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Degustazioni

Barolo Pira 2014 Roagna, un capolavoro…

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Una preghiera: seppellite il mio cuore, quando sarà l’ora, a Castiun Falàt…

Innanzitutto due parole chiare: questo Barolo è un capolavoro. Questo Barolo è sensazionale, questo Barolo costa un botto (su Callmewine lo pagherete 115 euro) ma questo Barolo, da una vigna tra i 25 e i 50 anni di età posta nel sacro suolo (per me il santa sanctorum, il cuore della denominazione) di Castiglione Falletto (il villaggio che conta su tre super crus sensazionali: Monprivato, Villero e Rocche) è uno dei migliori e più emozionanti, più completi, che io abbia bevuto da vari anni a questa parte. Uno dei quindici migliori Barolo della mia vita.

Non posso dire di essere in confidenza con il produttore, che ho incontrato, a differenza dei Cavallotto, di Fabio Alessandria alias Comm. G.B.Burlotto, Maria Teresa Mascarello, Elio Grasso, solo due volte. Una anni e anni fa, quando mi ci accompagnò un amico carissimo e grande barolista come Pierluigi Gorgoni, la seconda lo scorso giugno, quando lo incontrai nella sua stupefacente cantina proprio a Castiun Falàt.

E non mi interessa, anzi biasimo e trovo provinciale e sciocco, che in Langa o al telefono, quando nomino Luca Roagna parlando con barolisti, alcuni molto amici e che reputo persone di grande intelligenza, raccolga commenti acidi, cattivi, risentiti. Non mi frega un tubo se sia vero o meno quello che mi hanno raccontato su vini che Luca venderebbe nel nord Europa (in verità me ne hanno raccontate di belle anche su un pio barolista, non parlo di Pio Boffa, che io definisco il prete mancato e che è specialista, l’ho sperimentato di persona, nell’arte ipocrita del parlar bene e razzolare male, che vende negli States, con nome di fantasia, vini di Langa a prezzi risibili…), e nel tipo di contenitore che utilizzerebbe.

Io di fronte a questa bottiglia che Luca Roagna mi ha regalato (è una persona molto generosa ed è stato troppo gentile con me che non sono nessuno, mi ha omaggiato persino una bottiglia del mitico Barbaresco Crichet Pajé bottiglia che su Internet raggiunge quotazioni da capogiro: e io con che spudoratezza la stapperò mai e con chi? Forse solo la mia ex moglie Eliana, barbareschista più che barolista, la meriterebbe, forse…), sabato sera mi sono messo in ginocchio e ho ringraziato i potenti Dei di avermi fatto nascere barolodipendente (oltre che interista e anti-comunista viscerale) e di avermi fatto colpire il cuore, con una freccia di Cupido in forma di buta di Baroeu, coup de foudre e amore a prima vista, eterno, 36 anni fa.

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Non lo so, forse ero di buon umore (strano, ma ogni tanto mi capita…), forse il bicchiere scelto per servirmi il vino era quello giusto, il fantastico (ne parlerò spesso, ve lo consiglio caldamente) Wine Wings di Riedel (gentilissimo cadeau di una giovane donna bellissima e di grande intelligenza, Rossana Gaja, la secondogenita di Le Roi), forse ero ben disposto e suggestionato dall’ascolto in contemporanea del Primo Concerto per pianoforte di Brahms eseguito da una pianista bravissima e dalla bellezza indescrivibile, la francese Hélène Grimaud,  ma questo Barolo Pira mi ha parlato al cuore.

Barolo giovane, accidenti, forse avrei fatto bene a resistere al canto delle sirene e lasciare la bottiglia ancora un bel po’ di anni nella mia cantina. Ma, cosa volete, dal 23 settembre ho raggiunto l’età di una celebre canzone dei Beatles (cosa che ha fatto ieri anche il mio coetaneo Maurizio Zanella), tira una brutta aria, del doman non v’è certezza e dunque le bute buone meglio godercele, prima che capiti qualcosa che prima o poi, siamo umani non macchine, capiterà e che finiscano in mano di figlie che di vino (e di altro) non capiscono un tubo…

E poi, bella gente, sono stati capaci tutti (o quasi, qualche stordito è riuscito a cannarlo…), sarei stato capace anch’io (forse) di produrre un grande Barolo 2016, ma sul 2014, annata interlocutoria, non facile, ma che a me piace, il gioco si fa duro e vengono fuori solo quelli veramente bravi, quelli con le palle, quelli che hanno le vigne giuste, quelli che…

Luca Roagna, dite quello che volete, è uno di quelli. E’ uno che sa e sa fare, che sa vivere, che ha sensibilità, un pizzico di follia (indispensabile per resistere in questo mondo del vino italiano gremito di falsi, conformisti, cialtroni e fafiuché) e soprattutto, merito di suo padre Alfredo, ha vigne da paura, una dozzina di ettari, dislocate in zona Barbaresco e zona Barolo.

Del vigneto Pira, da cui provenivano le uve di questo giovane ma già saggio 2014, mi piace riportare le parole che scrive sul suo imperdibile sito Internet Barolo Mga 360° il bravissimo collega e amico (peccato sia bbbbilanista) Alessandro Masnaghetti. Uno che illo tempore e da solo riuscì a fare una prima edizione di una guida dei vini, quella dell’Espresso, che l’insipienza umana e clamorosi abbagli editoriali hanno mandato in vacca…

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Il Masna scrive: “Situati appena al di sotto della MGA Scarrone e della parte iniziale della MGA Rocche di Castiglione, i vigneti della cascina Pira (gestiti in monopolio dalla famiglia Roagna) rappresentano una sorta di trait d’union fra i cru prima citati. I terreni del settore nord, con la loro colorazione più gialla, ricordano infatti quelli del Lipulot e dello Scarrone mentre quelli del settore sud sono più grigi e a tratti quasi bluastri, come è tipico delle sovrastanti Rocche di Castiglione. La natura sciolta di questi terreni, dovuta all’origine erosiva, unitamente all’esposizione (che nonostante la giacitura un po’ bassa è per lo più ottima), fa sì che in questa menzione si ottengano buoni risultati anche in annate più umide. Quanto allo stile, il Barolo della Pira è più simile al Barolo delle Rocche di Castiglione, con colori in genere non molto intensi e tannini setosi. Meno fruttati ed espansivi risultano invece i profumi”.

Ciò detto dovrei dire, saluti e baci e buon Barolo a tutti… Però voglio, anche se il motto latino recita ubi maior minor cessat e dopo il Masna dovrei tacere, dire la mia e ricordarvi alcune cose.

In primis che la vinificazione prevede la fermentazione in tini di legno mediante ‘pied de cuve’ costituito da soli lieviti indigeni per 10 giorni, con macerazione che si protrae per 60-75 giorni con la tecnica della steccatura a cappello sommerso, l’affinamento avviene per un periodo di 48-60 mesi in botti di rovere, che la filosofia produttiva prevede che facciano tutto i lieviti indigeni. Che il Pira è monopolio della famiglia Roagna dal 1989.

Che come si legge sul sito Internet aziendale, molto ben fatto, complimenti!, il Pira per i Roagna è “il vigneto di maggiore estensione di nostra proprietà: 7 Ha vitati, 4 boschivi, con suolo e microclima unici, poiché è protetto nella parte superiore dalle Rocche di Castiglione e a valle dal bosco con un rio proveniente dalla Bussia di Monforte. È l’habitat perfetto per il nostro concetto di viticoltura, rispettosa della vita dei suoli.

I vitigni coltivati sono Barbera, Chardonnay e, in misura maggiore Nebbiolo. Possiamo classificare 6 micro appezzamenti, con differente età delle vigne e diversa composizione del terreno: dalla roccia calcarea della Rocca alla marna bluastra. Le viti sono esclusivamente di origine massale, con legni ottenuti in potatura dalle vecchie viti di Pira.

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L’impianto più vecchio risale al 1937. Abbiamo un campo sperimentale di viti da seme provenienti da tutti i nostri vigneti storici, per la ricerca di piante figlie adatte a incrementare la biodiversità dei vari appezzamenti”.

Sabato sera, bevendo questo Barolo Pira 2014 la mente, ho 64 anni ma non sono di certo rincoglionito come può pensare qualche imbecille (noi siamo come canta Bob Dylan in una sua celebre canzone) è andata ad un altro Barolo Pira, una riserva 1974, bevuta nel settembre 2007 in compagnia del responsabile dell’A.I.S. in Vallée d’Aoste, Moreno Rossin, e di un amico indimenticabile che avrò sempre nel cuore, Gianni Bortolotti. Scomparso già dieci anni fa, ma mi sembra ieri e mi manca tantissimo.

Una bottiglia da lacrime (in effetti il trio che lo beveva si mise a piangere dalla commozione lassù a Gignod…) alla quale dedicai, tredici anni fa (perbacco se ero bravo..) un articolo che vi consiglio di leggere insieme a questo: Barolo Pira di Castiglione Falletto riserva 1974 Prunotto: o dell’emozione fatta vino.

Quel Barolo Pira 1974, bevuto 33 anni dopo, era firmato da un grande saggio di Langa purtroppo scomparso, Beppe Colla, che da me contattato per ringraziarlo di quella bottiglia commovente mi scrisse queste parole: ““Con la Prunotto sono stato il primo con la vendemmia 1961 a valorizzare i vini di Langa con i nomi dei crus (dietro l’esempio della Borgogna) e siccome nella tradizione locale di allora i vinificatori del vino Barolo non erano i proprietari dei vigneti, anch’io potevo essere assimilato alla figura del vinificateur-éleveur francese.

Questa situazione di non possedere i vigneti facilitava la ricerca e la valorizzazione dei cru migliori indipendentemente dalla proprietà. A conferma di quanto detto, nella eccezionale vendemmia 1961 ho selezionato, vinificato e invecchiato i seguenti vini di Langa: Barolo Bussia di Monforte, Barbaresco Montestefano di Barbaresco, Nebbiolo d’Alba Valmaggiore di Vezza, Dolcetto d’Alba Cagnassi di Rodello, Freisa secco Ciabot del Prete di Alba, Barbera d’Alba Pian Romualdo di Monforte e questo solamente in conseguenza della mia esperienza delle varie zone di produzione dei vini albesi. Unicamente spronato nella ricerca di vini con caratteristiche particolari e costanti nel tempo ed inoltre in considerazione della mia passione per i vini che avessero la potenzialità di un lungo invecchiamento.

Dopo il 1961 ho proseguito nella ricerca di altri cru che avessero caratteristiche particolari, per cui nel 1974 in considerazione della posizione del vigneto Pira di Castiglion Falletto ho acquistato e vinificato quelle uve ottenendo un risultato sorprendente, tant’è che dopo 33 anni Lei ha constatato la potenzialità di questo vino. Purtroppo però, immediatamente dopo, quel vigneto è stato venduto ad un vinificatore, Roagna di Barbaresco, per cui non ho più potuto proseguire il lavoro avviato con quell’annata”.

E ora, dopo tante parole ispirate, tocca a me tentare di raccontarvi cosa sia un grande Barolo, il Barolo 2014 dei Roagna. Ci provo, ben consapevole dei miei limiti. Colore rubino squillante, senza alcuna deviazione verso il granato. Un colore di spettacolare integrità e innocenza, un paradigmatico colore nebbioloso…

Naso inconfondibilmente Castiun Falàt, eleganza, suadenza, dolcezza, sensualità, un bouquet celestiale e fragrante, sorridente, giocato tra ribes e lampone, viola e liquirizia (ah Nico Orengo come ha visto giusto nel suo libro capolavoro!) terra e sale, sfumature di agrumi canditi, di rose, amaretto, rosmarino e cacao…

E poi che bocca, che abbraccio appassionato, che struggente tenerezza da Vier Letze Lieder, un sorso largo, pieno, vellutato e caldo che si allarga con suprema compostezza e classe regale sul palato, con un tannino dolce, terroso, profondo e una finezza assoluta che soggiogano e lasciano senza parole, commossi, come nel finale travolgente della Seconda Sinfonia di Mahler nota come Resurrezione

Ai suma amici miei, dopo questo Barolo posso anche diventare astemio, smettere di scrivere, il cerchio si è chiuso. Una sommessa  preghiera, quando sarà il momento non seppellite il mio cuore a Wounded Knee, ma a Castiglione Falletto…

n.b.

non dimenticate di leggere anche il nuovo blog personale www.francoziliani.it e Lemillebolleblog www.lemillebolleblog.it

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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Gaetano
Gaetano
15 giorni fa

Franco, quando lei scrive di langa non ce ne per nessuno…….

Antonio
Antonio
4 giorni fa

Lettura molto interessante, ora va bevuto!

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