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Degustazioni

Etna Rosso 2017 Barone di Villagrande & Etna rosato 2019 Tenuta delle Terre Nere

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Babbo Natale fammi ‘sto regalo, portami il prossimo anno sulla Muntagna!

Lo ammetto, e mi vergogno quasi a farlo, a 64 anni suonati (non sarà forse che comincio io ad essere suonato?) non ho ancora messo piede sulla Muntagna. Continuo a dirlo che voglio andarci, ma passa il tempo e dell’Etna continuo a conoscere, a tentare di conoscere, perché quello dell’Etna è un universo complesso, variegato, con mille sfaccettature e versanti, solo i vini.

Quest’anno ne ho bevuti un bel numero, concentrando l’attenzione soprattutto sulle due tipologie che sinora mi hanno maggiormente dato prova della grandezza e dell’unicità dell’Etna, e la magnificenza di due vitigni come il Catarratto e il Nerello Mascalese (e il suo cugino Nerello Cappuccio), ovvero su bianchi e rosati, ma qualche rosso, la tipologia sulla quale secondo il mio modesto parere si deve ancora lavorare, individuando le zone giuste e il tipo di affinamento dei vini (legno grande, acciaio, cemento? Non credo la barrique o i tonneaux, che anche qui fanno danni) mi ha colpito.

Ma prima di parlare di questa recentissima scoperta e di ribadire che sull’Etna ho mille cose da imparare (forse nella prossima vita) per avere un decimo  della conoscenza che ha l’amico Renato Gangemi, sommelier AIS e titolare dell’enoteca Vin-canto di Zaffarana Etnea, (che raccomando a tutti coloro che amano come me i vini della Muntagna e non hanno la possibilità di procurarseli là dove vivono) voglio spendere due parole en passant, da solo meriterebbe un intero articolo, su un grande rosato, il 2019 della Tenuta delle Terre Nere, circa 25 ettari vitati e sette che arriveranno, posta sulle pendici nord dell’Etna, entro la fascia collinare che si estende tra Solicchiata e Randazzo, storicamente di tutto il territorio Etneo la zona di elezione per i grandi vini rossi.

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Azienda di proprietà di un personaggio molto potente e mediaticamente molto ben conosciuto, Marc De Grazia, che negli anni Novanta ha introdotto negli Stati Uniti larga parte di quei Barolo che non amo assolutamente, quelli modernisti e barricosi dei cosiddetti Barolo Boys.

Di questo suo rosato, che ho trovato splendido, De Grazia, che gode della particolare considerazione della stampa enologica internazionale, Wine Spectator e “Giacomino” James Suckling in prima fila, scrive questa nota molto intelligente: “Ho prodotto questo vino per la prima volta nel 2007. Non mi fraintendete: a me piacciono tantissimo i bei rosati. Solo non avrei mai pensato di produrne uno. Non era una mia priorità. Ma lo era per mia figlia Elena. L’attrazione del colore rosa sul gentil sesso è cosa nota, particolarmente alla venerabile età di 3 anni. L’aver dipinto la cantina di rosa proprio non bastava. C’era un vino rosso? Ce n’era uno bianco? Ebbene, ce ne voleva anche uno rosa! E la straordinaria versatilità del Nerello, presto scoprii, era proprio quello che ci voleva. Non un vino facile da produrre. Anzi, tutto il contrario: l’equilibrio si cerca in punta di piedi.

L’ideale Platonico, come lo vedo io, sarebbe il rosato che ha il corpo di un bianco e l’anima di un rosso, se mi è concesso esprimermi così. Comunque, è questo ciò che cerco: un vino che sia gioioso senza essere frivolo; che abbia tensione senza essere austero. E sento che ci siamo vicini. Il nostro rosato è luminoso, anche nervoso, ma mai superficiale. La gioia che trasmette è raffinata. Ho constatato che si affina meravigliosamente. Non che ci sia ragione di invecchiarlo. Ma, quando invecchia, è sorprendente scoprire la sua freschezza unita a una complessità inaspettata in un rosato. Pesce, pollame, minestre, pasta, prosciutto e melone, salame e fichi, pane olive e formaggio”.

Io, che non sono Suckling, deo gratias, ho trovato questo rosato ottenuto da vigne tra i 25 e i 60 anni d’età coltivate a Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio, prodotto in oltre 30 mila esemplari veramente splendido: colore rosa pallido – buccia di cipolla – occhio di pernice luminoso e brillante, naso finissimo, salato, teso, elegante, nervoso con note di agrumi, erbe aromatiche, fiori bianchi e pietra in evidenza.

Attacco in bocca nervoso, salato, affilato, di grande verticalità e persistenza lunga e piena, con grande equilibrio e freschezza, un rosato nervoso e scattante, con un magnifico equilibrio e ricchezza di sapore.

Reso omaggio a questo rosato da applausi eccomi al Rosso, annata 2017, che mi ha colpito molto. È il secondo Rosso 2017 che mi ha convinto in pieno quest’anno, il primo è il Carranco Villa dei Baroni, che producono due grandi langhetti, Andrea e Oscar Farinetti, ovvero Borgogno in collaborazione con Tornatore a Castiglione di Sicilia (mi aspetto di essere più emozionato in futuro dagli Etna Rosso langhetti di Giovanni (Davide) Rosso e dall’Idda di Angelo Gaja in società con Graci) e di cui dovrò decidermi a scrivere prima o poi. Un vino vinificato in cemento e affinato in grandi botti di rovere di assoluto splendore.

Il vino su cui richiamo la vostra attenzione è l’Etna rosso prodotto da un’azienda storica, del cui Etna bianco Superiore ha scritto di recente qui, da par suo, l’amico Renato Gangemi, ovvero Barone di Villagrande di Milo.

Lascio al buon Renato una presentazione dell’azienda. “Era il 1968 quando venne riconosciuta la Doc Etna e fu Carlo Nicolosi Asmundo, nonno di Marco Nicolosi, attuale enologo, direttore di produzione e titolare di Barone di Villagrande, una delle aziende più antiche sull’Etna, a scrivere il disciplinare.

L’Azienda si trova all’interno di un territorio molto particolare, unicamente nel comune di Milo, piccolo paese pedemontano, collocato sul fianco sud-est dell’Etna, tra il mare e l’imponente cono di Sud-Est del vulcano. Ma perché questo territorio è così particolare? Per quali caratteristiche? Cosa ha portato Carlo Nicolosi Asmundo a delineare solo questa zona ed a conferirle la denominazione doc “Superiore”?

Cerchiamo di scoprirlo facendo delle ipotesi: a mio parere i motivi possono essere almeno quattro. Per primo, il territorio di Milo, trovandosi sul versante est, guarda il sorgere dell’alba, ed il sole sulle vigne è presente fino alle prime ore pomeridiane, quindi l’esposizione conferisce un’ottima insolazione. Secondo, nelle calde giornate di luglio e agosto si beneficia quasi sempre di una gradevolissima brezza di mare, considerato che ci si trova a soli 8 km dallo Ionio e di conseguenza le uve non soffrono come in altri contesti ed in più si arricchiscono di sapidità.

Terzo, un giorno l’enologo Salvo Foti, girando tra i suoi vigneti, mi fece notare la forte presenza di “ripiddu”: sono i lapilli, che a seguito dalle esplosioni dai crateri, ricadono in forma di fertile e sottilissima ghiaia sui terreni adiacenti. In questo territorio, come detto prima, il cratere di sud-est, molto attivo negli ultimi decenni, fa sentire la sua presenza, tanto che le uve ne traggono una forte mineralità.

Quarto. Questa zona è tra le più piovose d’Italia e c’è spesso umidità e nebbia; qui il Carricante trova il suo habitat preferito e ideale, mentre il Nerello Mascalese, vitigno in assoluto considerato più rilevante sul vulcano, in queste particolari condizioni non riesce ad arrivare a maturazione completa. Sono pochi e selezionati i vini denominati “Etna Bianco Superiore” in produzione, in considerazione anche dell’esigua superficie di territorio ad essi dedicata, in riferimento agli appena mille ettari vitati che costituiscono l’intera doc Etna”.

Si badi bene, parlo “solo” dell’Etna Rosso “base” affinato per un anno in botti di castagno da 500 litri, legno di castagno proveniente dai boschi della tenuta, cuvée composta per l’80% da Nerello Mascalese e per restante 20% da Nerello Cappuccio e il raro Nerello Mantellato, e non della più preziosa selezione Contrada Villagrande, che in legno resta due anni, ma il team di questa tenuta che ha fatto la storia dell’Etna vinoso e ne rappresenta, insieme ad altre aziende, il presente più luminoso, fa le cose veramente bene.

Un Rosso goloso, elegante, splendente, colore rubino brillante dai mille riflessi luminosi, naso suadente e complesso, ma fresco, di immediata presa, profumato di erbe aromatiche, pietra, viola, frutta rossa (prugna e ciliegia) con sfumature di pepe nero e marron glacé.

Bocca ricca, fresca, succosa, con un tannino presente con una leggera sottolineatura quasi langhetta, largo, pieno, persistente, con una finezza e una leggiadria, una dolcezza borgognona e un finale lungo e terroso.

Babbo Natale, Gesù bambino, fatemi ‘sto regalo, portatemi il prossimo anno sulla Muntagna!

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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