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Degustazioni

Barbaresco Santo Stefano Albesani riserva 2015 Castello di Neive

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Un Barbaresco supremo, più buono, ebbene sì, di tanti Barolo

A me barolista in servizio permanente effettivo, che considero il Barolo il re dei vini italiani (sarei quasi tentato di scrivere mondiali, ma poi gli amici francesi ci restano male…), e che considero stolti quelli che sostengono che il Barbaresco  ne sarebbe il fratello minore mentre è invece l’altra grande espressione del Nebbiolo in terra di Langa, non capita spesso, ma è capitato, di fronte ad un grande Barbaresco finito nel mio bicchiere, di pensare che quel vino non avesse proprio nulla da invidiare ad un Barolo.

E parlo di grandi Barolo “cum pallas”, quelli di Castiglione Falletto, Serralunga d’Alba, Monforte d’Alba, di alcuni grandi Barolo di Verduno, Barolo, Novello, non di troppi “Barolini” (ovviamente con l’eccezione di quelli di mastro Roberto Voerzio) di La Morra. Oppure, lassuma pert, di Grinzane Cavour o Cherasco, che, comandassi io, sarebbero automaticamente declassati a Langhe Nebbiolo.

Ho avuto questa consapevolezza bevendo un paio di volte dei 1964 di Gaja (con ogni probabilità fatti da Giovanni Gaja), mi è capitato assaggiando l’8 settembre (loro non vogliono che ne parli, ma amen..) i 2017 di Gaja Angelo (un Sorì Tildin da Mille e una notte), tante volte bevendo i meravigliosi Barbaresco Asili e Rabajà di Bruno Giacosa. E l’ho avuta, in questi giorni, bevendo una stratosferica riserva 2015 Santo Stefano Albesani di un’azienda esemplare del borgo dove c’è la cantina di Bruno, dove c’era quel posto magico e poetico che la gente veniva da tutto il mondo a visitare per avere le sue bottiglie di grappa, la distilleria di Romano Levi, dove per tanti anni ho mangiato divinamente in Piazza Cocito, alla Contea di Claudia e Tonino Verro, parlo di Neive e del Castello di Neive.

La tenuta, che ha una storia centenaria legata a Neive, al suo bellissimo castello, è proprietà della famiglia Stupino. Dapprima il geometra Giacomo Stupino, che grazie alla grande e profonda conoscenza di queste zone iniziò ad acquistare i terreni e le vigne situate nelle posizioni migliori e avviò la prima produzione di vini piemontesi, con un buon successo che gli permise di acquistare il Castello di Neive con le sue ampie cantine. Alla morte di Giacomo Stupino, nel 1970, della conduzione dell’azienda si occuparono i suoi quattro figli, Anna, Italo, Giulio e Piera, che continuarono il processo di sviluppo e ammodernamento. Ed in particolare Giulio e Italo diedero inizio al primo imbottigliamento dei vini marchiati Castello di Neive.

Oggi la guida è nelle mani dell’ingegner Italo Stupino che dagli anni Settanta ha dato avvio ad una fattiva collaborazione con l’Università di Torino, con studiosi e ricercatori e ha un vero e proprio “approccio scientifico” alla conduzione delle vigne e delle vinificazioni è diretta dal 1999 da Claudio Roggero, enologo, e si avvale in cantina di un tecnico serio e preparato come Andrea Ramello cui si affianca, come consulente esterno, un personaggio come Gianfranco Cordero. A questa azienda prima che a qualsiasi altra si deve la riscoperta di un’uva quasi sparita e sconosciuta alla fine degli anni Settanta, l’Arneis.

La forza di questa bella azienda che ha sede nello storico Palazzo dei Conti di Castelborgo, eretto nel XVIII secolo, sono i vigneti, una superficie di 57,27 ettari, 27,14 vitati, di cui 10,66 a Nebbiolo da Barbaresco e 6,71 della vigna Santo Stefano. 21 ettari sono a noccioleti. Nelle vigne sono presenti Nebbiolo, Barbera, Arneis, Dolcetto, Pinot nero, Albarossa, Riesling. Annualmente si producono circa 170.000 bottiglie suddivise in ben 18 etichette, forse un po’ tante…

Alcune delle vigne erano già proprietà degli Stupino prima di acquisire il Castello, vigne come Messoirano, Montebertotto, Valtorta, il mitico Basarin da cui nasce anche oggi un Dolcetto d’Alba super. Le altre, Gallina, I Cortini, Marcorino e soprattutto Santo Stefano, sono arrivate con il Castello.

Sono tutti di eccellente livello i vini, non ho recentemente assaggiato, cosa che farò quanto prima, il Riesling, il Pinot nero, che viene anche spumantizzato metodo classico, l’Albarossa (incrocio tra il Nebbiolo di Dronero o Chatus ottenuto nel 1938 dal mitico professor Dalmasso e diventato Doc Piemonte nel 2009), la Barbera d’Alba ed il Dolcetto, il Langhe Arneis, uno dei migliori in circolazione ormai da tanto tempo, ma è sul Nebbiolo che al Castello si fanno mirabilie. Con il Langhe Nebbiolo, ma soprattutto con una serie di Barbaresco da sballo.

Il Barbaresco “base”, poi il Barbaresco Gallina, e soprattutto, da una vigna che esprime anche una grande Barbera d’Alba, i Barbaresco, annata e riserva, prodotta solo nelle grandi annate, dalla celeberrima vigna Santo Stefano, esposta a sud-ovest, posta in vicinanza del Tanaro, vicinanza che ha un ruolo importante nella maturazione delle uve e nel carattere del vino. Una vigna, gli Stupino ne detengono 6,71 ettari, che ha 50 anni di media. E le cui uve in passato sono state vinificate anche da Bruno Giacosa, con risultati, in bottiglie dalla normale etichetta bianca e non rossa, strepitosi.

Per il mio assaggio non ho scelto il già fantastico Santo Stefano, ma la riserva, prodotta solo nelle grandi annate, che normalmente si affina prima 6 mesi in acciaio, 18 mesi in botti di rovere francese da 35 ettolitri, poi 6 in bottiglie. Ho scelto l’annata 2015 che un’enoteca online come Callmewine propone a 55 euro, il che, secondo me, vista la bontà del vino, rappresenta un grandissimo rapporto prezzo-qualità.

A perfect bottle direbbero i miei colleghi di lingua inglese, soprattutto gli americani, considerando che ad esempio il Barbaresco Santo Stefano 2017 si trova al 23° posto nella classifica dei Top 100 della rivista Usa Wine Enthusiast, la cui responsabile per gli assaggi dei vini italiani è una wine writer di grande valore (e bellezza) come Kerin O’Keefe.

A me, stappato in una serata fredda di fine novembre, e purtroppo non abbinata (sono a Bergamo e non in Langa, accidenti al governo di Giuseppi e al divieto di spostarci da una regione all’altra!) a quello che avrei voluto mangiarci insieme, un bel piatto di tajarin con una grattata di tartufo come quelli che si possono mangiare a Barbaresco al Campamac, a Treiso alla Ciau del Tornavento, a Monforte d’Alba nel mio ristorante del cuore, Felicin, a Cissone alla Locanda dell’Arco, e magari della carne cruda, una sfilza di antipasti di quelli che in Langa mi allargano cuore e pancia, questo Barbaresco riserva 2015 ha dato tanta gioia.

Colore rubino leggermente granato sull’unghia e splendente, naso inconfondibilmente nebbioloso, barbareschiano, tutto rosa, lampone, un filo di pepe e di amaretto, in evoluzione la prugna sfumature di cuoio, cacao, marron glacé e tanta terra bagnata. Un bouquet complesso ed etereo, sensuale.

Ingresso in bocca caldo e avvolgente, con calore e freschezza, un gusto ampio e carnoso che si allarga sul palato e lo conquista, tannino ben presente e sottolineato ma non aggressivo, pienezza di sapore, velluto, dolcezza espressiva suadente e una persistenza infinita.

Lo so, non è il mio amatissimo Barolo, ma quando il Barbaresco è così buono, così fine, elegante, setoso, di perfetta armonia, la gara per i miei amici di Castiglione Falletto, Serralunga d’Alba, Monforte d’Alba e Verduno diventa dura e per vincere ci vogliono i grandissimi calibri. Chapeau Ingegner Stupino!

n.b.

non dimenticate di leggere anche il nuovo blog personale www.francoziliani.it e Lemillebolleblog www.lemillebolleblog.it

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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Simone N
Simone N
7 mesi fa

Questo è un vino che ti coccola piano piano.
Bevendo vini del genere, ci si rende conto facilmente che coloro che hanno mortificato questo grande vitigno utilizzando legni nuovi, rotomaceratori, osmosi inversa, vendemmie verdi ecc, hanno volgarizzato Barolo e Barbaresco, spogliandoli delle caratteristiche che li rendono unici. Hanno prodotto in molti casi vini che non evolvono, vini che rimangono ingessati sulla gamma aromatica della gioventù, e che perciò non trasmettono emozioni. Vini fatti per allietare il palato di un pubblico col portafoglio a fisarmonica, ma abituato ad un gusto standardizzato.
Castello di Neive baluardo della classicità.
Saluto Claudio Roggero, persona splendida e disponibile, che ho avuto modo di conoscere a Merano.
Rispetto a qualche fanno, i prezzi hanno avuto un bel ritocco all’insù ma siamo ancora a livelli accettabili
Caro Franco,
Non so se lo sai, i ma i Massolino dovrebbero uscire a breve con un Barbaresco Albesani. Il modello è il vino di cui sopra. Staremo a vedere.

Luca L
Luca L
7 mesi fa

Sono un estimatore dei vini Barbaresco e francamente li preferisco ai Barolo. A mio personale avviso considero il Barolo un vino maschio, pertanto Re. Ed il barbaresco un vino femmina, pertanto Regina. Se le capita sig. Ziliani si procuri una bottiglia di Barberesco Rabaja di Giuseppe Cortese (non il riserva perchè non lo conosco), siamo a livelli molto alti e si trova a meno di 50 euro. Cmq non mancherò di assaggiare anche questo S.to Stefano Albesani non appena ne avrò l’occasione, mi ha proprio incuriosito questa sua degustazione.

Tendenza

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