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Degustazioni

E un Barolo immenso lascia un bordolese e un borgognone sans mots…

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Buono il Saint-Émilion Premier Grand Cru Classé Troplong-Mondot ma il Barolo di Roberto Voerzio…

Sono così nazionalista che non ho problemi a dire che la Marseilleise è cento volte meglio dell’Inno di Mameli, Paris più bella e affascinante della mia Milano, che le femmes françaises hanno uno charme speciale che le italiane, anche le più belle, se lo sognano, e che Héléne Grimaud ha una marcia in più nel suonare il piano della pur bravissima Beatrice Rana…

Excusez moi Mesdames et Messieurs, ma mon amour pour la France e il mio rammarico di essere nato in Lombardia e non in Provence, Champagne o Bourgogne (solo avessi visto la luce a Castiglione Falletto non temerei confronti…) sono tali e tanti e la mia passione per la patria di Rabelais e Céline così sconfinata che mi viene naturale, da francisant quale rivendico di essere, visto che la langue française la pratico dal 1961, da quando il mio geniale omonimo s’inventava la Franciacorta come “petite Champagne italienne”, sentirmi un po’ français…

Non vorrei mai, innamorato come sono, non più di una parisienne un po’ bislacca e incomprensibile, ma della Douce France di Charles Trenet, degli spleen baudelairiani, dei paysages di Cézanne, della musique di Satin, Ravel, Debussy, Fauré, Henry Salvador, Charles Aznavour, Yves Montand (che poi si chiamava Ivo Livi ed era nato a Monsummano Terme), dei romanzi di Simenon, Houellebecq, Brasillach, Drieu La Rochelle, delle poésies di Eluard, Verlaine, Mallarmé, Rimbaud, Prévert, dare un dispiacere ad un francese.

Invece, di recente, come vi racconterò, sono riuscito a laisser sans mots, non dico a mettere k.o., ma in serissima difficoltà due simpatici transalpini, uno bordelais, l’altro addirittura nativo della Bourgogne. Questo non per merito mio, non sia mai, o di una bottiglia di Franciacorta che avrebbe surclassato (forse nei sogni di qualche bresà un po’ provinciale e non realista) un’omologa bouteille de Champagne, bensì grazie a due piemontesi super. Ma che dico, due langhetti: un Barolo da mille e una notte, il Barolo Fossati Case Nere riserva 10 anni annata 2010 e il suo artefice, il mio caro amico, peccato solo che sia milanista come Maurizio Zanella, Roberto Voerzio da La Morra.

Questo trionfo di “noi” (pardon, non sono né français né langhetto, ma solo milanese trapiantato da mezzo secolo a Bergamo, con nonni materni salentini) langhetti è avvenuto grazie ad un formidabile 38enne bergamasco con trascorsi in California e Cina, Pietro Ghilardi, alias Ghilardi Selezioni, ovvero una fenomenale scelta di distillati e di vini esteri, tra cui il pazzesco bianco greco Pure dell’isola di Santorini in Grecia di cui ho scritto qui. Qualche giorno dopo avermi invitato in sede (dieci minuti esatti di bicicletta da casa mia) per farmi assaggiare il Pure e altre mirabilie che sono in arrivo prossimamente sui miei blog, Pietro mi ha invitato ad una verticale di cinque annate di un Saint-Émilion Premier Grand Cru Classé AOC che distribuisce e vende anche online ai privati, quello del Domaine Troplong-Mondot.

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La degustazione si sarebbe svolta il 23 settembre, giorno del mio compleanno, ma non potevo accettare perché impegnato a degustare una cinquantina di eccellenti Valtènesi Chiaretto a Moniga del Garda. Ho avuto una botta di culo perché i due del Domaine che hanno proposto i vini in degustazione ad altri operatori sarebbero rimasti in Italia più giorni e quindi apposta per me Pietro ha organizzato un tasting presso la sede il 26.

Vedi i casi della vita. Giusto il pomeriggio prima arrivava a Bergamo a trovarmi un tonnelier di Bordeaux, Thomas Moussié, alias Surtep, che sto aiutando (ve ne parlerò presto) a far conoscere, udite udite, io anti-barrique, una sua speciale barrique chez nous. Tanto valida che la sperimenteranno nientemeno che Riccardo Cotarella, presidente degli enologi italiani e internazionali, Mastroberardino e una piccola tenuta di Bolgheri che mi dicono essere nota e che si chiama Tenuta San Guido. Alias Sassicaia.

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Fisso la nostra cena al solito ristorante dove a Bergamo ci si diverte, il Carroponte di Oscar Mazzoleni, e indovinate chi mi ritrovo? Il buon Ghilardi insieme ai due francesi di Troplong-Mondot. Saluti e convenevoli al tavolo, i bordelais, il tonnelier e il produttore, che fanno conoscenza, due assaggi al volo di un paio di annate super del Saint Emilion e, sapete come sono fatto, quando ho visto che i due transalpini stavano bevendo, tra l’altro, un Barolo del tubo, un Barolo di uno dei famigerati Barolo boys, quelli che tentarono di uccidere il Barolo ma non ci sono riusciti, anche grazie a qualche giornalista che non nomino per pudore, complice il mio francese quasi perfetto (così diceva Elle, la parisienne, quando le sussurravo mots d’amour nell’intimità…) mi sono rivolto a loro chiedendo: ma vi piace davvero quella robaccia?

Alla loro risposta affermativa, per forza era uno stupido Barolo in barrique, ho pensato di lanciare la sfida. Voi venerdì schierate il vostro Premier Grand Cru Classé e io schiererò un super Barolo. E sono pronto a scommettere che nel confronto sarà la Langa e non la France à gagner.

E così è andata. Finita la degustazione di cinque annate del loro ottimo Troplong-Mondot (nei prossimi giorni ve le racconterò) ho tirato fuori, l’avevo portato il giorno prima perché riposasse e non subisse lo choc del voyage à bicyclette, la mia arma segreta. Dapprima avevo pensato di sfoderare il mio Barolo del cuore, il Monprivato di Giuseppe (Mauro) Mascarello o il Monvigliero di Comm.G.B.Burlotto o qualcosa di Beppe Rinaldi, di Ettore Germano o il Rionda di Giovanni Rosso. O un vieux millésime del finissimo Vignolo di Cavallotto. Poi mi sono detto: perché sprecarle con loro che magari, barrichisti come sono, non lo capiscono? E allora ho sfoderato il top dei top del migliore, ma che dico dell’insuperato e insuperabile tra i cosiddetti “modernisti” del Barolo, Robertino Voerzio e un suo riserva 2010 affinato non in botte grande (foudre) ma in barrique.

Un vino spaziale, infinito, resa per pianta 500 grammi, fermentazioni lunghe, affinamento 24 mesi in barrique, il 30% nuove e 70% usate, lunghissima permanenza di sette anni in bottiglia prima di uscire dalla cantina.

Boja fauss, avreste dovuto vedere la faccia dei due français quando Pietro ha versato loro il vino. Non ho detto loro che quella buta costava molto di più della loro 220 + Iva contro 120 (a me Roberto che è generoso l’aveva regalata, io mica me le posso permettere certe cose…), ho lasciato che parlassero vino e bicchiere.

Morale: li ho lasciati letteralmente soggiogati, senza parole, increduli, ed è stato un gioco da ragazzi quando loro non si stancavano di guardarsi, di guardarmi, di guardare Ghilardi chiedendo lumi, dire loro, con nonchalance, non stupitevi, è il più grande vino del mondo, che non nasce à Bordeaux o in Bourgogne né tantomeno in Napa Valley o a Bolgheri, ma nelle Langhe e si chiama Barolo.

E una volta tanto, di fronte alla loro richiesta di notizie, alla promessa di accompagnarli a La Morra in cantina dal ricciolone numero uno, alla gratitudine per aver mostrato loro un gioiello del vino italiano, sono stato fiero di essere italiano. Non langhetto, accidenti, ma innamorato perso della Langa, Barolodipendente fino alle fine dei miei giorni…

n.b.

non dimenticate di leggere anche Lemillebolleblog www.lemillebolleblog.it

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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Simone N
Simone N
27 giorni fa

Caro Franco,
Vorrei chiederti se i Barolo di Voerzio li trovi leggermente cambiati rispetto a quello che erano fino a pochi anni fa, o se rimangono arroccati su “quel dolce stile novo” che ha fatto la fortuna di questa cantina.
Spesso quando si apre una vecchia annata di un Barolo o Barbaresco modernone, la prima cosa che colpisce è la mancanza di evoluzione. Ci si trova davanti a vini fondamentalmente ingessati sulla carica aromatica che avevano al momento dell’uscita in commercio, solo un po’ più sfumata.
Scoprire l’evoluzione dei vini di uno dei padri del Barolo moderno affascina parecchio. Ma mi rendo conto che è una curiosità che costa cara. Troppo cara.
E allora, continuo a bere Marcarini, Settimo, Brovia, Massolino, Fenocchio, Brezza e pochi altri. Con un Barolo nel bicchiere si sopravvive a tutto.

Ale
Ale
25 giorni fa

E per quanto riguarda i vini da taglio bordelese prodotti in nord Italia (esclusi quindi Bolgheri e altri toscani) quali produttori consiglierebbe?

Ale
Ale
17 giorni fa
Reply to  Franco Ziliani

Ia ringrazio

Ruggero Romani
Ruggero Romani
19 giorni fa

Quando sarà possibile rileggere i commsnti?

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