ai padri e fanno addirittura meglio (cito Cavallotto, Comm. G.B.Burlotto, Brezza, Ettore Germano, Cascina Luisin, Cascina delle Rose, i primi nomi che mi vengono in mente) la continuità qualitativa è a prova di bomba.

La conferma, tornando alle “Rinalde”, l’ho avuta bevendo sabato sera (e il fond de la buta domenica a pranzo) una bottiglia di Langhe Freisa 2019 delle ragazze, che sono riuscito ad avere tramite un amico ristoratore, Oscar Mazzoleni del Carroponte, che è stato a Barolo la scorsa settimana e al quale ho intimato di non tornare a Bergamo se non con una bottiglia di Freisa per me.

Io di Freisa sono un fan, un impallinato, un innamorato perso e penso di conoscere un po’ tutte quelle (non moltissime) che si producono in terra di Langa e di saperne apprezzare tutte le sfumature. Beh, il Langhe Freisa 2019 delle ragazze Rinaldi mi è sembrata la più buona Freisa che abbia bevuto quest’anno. E dire che ho bevuto anche quelle, super, dei Cavallotto e di Fabio Alessandria, del mio amico Mauro Mascarello, che la produce con la collaborazione di suo figlio Giuseppe, dei Benevelli (la 2017 e la 2018). La Kyé dell’azienda di Vergne, la 2016, la berrò nei prossimi giorni e so già che mi piacerà come sempre. E confermerà un mio convincimento, ovvero che i vini a volte riescono ad essere migliori delle persone che li producono.

La Langhe Freisa 2019 di Carlotta & Marta ha tutto quello che potete chiedere ad una Freisa nata in terra di Barolo, anzi di più. Ha tipicità varietale, complessità, la giusta presenza e sottolineatura del tannino, che si fa sentire ma non è ruvido. Un profumo meraviglioso, autunnale, invernale, da feuilles mortes in ottobre in una giornata di pioggia à Paris, di viola, liquirizia, una leggera nota di pepe, un meraviglioso timbro selvatico.

E poi la pienezza in bocca, la carnosità, la consistenza del gusto, un gusto lunghissimo, infinito, di terra, che non ti lascia mai e che ti tiene compagnia, ti coccola, ti fa venire bellissimi ricordi di tante giornate trascorse in Langa, un carattere spiccato ma, ecco la nota femminile portata dalle “Rinalde”, in una cornice di eleganza, dolcezza, finezza che è suadente, con quel tannino che è il marchio del vino, un tannino che ti sorride… E ti fa pensare al meraviglioso sorriso di Citrico, che nel paradiso dei grandi del vino rivolgendosi a Bartolo e Baldo sicuramente dice, boia fauss, che brave le mie figlie

Chapeau Carlotta e Marta, brave bravissime avanti così…

n.b.

non dimenticate di leggere anche il nuovo blog personale www.francoziliani.it e Lemillebolleblog www.lemillebolleblog.it

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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Paola Marini
Paola Marini
1 mese fa

complimenti Ziliani, quando scrive di Barolo e di Langhe non ce n’é per nessuno.
Fossi al posto delle “Rinalde” come le chiama simpaticamente lei sarei contento di un articolo così

Roberto Bianchi
Roberto Bianchi
1 mese fa

grazie per lo splendido ricordo di Citrico e del trio di barolisti difensori della tradizione.
Peccato che i vini di Rinaldi, come pure quelli di Mascarello e Cappellano sia difficile trovarli..

Simone N
Simone N
1 mese fa

Caro Franco,
avendo amato, comprato e bevuto per anni i vini di Rinaldi, vorrei fare due considerazioni.
La prima riguarda l’impennata esponenziale dei prezzi.
Fino a qualche anno fa, con 40 Euro si acquistavano entrambi i Barolo. Brunate Le Coste o Cannubi San Lorenzo-Ravera costavano uguale. Con 18 euro si poteva comprare il Nebbiolo. Barbera, Freisa e Dolcetto avevano un prezzo in linea con i riferimenti medi delle rispettive categorie. Che è successo negli ultimi 3/4 anni? Le preziose bottiglie finiscono nelle mani di pochi rivenditori, che leoffrono a prezzi da gioielleria. Quale è il meccanismo secondo il quale il Brunate è passato dai 40 Euro dell’enoteca ai quasi 400 su tannico e simili? Come fanno questi rivenditori online ad accaparrarsi le bottiglie? Il prezzo in cantina è lievitato esponenzialmente, o c’è una speculazione sul prezzo di mercato di queste bottiglie?
Altra questione, ma questa meramente soggettiva, riguarda i loro vini.
Emozionanti e di personalità come sempre. Parlo da innamorsto. Vini che vale sempre la pena bere, ma personalmente ho riscontrato un tirare dritto verso una concezione del vino, che in alcune annate(penso ai Barolo 2012 per esempio) lascia palesemente riscontrare note volatili
sopra le righe o un selvatico che a mio avviso, finisce per compromette la definizione del profilo olfattivo. Detto in altre parole, riscontro una penalizzazione dei canoni della classicità dei Vini della cantina, dovuta ad una esaltazione di determinate scelte di vinificazione, figlie dell’appartenenza convinta al campo, del “vino naturale”
È un parere personale, e come tale lascia il tempo che trova.
Mi fermo qui.

A.C.
A.C.
1 mese fa
Reply to  Simone N

Concordo.
Quanto ai prezzi da Bulgari, credo dipenda dall’aumento della domanda per questo genere di vini, e dalla crescita del numero di appassionati, disposti a spendere cifre importanti per portarsi a casa bottiglie rare. Mi interessa però l’ultimo aspetto evidenziato dall’intervento di Simone N.
Volatili, note acetiche, dolcezze di troppo, spunti selvatici, stallatico, note animali, possono essere gradite, sempre se presenti nella giusta misura, in un Montepulciano. NEL BAROLO NO.
A me sembra, che nel passaggio di consegne in casa Rinaldi, qualcosa é cambiato. Vini, mi si passi il termine, più ideologizzati; dai magnifici classici di Beppe Rinaldi, siamo passati a vini dove qualunque sacrificio sull’altare della scelta naturale é contemplato. Anche Beppe Rinaldi faceva vini senza compromessi, ma raramente trovavamo richiami al brett o spunti di volatile. Sono sicuro che é una fase interlocutoria, e le “Rinalde” faranno in futuro vini più buoni di quelli del papà
Come sono altrettanto sicuro che qualche critica, o qualche voce fuori dal coro, faccia loro bene. Anche perché sono coperte da elogi.

Simone N
Simone N
1 mese fa
Reply to  A.C.

Mi sembra esagerato. Io ho fatto notare che in alcune annate, come la 2012, è possibile riscontrare nei Barolo della casa, una volatile leggermente sopra le righe. A parer mio, che sono l’ultimo dei fessi, rappresenta un difetto che potrebbe esser corretto, e che va a compromettere la definizione del profilo olfattivo di vini che comunque trasbordano personaltà. Tutto qua.
Sono stati i vini di Beppe Rinaldi e Cappellano a farmi appassionare al Barolo. Su tutti, il Cannubi San Lorenzo Ravera 2001 e l’immenso Gabutti Piè Franco 1999. Probabilmente rimangono i migliori vini italiani che abbia bevuto assieme a vecchi Brunate di Marcarini e ai Rionda di Massolino.

Simone N
Simone N
1 mese fa

Caro Ziliani,
lei scrive troppo bene. Io arranco. Ho cominciato a seguire il suo blog, perchè mentre a destra e a manca si davano premi a parvenu che mortificavano il Nebbiolo imprigionandolo in contenitori piccoli e nuovi, qui c’era la difesa della classicità contro le
macerazioni a ore, i rotomaceratori e i legni nuovi. Tutte cose che stanno al Nebbiolo come l’olio all’aceto.
Continuo a seguire Vino al Vino, perchè non ci trovo la fuffa autoreferenziale,che altrove invece abbonda.
Sempre con la massina stima.
Simone

Simone N
Simone N
1 mese fa
Reply to  Franco Ziliani

Fatti da un marxista ortodosso come il sottoscritto, valgono doppio.

Salvatore Marchese
Salvatore Marchese
1 mese fa

Franco carissimo,
la lettura dei tuoi commenti sulla Freisa 2019 di Carlotta e Marta Rinaldi mi ha riempito di gioia e mi ha fatto provare emozioni sincere, che quasi stavo dimenticando a causa delle difficoltà nel trovare interlocutori attendibili. Una questione di linguaggio o di sensibilità? Non saprei: certo è che di vino si può argomentare in mille maniere ma il più delle volte senza manifestare la minima emozione.
Grazie, Salvatore

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