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Editoriali

Ahimé, non basta essere langhetti per essere intelligenti

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Due episodi confermano che la follia imperversa anche nel mio Piemunt

Costa tantissimo, a me che piemunteis di nascita non sono, ma che piemunteis, anzi langhetto, mi sento d’adozione, per imperitura fedeltà (sono stato più fedele alla Langa che alla mia povera ex moglie..) che dura da anni 36 (e mai l’ombra di un tradimento toscano), scrivere questo articolo.

Però, sapete come sono fatto, non guardo in faccia a nessuno e devo confessare che oggi, pensando al “mio” Piemunt, alla “mia” Langa, ho un solenne giramento di.. bole..

Perché mai, si chiederanno i miei dodici lettori, il tuo Piemonte, la terra del Nebbiolo che si fa Barolo, Barbaresco,  Roero, e poi Boca (bevuta ieri una bottiglia di 2016 di Vallana,  meritoriamente distribuita da Pellegrini, da urlo, ve la racconterò settimana prossima) Gattinara, Bramaterra, Ghemme, Caluso, Sizzano, la terra del Dolcetto adorato, della Barbera con le curve, della Nascetta, del sensuale ed erotico Pelaverga, dell’Arneis, della Favorita, ti fa girare le scatole?

Me le fa girare avendo letto sulla stampa locale (non vivo purtroppo a Castiun Falàt o Monforte d’Alba e nemmeno a Verduno, ma mi tengo informato tramite Internet e grazie ad una rete d’informatori capitanata da Denise (una monfortina con gli attributi) un episodio che da un lato mi fa incazzare, perché mi fa pensare a quel proverbio che dice il lupo perde il pelo ma non il vizio o al detto latino errare humanum est sed perseverare est diabolicum, e dall’altra mi fa venire voglia di fare una battuta.

Insomma se i due fratelli, di cui si parla senza fare il nome e cognome, (perché?) in questo articolo, fossero i Pecchenino di Dogliani, quelli condannati per aver vinificato Barolo fuori dalla zona di produzione, uno dei quali, per un allucinante scherzo del caso, per un momento di demenza di chi lo votò, divenne addirittura presidente del Consorzio non del Frascati o del Valcalepio, ma di Barolo e Barbaresco, boia fauss!!!, se i fratelli fossero Attilio e Orlando Pecchenino, ci troveremmo di fronte ad una beffa.

Cosa è accaduto? Riporto testualmente quello che ha scritto il sito Internet Targato CN: “A seguito di un controllo dei Nas, avvenuto nell’ottobre 2016 presso l’azienda vinicola di due fratelli di Dogliani, era stato rilevato un eccesso di prodotto vinoso rispetto a quanto dichiarato dai titolari dell’azienda.

Il surplus contestato sarebbe stato circa di 123 ettolitri di Nebbiolo del 2016. “Non si riusciva a capire la provenienza di quel vino, dunque tutta l’annata del 2016 è stata sottoposta a sequestro. In totale si contano 423 ettolitri”, ha riferito il maresciallo intervenuto.

In mattinata si è svolto il procedimento relativo a un’azione illecita che si sarebbe verificata a seguito del sequestro. Secondo l’accusa, l’imputato odierno, O.P., uno dei fratelli titolari dell’azienda sottoposta al controllo, avrebbe sottratto e poi venduto 9 di quei 423 ettolitri di Nebbiolo del 2016 sottoposti al vincolo.  

Nell’istruttoria dibattimentale è emerso che i fatti contestati, si sarebbero svolti nel lasso temporale ricompreso fra il febbraio 2017, quando O.P. avrebbe fatto domanda di svolgere l’attività di pressatura, e l’ingiunzione del maggio 2018, data che coinciderebbe con la richiesta di mandare il quantitativo eccedente (c.a. 123 ettolitri) in distillazione.

L’udienza si è conclusa con il rinvio fissato al 15 aprile per l’ascolto di un teste del pubblico ministero”.

Per prenderla sul ridere potrei dire che “L’errore è quando sbagli una volta. Due volte, è stupidità. Oppure, amore”, oppure rimpiangere che non siano più vivi Ludovico Ariosto o Matteo Maria Bandello, altrimenti dopo l’Orlando furioso e l’Orlando innamorato potrebbe scrivere un nuovo poema, ambientato a Dogliani, l’Orlando distratto e recidivo. Che ne dici Oscar Farinetti, il tuo amico Alessandro Baricco potrebbe farci un pensierino e scrivere qualcosa su questa storiaccia di ordinaria miseria langhetta?

Non bastasse l’episodio relativo alla recidività peccheniniana, un’altra vicenda mi induce amaramente a pensare che nella mia adorata Langa, ad Alba e dintorni, accanto a tante persone perbene abbondino quello che “noi” in dialetto chiamiamo perdabole e fafiuché.

Leggo difatti sulla Gazzetta d’Alba, che nella sua edizione online mi consente di tenermi informato su quel che accade tra Langa e Roero, una notizia che collocherei tra la barzelletta e una diagnosi di pazzia. Altro che coronavirus, questo virus, che da anni colpisce non un ente qualsiasi, ma il Consorzio Barolo e Barbaresco, quello che nonostante abbia avuto in parentesi da dimenticare presidenti come Pecchenino e il giovane Ratti, ha pure avuto quali presidenti tante persone serie, tanti galantuomini, alzatevi in piedi e rendete loro omaggio!, come Renato Ratti, Gigi Rosso, Arnaldo Rivera, Mario Barbero, Beppe Colla, Massimo Martinelli e Claudio Rosso.

E oggi è presieduto da un bravo fioeu e onesto produttore di Bra che ancora a giugno mi diceva di voler portare i grandi rossi di Langa in Cina (in Cina ca..o, quel posto dove oggi il merdoso governo comunista impedisce l’ingresso a noi italiani, loro che hanno impestato il mondo, maledetti!!!), ha oggi colpito ancora.

Leggo difatti non solo sulla Gazzetta d’Alba ma, accidenti, sul sito Internet di un Consorzietto che non si capisce come possa avere un direttore tanto non all’altezza della situazione (eufemismo) e un Cda non si sa se complice, distratto, eterodiretto o guidato da chissà quali inconfessabili interessi, che è da troppi anni, e la colpa non è dell’Orlando distratto che fortunatamente ha tolto il disturbo, che detto Consorzietto, in collaborazione con la fondazione Crc e quello che resta della Scuola enologica di Alba ha varato un “ambizioso progetto”.

Qualcosa che definirei una mission impossible, tipo andare a piedi sulla Luna o definire competenti nullità come Di Maio, Conte, Zingaretti, Lamorgese, (ma anche Salvini e il puttaniere di Arcore non sono migliori) ovvero “ottenere un grande Barolo” da una vigna storica.

Che non è, porca zozza!, il Monprivato, la Vigna Riunda, le Brunate, i Cannubi, Cascina Francia, Monvigliero, Sarmassa, Ravera, Villero o gli altri cru di Barolo che il grande Ratti (parlo di Renato, mica di Pietro) inserì nella sua storica mappa (che invito presidente, direttore e membri del Cda del Consorzio di andarsi a studiare: non è mai troppo tardi per imparare qualcosa…), bensì, tenetevi forte, “la prestigiosa vigna Cascina Gustava a Grinzane Cavour, situata sotto il castello sede dell’Enoteca regionale piemontese Cavour, da sempre utilizzata dall’Enologica di Alba per la formazione sul campo degli studenti”.

Prestigiosa la Vigna Gustava (o Gustavo?), ma quando mai, in quale visione contorta e distorta della realtà, in quale universo parallelo fatto di ignoranza, approssimazione, dilettantismo becero?

Se non credete a me, che sono un pirla qualsiasi, ma per la Langa ed il Barolo ho fatto e farò molto di più di quello che hanno fatto e disfatto quelli della banda di Bra (me lo disse un giorno, ne è testimonio sua figlia Maria Teresa, il grande Bartolo Mascarello), date ascolto ad un’autorità in materia, ad Alessandro Masnaghetti, che sul suo imperdibile sito Barolo Mga alla voce Grinzane Cavour elenca queste Mga del villaggio caro allo statista ottocentesco: Boblino, Conovo, Costello, Gorretti, Gustavo, La Corte, Raviole.

Bene, amici miei, amiche mie baroliste, avete esperienza, avete mai bevuto un Barolo di Grinzane Cavour che rivendicasse queste vigne di serie C? No gli unici Barolo da vigne in Grinzane Cavour che mi vengono in mente sono questi due, il Vigneto Garretti ed il Campé, firmati da un personaggio, uno di cui vent’anni orsono scrissi così, che Dio me ne scampi e liberi, che io da anni chiamo rinoceronte. E mi perdoni l’ungulato perissodattilo per il paragone offensivo…

Il Consorzio Barolo Barbaresco ha la faccia di tolla di parlare di “Barolo unico proveniente da questi vitigni storici”? Affinato, ancora oggi, quando la barrique sul Barolo è un residuato da vecchi nostalgici di Stalin, da hitleriani invasati, insomma, da eno-storditi, “in barriques e tonneaux”? Come direbbe Mughini, ma dai! E come dico io: ma questi ci sono o ci fanno?

A me non frega un tubo che le bottiglie di questo vino che sarà sicuramente di serie B “saranno vendute all’asta en primeur e il ricavato sarà destinato a iniziative con finalità sociale”.

Mi stupisce, e mi sgomenta, ormai la confusione tocca anche i capaci, che nella “realizzazione dell’iniziativa sia stato coinvolto il laboratorio Enosis meraviglia di Donato Lanati − enologo di fama internazionale, padre di alcune delle migliori etichette presenti sul mercato mondiale − al quale la Fondazione ha affidato l’incarico di guidare l’intero percorso produttivo, dalla maturazione delle uve, alla vinificazione e al successivo affinamento in bottiglia. Lanati e il suo staff hanno anche avviato una collaborazione con la Scuola enologica finalizzata a promuovere attività didattiche innovative”.

Non mi frega un c…o che “per l’ideazione, il supporto e il monitoraggio del progetto è stato istituito, a ottobre 2019, un Comitato scientifico di indirizzo che definisce le linee guida per la valorizzazione del vigneto e delle uve prodotte. Il Comitato è presieduto da Matteo Ascheri, presidente del Consorzio di tutela Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani, e costituito da Vincenzo Gerbi, professore emerito dell’Università degli studi di Torino dipartimento di scienze agrarie, forestali e alimentari, Vladimiro Rambaldi, amministratore unico dell’Agenzia di Pollenzo Spa, e Anna Schneider, professoressa presso l’Università di Torino. Franco Drocco è stato coinvolto come segretario del Comitato”.

Mi spiace che studiosi seri come i professori Gerbi e la bellissima Anna Schneider abbiano dato l’avallo a tale assurdità, perché pensare e soprattutto sostenere pubblicamente di poter ottenere “un prodotto di altissima qualità” da una vigna di serie B, una vigna di Grinzane Cavour, è una presa in giro. Per non usare altre espressioni che mi tengo per me volendo evitare una querela.

Mi lascia basito che il presidente del Consorzio Ascheri arrivi a definire il progetto del Barolo di Cascina Gustava come qualcosa “non solo di una grande importanza storica e sociale, ma anche fortemente significativo per il nostro settore”.

Mi desta amarezza e inquietudine leggere che il grande Donato Lanati, mica Caviola, boia fauss, Lanati!, l’uomo che ha inventato Enosis Meraviglia, che è consulente di due produttori che producono due dei più grandi Barolo esistenti, il Monprivato di Giuseppe (Mauro) Mascarello e il Monfortino di Giovanni Conterno, arrivi ad esprimersi in questi termini: “il progetto rappresenta un’iniziativa di alto valore scientifico, educativo e umano, in grado di coniugare diversi aspetti: la valorizzazione del territorio viticolo, di cui il vigneto è il vero protagonista, la ricerca con la didattica sul campo e, infine, la finalità sociale. Grazie alla conoscenza e al patrimonio di informazioni che verranno raccolte, catalogate e, poi, studiate, sarà possibile valorizzare le potenzialità del vigneto storico di Grinzane”.

Un Barolo di valore da vigne a Grinzane Cavour? La barzelletta dell’anno, ma chi volete darla a bere questa balla colossale? Un Barolo di Grinzane Cavour? Ma se lo bevano Ascheri e i suoi scherani!

Cari barolisti, cari Angelo Gaja, Pio Boffa, Oscar Farinetti, mi rivolgo a tre figure simbolo del mondo del vino albese, tre personaggi mediatici, fate qualcosa con urgenza: questo Consorzio è pericoloso. Questa sua deriva, continua, irrefrenabile, malinconica, disperata, va fermata, tiratevi su le maniche, ritrovate orgoglio e dignità, fate qualcosa! Io la mia parte la sto facendo, e voi cosa diavolo aspettate a farla?

n.b.

non dimenticate di leggere anche il nuovo blog personale www.francoziliani.it e Lemillebolleblog www.lemillebolleblog.it

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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Anto
Anto
16 giorni fa

Mi dispiace per la sua rabbia, tutto bello il discorso ma mi permetta un appunto:

“rimpiangere che non siano più vivi Ludovico Ariosto o Matteo Maria Bandello, altrimenti dopo l’Orlando furioso e l’Orlando innamorato potrebbe scrivere un nuovo poema, ambientato a Dogliani, l’Orlando distratto e recidivo”

Bandello era un novellista rinascimentale ma non c’entra affatto con i due “Orlandi” i cui autori furono Ariosto e Boiardo.

marco
marco
14 giorni fa

Ziliani, come diciamo qui – Esageroma nen….
La sua verve polemica potrebbe dedicarla a ben altro….

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