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Degustazioni

Etna, non solo Carricante e Nerello Mascalese ma anche uve internazionali

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Una Muntagna che parla francese by Renato Gangemi

L’amico Renato Gangemi, sommelier AIS e titolare dell’enoteca Vin-canto di Zaffarana Etnea, che raccomando a tutti coloro che amano come me i vini della Muntagna e non hanno la possibilità di procurarseli là dove vivono, mi ha mandato questo articolo che questa volta non parla dei vini dell’Etna espressione dei vitigni del territorio come Nerello Mascalese e Carricante, ma ottenuti da uve internazionali. Una Muntagna che parla francese insomma…

Grazie a Renato e buona lettura a tutti!

Personalmente non amo molto i vini realizzati da uve non autoctone in una realtà vitivinicola particolare e circoscritta come l’Etna. Lo sviluppo di un territorio, infatti, dovrebbe sempre passare attraverso il rispetto delle proprie tradizioni e di conseguenza dall’esaltazione delle specie naturali presenti. Tuttavia, la storia enologica antica del nostro vulcano ci suggerisce interessanti variazioni a questo tema ed in più le sperimentazioni di alcuni produttori ed enologi negli ultimi venti anni ci portano a riconsiderare o per lo meno ad ammorbidire questo concetto, dovendo riconoscere che spesso sulla Muntagna nascono vini da vitigni “internazionali” assolutamente eccellenti.

Era il 1855 quando il Barone Spitaleri nel suo Castello Solicchiata, sul versante sudovest dell’Etna, si trovava già intento a coltivare unicamente varietà internazionali, quali il Cabernet franc, il Merlot e il Pinot nero. Ed ancora prima, a metà dell’Ottocento, l’ammiraglio Nelson, grazie alla collaborazione con l’enologo francese Monsieur Louis Fabre da Carpentras, portava dalla Francia sul versante nord-ovest del vulcano il Grenache, oggi riconosciuto come Alicante.

Ma è la ricerca enologica degli ultimi venti anni che ha portato alla realizzazione di vini, attualmente in produzione, che sono assolutamente interessanti. E’ d’obbligo iniziare dall’ iconica etichetta “Franchetti“ della Cantina Passopisciaro; un esperimento divenuto un’eccellenza, un blend di Cesanese di Affile e Petit verdot.

Indubbiamente l’idea, rapportata al contesto Etna, appare piuttosto originale, al pari di quanto sia assolutamente ragguardevole il risultato. Probabilmente il barone Franchetti, su questo vino al quale ha imposto il suo stesso cognome, avrà riflettuto parecchio. Siamo in contrada Guardiola, appena sopra la piccola e rinomata borgata del vino chiamata Passopisciaro, ad una altitudine che va da 700 ai 1000 metri. Una delle contrade migliori a dire di molti produttori, dove resistono ancora terrazzamenti secolari, costruiti sopra colate laviche millenarie. Il “Franchetti” è un vino strepitoso, tanto da rappresentare il top della cantina.

Andrea Franchetti desiderava realizzare un vino etneo che fosse più denso e concentrato di quelli ottenuti dall’autoctono nerello mascalese; da qui, forse, la scelta del Petit verdot, indubbiamente garanzia di struttura complessa e di gradevole speziatura, esaltata peraltro dalle caratteristiche del terreno vulcanico. Il Cesanese di Affile, più delicato ed aromatico, fa da supporto al Petit verdot, ed ha notevoli potenzialità di invecchiamento. Alla vista è un vino dal colore saturo e scuro. Al naso, note di frutta rossa matura, sottobosco, spezie, cuoio e sentori di pietra lavica. In bocca è invitante, morbido, ricco e dalla lunghissima persistenza.

Scendendo dalla contrada Guardiola, verso le contrade Feudo di Mezzo e Arcuria, si arriva da Cottanera, cantina che già negli anni 80 coltivava vitigni internazionali sull’Etna, dal Syrah al Cabernet, dal Merlot alla Mondeuse. Si vocifera che Cottanera piantò la Mondeuse, vitigno dell’Alta Savoia, non di proposito ma a seguito di un errore di spedizione del vivaio, che confuse le barbatelle. Il vino di Cottanera si chiama “Ardenza” ed è vinificato in purezza.  Il colore è rosso rubino; al naso si presenta con una bella nota fresca vegetale, che introduce un intenso sentore di marasca, ciliegia e mirtillo. Nel finale, eleganti note balsamiche, minerali e speziate. In bocca un bel tannino seguito da una nota sapida. Lungo e molto persistente. Ottimo prodotto.

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Restiamo sempre in zona, sul versante nord, alle porte di Randazzo, dove la cantina Terrazze dell’Etna, di proprietà della famiglia Bevilacqua, consigliata dall’enologo Riccardo Cotarella, inserisce tra i vigneti di nerello mascalese già esistenti, anche il Pinot nero. Siamo tra i 750 ed i 950 metri di altitudine, in una zona abbastanza fresca e con grandi escursioni termiche tra il giorno e la notte. Il vino prodotto con questo Pinot nero si presenta di un bel rosso rubino, al naso intenso con sentori di frutti di bosco ed una bella viola. Buono di corpo, bella la freschezza ed eleganti i tannini. Equilibrato, con una buona persistenza. Terrazze dell’Etna propone inoltre, sempre da Pinot nero, un Metodo Classico, 36 mesi o 50 mesi di sosta sui lieviti.

Perfino il grande Giacomo Tachis aveva creduto nelle potenzialità del pinot nero sull’ Etna, tanto da consigliare alla storica Duca di Salaparuta di impiantarlo. Oggi infatti si producono lo “Sciaranera” e il “Nawari”, nella versione ferma, due Pinot nero in purezza provenienti da vigneti siti nella tenuta Vajasindi, tra le frazioni di Passopisciaro e Solicchiata. Altitudine dei vigneti dai 600 agli 800 metri, inverni abbastanza rigidi, fresche le primavere e abbastanza secche le estati, ma sempre con una buona escursione termica.

Lo “Sciaranera” si presenta di colore rosso rubino con riflessi granato, al naso offre dei gradevolissimi sentori di frutti rossi succulenti, confettura di prugne, delle belle sensazioni floreali e, nel finale, note speziate tra le quali spicca il pepe bianco. In bocca si presenta morbido, con un delizioso tannino e delle note leggermente sapide. Vellutato e di grande finezza, buona la persistenza. Il Duca di Salaparuta propone anche un metodo Charmat da Pinot Nero: è il “Duca Nero”.

Procedendo verso il versante Est del vulcano, nel territorio di Santa Venerina, comune che si affaccia sul mar Ionio, troviamo l’antica cantina Murgo, la quale, nel 1985, sempre sotto la guida dell’enologo Giacomo Tachis, impiantava anch’essa il Pinot nero, ritenuto compatibile ed a tratti complementare al Nerello mascalese. Nel 2010 usciva la prima annata ed i risultati sono stati eccellenti. Rosso rubino intenso, al naso regala percezioni gradevolissime di ribes, ciliegia selvatica e more, adagiati su un tappeto di petali di rosa rossa e per finire spezie, come il pepe nero e liquirizia. In bocca si presenta elegante, complesso e minerale. Equilibrato, buona la struttura, tannino delicato, ottima persistenza, nel finale ritornano note ancora speziate e cuoio.

Ci sarebbero ancora tanti vini da raccontare, ad esempio il tanto celebrato Mareneve del sommelier Federico Graziani, cuvée di Riesling, Gewürztraminer, Chenin blanc, Grecanico e Carricante che quando i vigneti avranno avuto qualche anno in più di età diventerà importante, ma sicuramente non possiamo dimenticare un vino d’altri tempi, datato 1855, che rappresenta una delle ben tre distinte etichette di Pinot nero dell’Etna (“Pinetna” come lo definisce il produttore), figlie del leggendario Barone Spitaleri di Muglia: il “Dagala del Barone”.

Versante sud-ovest dell’Etna, sopra il comune di Adrano, tra i 1000 e i 1200 metri di altitudine. Da sempre questa aristocratica famiglia produce vini da vitigni internazionali; vino di punta è infatti il magnifico taglio bordolese “Castello Solicchiata”. Il “Dagala del Barone”, Pinot nero 100%, è un vino pluripremiato. I vigneti sono ad alberello e per scelta aziendale non producono oltre i 180 grammi di uva per pianta. Due anni di maturazione in botti di rovere francese e tre anni di affinamento in bottiglia. Si presenta con un bel rosso rubino con riflessi granato, al naso è intenso e fruttato, con un ricco corredo di note balsamiche. Pieno, avvolgente, dal bel tannino setoso, regala un finale molto elegante.

Non vi è ombra di dubbio che la natura generosa dell’Etna sia provvida nel regalare frutti preziosi e che questi, sapientemente raccolti dalle mani di viticultori illuminati e ben consigliati, possano trasformarsi in vini emozionanti, a prescindere dal vitigno impiegato. Tuttavia, sulla Muntagna pensare di proporre o addirittura di imporre o peggio ancora di opporre l’inserimento di uve internazionali come alternative più valide delle uve autoctone, rappresenta una scelta che non restituisce un quadro espressivamente fedele e completo e che sicuramente non favorisce l’apprezzamento e la comprensione piena della straordinarietà di un territorio.

E l’Etna è troppo speciale ed unica per potersi permettere di essere omologata nella lunga fila delle zone vinicole sparse nel mondo che prediligono i vitigni internazionali. Il sangue dell’Etna è senz’altro custodito nel Nerello Mascalese; le lacrime inebrianti del vulcano sgorgano dalla spremitura del Carricante. Il carattere del vino etneo in definitiva non si doma, non si internazionalizza, non si uguaglia, ma al contrario lo si deve accettare e godere per quello che è: selvaggio, misterioso, inimitabile e visceralmente indigeno.

P.S. non dimenticate di leggere anche il nuovo Franco Ziliani blog www.francoziliani.it e Lemillebolleblog www.lemillebolleblog.it

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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