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Degustazioni

Basta degustare, voglio bere: e allora Vernatsch e Dolcetto a fiumi!

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Due vini veri, schietti, sinceri da bere a secchiate

Degustare, analizzare un vino nelle sue infinite sfumature, spaccare il capello in due, scervellarsi di fronte ad un vino importante, magari lungamente invecchiato nella giusta cantina e servito da un tappo di sughero che non ti tradisce (come certe parigine…) al momento giusto, è esercizio che svolgo da una vita e mezza, ma ogni tanto, perbacco, mi viene la voglia di dimenticare analisi, appunti, verifiche, e di regalarmi il piacere di bere vini che non hanno bisogno di tanti discorsi e tante balle. Li stappi, li accompagni ad un piatto normale, di quelli che tutti noi comuni mortali che non siamo Farinetti o Berlusconi o gastrofighetti sempre alla ricerca della fusion più esasperata, del piatto bello da vedersi ma frigido, del contrasto tra caldo e freddo, tessiture e temperature diverse, di masturbazioni mentali molecolari, ci regaliamo quando siamo a casa. O andiamo in ristoranti normali, non in laboratori astrusi tristellati.

In queste sere di fine ottobre, fresche ma non ancora fredde, mi sono dunque goduto, è il caso di dirlo, certi vini si godono, con la pancia ed il cuore prima che con la testa, due vini che definirei paradigmatici, identitari di due zone che amo, l’Alto Adige o Süd Tirol e le Langhe.

Della regione dei knödel, dello speck, del geröstel e della gerste suppe mi sono stappato e “seccato” allegramente, en souplesse, una Vernatsch o Schiava proveniente da quella Weinstrasse che ho percorso centinaia di volte dal 1982 in poi. Della Langa ho scelto invece un vino espressione di un vitigno che se non ha i quarti di nobiltà del Nebbiolo e l’esuberanza un po’ “tettona” della Barbera, ha una storia e una popolarità, una “domesticità” insuperata, ovvero il Dolcetto.
Ma non un Dolcetto qualsiasi, un vitigno e una tipologia che conta tante denominazioni in Piemonte (Alba, Diano d’Alba, Dogliani, Ovada, Asti, Acqui, Colli Tortonesi, Monferrato, Langhe, Pinerolese fino a Piemonte) e che sconta anche l’equivoco di un nome bellissimo che indurrebbe a pensare trattarsi di un vino dolce, mentre dolci sono solo le uve da cui nasce, coltivate su bricchi assolati, ma un Dolcetto che viene da una delle zone più vocate, Diano d’Alba. Dove i produttori, come a Dogliani, hanno la possibilità di presentare i loro vini senza l’indicazione di vitigno, con il nome del villaggio e basta, e dove da tanto tempo, prima che altrove, è stato fatto un serissimo lavoro di individuazione e definizione dei cru o sorì e dove le vigne migliori, anche se Diano è compresa nella zona di produzione anche del Barolo, sono destinate a questo vitigno.

Si parla sovente di una “crisi del Dolcetto” e io sono persuaso che se davvero una crisi del Dolcetto esiste, testimoniata dal numero di ettari in continua riduzione, soppiantati da Nebbiolo e Barbera, questa crisi si potrebbe risolvere in modi semplici. Innanzitutto producendo validi Dolcetto, cosa che già accade (e produrre un buon Dolcetto non è semplice affatto trattandosi di un’uva difficile da gestire sia in vigna che nella fase cruciale della vinificazione), poi cercando di fare squadra, lavorando insieme per il Dolcetto, tutti uniti al di là delle singole denominazioni, e poi soprattutto comunicando. Cosa che i miei cari amici piemontesi, per indole, tendono a non fare. Ma questo è un lungo e complesso discorso che per ora non intendo fare, ma mi impegno a riprendere nel 2021.

Cominciamo dalla Schiava o Vernatsch, un vino che nelle sue migliori espressioni, come questa, crea una sorta di “schiavitù”, nel senso che se ti abitui a berla, d’estate leggermente più fresca, non riesci più a farne a meno. Una varietà popolarissima nella terra del maso chiuso e della SVP, dove però gli ettari si sono ridotti negli ultimi vent’anni, e oggi sono 684 ettari, ovvero il 12% superficie vitata, contro 478 di Lagrein, 470 di Pinot nero, 191 di Merlot e 157 di Cabernet.

Ho già celebrato in maggio la grandezza di una Vernatsch prodotta da una cantina di Cornaiano che amo molto, quella di Girlan, e la sua Fass 9. Ora resto nello stesso bellissimo villaggio, Girlan, con un altrettanto splendida Vernatsch prodotta dall’altra grande ed eccellente kellereigenossenschaft esistente in loco, Colterenzio (i suoi primi vini li scoprii nell’incanto di Lusen, sopra Bressanone, nel lontano 1982 quando con Eliana, che l’anno dopo sarebbe diventata mia moglie, andammo in vacanza in un piccolo albergo appena aperto che ora è diventato guardate che cosa: e bravo Franz Hinteregger!).
Tra un ricerca di funghi e l’altra nel bosco appena sopra l’hotel, quell’anno tornammo a casa con tre chili seccati, mai più visto tanti porcini in vita mia, scoprii Blauburgunder, Lagrein kretzer e Vernatsch e me ne innamorai a prima vista. Anche di Eliana, ça va sans dire…

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Di Colterenzio, cantina che per anni è stata governata da uno dei grandi uomini che hanno costruito il moderno Alto Adige del vino, il “kaiser” Luis Raifer, padre di quel Wolfgang che ora ha preso il posto di Bruno Trentini alla testa della Cantina di Soave, ho scelto la Vernatsch Menzen 2019, ottenuta da vecchie vigne a pergola posti su terreni morenico – sabbiosi misti a ghiaia di porfido perfetti per questa varietà. Un vino “pop” che nello shop online di Colterenzio è in vendita a poco più di 10 euro.

Colore rubino brillante luminoso, mostra il corredo aromatico tipico e scintillante di questa varietà, lampone, ribes, liquirizia, una leggera vena pepata, salata, fresca e leggermente selvatica, con un fondo minerale e tanta freschezza e fragranza, tanta immediatezza. Lo stesso carattere che si ritrova al gusto, dolce, non nel senso di zuccherino, ma morbido, rotondo, succoso, suadente, con l’acidità giusta che spinge e dà nerbo al vino, un perfetto equilibrio e una piacevolezza straordinaria.

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Il Diano d’Alba che ho stappato e goduto è firmato da un produttore del cui Alta Langa ho scritto su Lemillebolleblog, la Fratelli Abrigo di Diano d’Alba, meno di quarantamila bottiglie complessivamente prodotte nella cantina posta nella Cascina dei Berfi, dove la famiglia arrivò nel 1935 provenendo da Barbaresco, (una realtà fatta crescere dai fratelli Aldo e Franco e oggi condotta da Ernesto, diplomato alla Scuola Enologica di Alba nel lontano 1976, voce roca da fumatore al telefono quando gli ho parlato, e sua sorella Mariarita, oltre che dal figlio Valter e dal genero Emanuele Antona, enotecnico).

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Il Diano d’Alba Superiore Pietrin 2018, da una vigna di un ettaro esposta a sud ovest che giace su suolo povero in sostanza organica, di colore bianco con alternanza continua di marne bianche argillose e strati di sabbia marina, vinificato in acciaio. Un Dolcetto importante, con 15 gradi alcolici che però non si avvertono e sono ben bilanciati, di quelli che mi piacciono tanto, che quando ne stappi una bottiglia va via allegramente e se hai l’accortezza di lasciarne in bottiglia quattro dita il giorno dopo (si tratta sempre del “fund de la buta”) è ancora più buono. Vino che viene venduto a 15 euro ai privati e ad 8,90 agli operatori.

Colore rubino intenso brillante con unghia violacea, grasso nel bicchiere, ti conquista subito con il suo naso succoso, fitto, pieno, con note di viola e liquirizia (quelle evocate da un grande scrittore come Nico Orengo in un suo celebre splendido libro che vi invito a leggere) e pepe nero e ciliegia e una punta leggermente balsamica mentolata.

Largo, pieno, carnoso, avvolgente e consistente al gusto, eppure fresco, con una magnifica vena terrosa che ti accarezza il palato e ti accompagna a lungo, una pienezza di sapore che conquista.

Gaudeaums igitur e alla faccia del coronavirus e dell’infame sgoverno Conte versiamo Vernatsch e Dolcetto a volontà nei nostri bicchieri!

n.b.

non dimenticate di leggere anche Lemillebolleblog www.lemillebolleblog.it

e il mio nuovo blog personale www.francoziliani.it  

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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luca
luca
27 giorni fa

Bellissimo pezzo, gentile Ziliani. Di piacevolissima lettura ispirata (a parte l’inutile ultima frase in chiusura 🙂 ) e capace di regalare all’immaginazione la voglia di bere proprio quei vini, questa volta per altro descritti senza dimenticare gradazione e prezzo, il che rende la scelta del possibile acquisto ancor più libera e cosciente. Un po’ così, come racconta, beviamo noi appassionati (noi che amiamo la bottiglia in compagnia…) senza la sua invidiabile precisione gustativa.

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