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Degustazioni

Barolo Castelletto 2016 Castello di Perno

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Da un posto magico un Barolo di grande eleganza

Nel variopinto, infinito, inesplorabile completamente se non in due vite almeno, universo del Barolo, la Mga (Menzione geografica aggiuntiva) Perno, circa 190 ettari, la terza per estensione dopo Bussia e Bricco San Pietro, che, così dicono i sacri testi, ovvero il Masna (alias Barolo Mga 360) rappresenta un unicum, un posto a mio avviso magico.

Siamo in territorio di Monforte d’Alba, ma i Barolo che arrivano da queste vigne hanno un carattere peculiare, che sempre secondo Masnaghetti “riesce a conciliare potenza ed eleganza”, soprattutto la seconda, e hanno qualcosa del carattere dei Barolo monfortesi ma anche la finezza di quelli di Castiglione Falletto e la struttura, monumentale, da Sinfonia di Bruckner, dei Barolo, infiniti, opulenti, fiammeggianti, di Serralunga d’Alba.

Non sono in molti a vinificare Nebbiolo da Barolo provenienti da uve situate in questo posto incantato (lo scenario d’attorno è mozzafiato) che ospita un locale dove ho cenato un paio di volte divinamente e che vi consiglio (quando potremo finalmente tornare al ristorante) ovvero la Repubblica di Perno, dove una volta, a cena con un produttore di cui dirò dopo, vidi apparire, alla mia sinistra, con i suoi capelli rossi inconfondibili, nientemeno che la mia famosa collega Alice Feiring, paladina dei vini naturali, columnist del New York Times, autrice di libri imperdibili, mia vecchia conoscenza.

A memoria posso citare Raineri, Elio Sandri, Sordo, Oreste Stefano. Poi, forse il più famoso, Rocche dei Manzoni, creatura del compianto Valentino Migliorini, già patron di un mitico ristorante di Caorso nel piacentino, che produce un Barolo Vigna Cappella di Santo Stefano le cui uve continuano ad essere purtroppo massacrate dall’uso della barrique.

Poi, per fortuna, c’è il dominus, il sovrano, l’imperatore del Monprivato, il mio amico carissimo e Maestro Mauro Mascarello (ero con lui a cena quando incontrai Alice) che qui da vigne benedette da Bacco ottiene non solo un Barolo supremo, il Santo Stefano di Perno, ma altrettanto stupendi Dolcetto d’Alba e Barbera d’Alba. Tutti vini venuti in terra a miracol mostrare per dirla con il Divino Poeta fiorentino. Che non è Renzi, ovviamente, né tantomeno Benigni…

Al novero dei “pernisti” va aggiunta poi un’altra realtà, stupenda, che corrisponde al nome di Castello di Perno, un posto che sinora ho sempre visto dall’esterno, ma dove conto presto di fare visita, non solo per i vini e le vigne, ma perché è un posto che per chi, come me, ha nella propria storia un passato, di cui sono fiero, di ex collaboratore alle pagine dei libri de Il Giornale, quando direttore era il mio Maestro Indro Montanelli e i responsabili della cultura erano personaggi quali Marcello Staglieno e Giovanni Arpino, e di ex direttore di biblioteca per 18 anni, ha una valenza speciale, perché detto Castello “fu acquistato dalla casa editrice Giulio Einaudi che ne fece la propria sede secondaria, gemella di quella di Via Biancamano a Torino, e residenza di lavoro per i propri scrittori”.

Storia curiosa, quella del mio rapporto con questo Castello ed il suo attuale dominus, dal 2012 di proprietà di una persona che da uno di destra come me, che pure sono orgoglioso di essere amico di Oscar Farinetti (che incontrerò a Torino pochi giorni prima di Natale, perché mi faccia visitare e raccontare, apre domani, la sua ennesima scommessa geniale, il green retail park denominato GreenPea, dove ancora una volta lui anticipa tutti e ci lascia senza parole con la sua intelligenza unica) dovrebbe essere molto distante. Ovvero il Professor Gregorio Gitti, ordinario di diritto civile dell’Università di Milano e avvocato, e molte altre cose come potete leggere qui, tra cui un trascorso di parlamentare di un partito che al solo nominarlo mi mette mal di pancia (eufemismo), il PD e contatti importanti con quel mondo della finanza che a quelli della destra sociale è gradito come cadere nudi tra le ortiche…

Non ho incontrato ancora Gitti, ma ci siamo parlati al telefono diverse volte e scritti ed è nato subito un feeling, perché sarò anche destrorso ma non sono stronzo né tantomeno berlusconiano o, il cielo me ne scampi!, salviniano…

A me interessa e affascina “il progetto della famiglia Gitti di recuperare il Castello di Perno alla sua storia, sia a quella più recente di casa per la cultura sia a quella più antica della coltivazione della vite e della vinificazione delle uve di proprietà”, mi interessano i vini che produce, tutti buoni (Dolcetto d’Alba, Barolo, Langhe Nebbiolo, Barbera d’
Asti, Barbera d’Asti Nizza) e distribuiti da gennaio dai miei amici Pietro ed Emanuele Pellegrini.

Buoni rapporti, quelli con Gitti, che mi hanno indotto, perché adoro Perno, ad essere il mallevadore di un suo incontro, al Castello, qualche mese fa, nientemeno che con Mauro Mascarello, accompagnato dalla consorte Maria Teresa e dalla dolce (e bella) figlia Elena.

Gitti dice di avere una “filosofia del Barolo neoclassica”, definizione fantastica e degna di un uomo di cultura quale lui (ma che diavolo ci faceva nel PD, boia fauss!) che “sposa la tradizione alla continua ricerca di tecniche specifiche e innovative, con l’obbiettivo di produrre vini estremamente fini e territoriali, perfettamente riconoscibili ed equilibrati”.

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Non vado matto per le etichette, molto moderne e per me un po’ fredde, dei suoi vini, espressione di una passione di Gitti per l’arte moderna e contemporanea che l’ha portato ad ospitare al Castello mostre di artisti del nostro tempo, io preferisco, da vecchio reazionario quale sono, le etichette old style e vero old Piedmont dei vini di Mascarello.
Ma chi se ne frega delle wine labels (un po’ di inglese così mi do un po’ di tono) se poi il contenuto delle bottiglie mi soddisfa e mi garba molto.

Dopo aver provato e gustato gli altri vini, nei giorni scorsi, per coccolarmi un po’ e dimenticare che al governo ci sono cinque stalle, ex compagni di partito di Gitti, cialtroni impochettati e nostalgici di Cuba senza Speranza, mi sono stappato e ho goduto, enoicamente parlando, grazie al Barolo Castelletto 2016, che nasce da uve Nebbiolo di quel vigneto Castelletto che sempre secondo il Masna costituisce un’altra Mga, posta nella zona di Castelletto “un tempo frazione di Perno” e il cui cuore centrale è il Pressenda, MGA che conta circa 130 ettari, ha terreni sciolti e a tratti sabbiosi, un tempo era soprattutto destinata alla produzione di uve Barbera, ed esprime vini che sempre secondo il maximo cartografo del vino, monzese tifoso del Bbbilan come Roberto Voerzio, sono dotati di uno stile un po’ freddo e verticale.

A me questo Barolo Castelletto 2016, prodotto con la collaborazione del 37enne Gian Luca Colombo, vincitore del premio Gambelli come miglior giovane enologo italiano nel 2014, che nel 2011 ha creato a Roddi Segni Di Langa, è piaciuto senza sé né ma.  

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Prodotto con una macerazione di 35 giorni delle uve, 18 mesi di affinamento in botti di rovere austriaco, credo di Stockinger, e commercializzato dal duo di Cisano bergamasco a 31 euro + Iva (prezzo Horeca), mi è apparso come un Barolo elegante per persone eleganti, che conferma l’unicità del terroir di Perno e Castelletto ed il suo essere un mix tra Monforte, Serralunga e Castiglione Falletto.

Colore splendido, un rubino brillante luminoso, naso elegantissimo, tutto giocato su note di lampone, rosa, prugna, polvere di cacao ed erbe aromatiche, ha tensione e sale e leggerezza e fragranza.

Bocca di grande freschezza e agilità, acidità che spinge e conferisce un andamento verticale al vino, gusto sapido, con tannino elegante e non aggressivo che regala una carezza sul palato, ha sapore, la giusta pienezza, persistenza lunga e terrosa, grande equilibrio e armonia.

Intendiamoci, non è quella meraviglia unica che è il Barolo Santo Stefano di Perno dell’ultimo dei Mohicani, l’uomo dalle basette più cavouriane che io conosca (insieme a quelle di Edoardo Bresciano, super virtuoso dei salumi d’oca di Cascina Peschiera a Savigliano) ma costa quasi la metà e averne di Barolo così!

Auguri bella gente e buon Natale!

n.b. non dimenticate di leggere anche il nuovo blog personale www.francoziliani.it e Lemillebolleblogwww.lemillebolleblog.it

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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Simone N
Simone N
1 mese fa

Caro Franco,
Sempre domande del piffero, ma Perno era comune a parte, o ha sempre fatto parte di Monforte d’Alba? Mai capito. Conosco bene i vini di Sordo, grazie all’amico Augusto Siboldi, venditore imbattibile ed infaticabile, che ha fatto conoscere i Barolo aziendali a tutta Italia.Oggi è in forza a Giovanni Viberti.
Il Cerretta di Perno di Sordo, non sarà un vino wow, ma rimane un gran bel vino.
Il vigna Cappella di Santo Stefano è l’unico “barolo moderno” che mi ha messo in difficoltà.
Ahimè vino spaziale. Nonostante il contenitore usato.
P.S. sto bevendo uno strepitoso Basarin 2013 di Luigi Voghera. Azienda poco conosciuta , ma dal rapporto qualità/prezzo che non ha uguali. Sempre secondo me.

Simone N
Simone N
1 mese fa
Reply to  Franco Ziliani

Stalinista mai.
Mi spiace quasi dirlo infatti, ma i loro Barolo degli ultimi anni, mi son piaciuti. L’eccezione che conferma la regola, per buttarla sulla banalità.
I vini di Mauro Mascarello altra roba ovviamente.

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