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Editoriali

Nebbiolo d’Alba Valmaggiore e Roero Valmaggiore: vogliamo parlarne?

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Per un Consorzio vero questa sarebbe la madre di tutte le battaglie

Torno da cinque giorni in Roero, come ho già anticipato qui in un breve post, più che vero articolo, scritto e pubblicato via smartphone, con una serie di consapevolezze: il Roero è ben vivo e potentialmente combattivo e vincente, ha mille sfaccettature non solo nel tipo di terreno, ma nelle diverse espressioni di Arneis, Barbera e Nebbiolo.

Ci troviamo, finalmente, era ora!, di fronte ad un Roero che sembra aver capito e deciso cosa vuol fare da grande, che strada imboccare, come proporsi e raccontarsi. Un Roero che sembra aver abbandonato, qualche talebano a parte, ai quali bisognerebbe far capire che “la guerra” è finita, la strada ridicola di Roero caricaturali, pieni di legno, che tentano ancora, in maniera ridicola, di essere dei mini Barbaresco e Barolo senza aver la struttura e l’antichità dei quei terroir, vini più che assurdi, patetici, che mettono malinconia e testimoniano che la stupidità è quanto mai viva in questo mondo.

Un Roero vivo e vitale che esprime ormai molteplici realtà produttive importanti, un Roero splendido da visitare in ogni stagione, con scorci paesaggistici fenomenali, dove si mangia magnificamente. A questo proposito vi do tre indirizzi sicuri: uno celeberrimo, il Ristorante Enoteca del Roero dove dà testimonianza della propria grandezza assoluta uno dei più grandi cuochi italiani, Davide Palluda.

Poi la Trattoria del Viaggiatore a Sommariva del Bosco, dove operano Edoardo Evangelisti e Teresa Reinero con il giovane figlio Umberto, una carta dei vini da applausi e forse il più buon tonno di coniglio mai mangiato in vita mia, domenica a pranzo con Giovanni Negro.

Infine un classicissimo l’Albergo ristorante caffè Leon d’Oro secolare di Canale d’Alba, dove si sosta coccolati, si mangia splendidamente (tutto) e dove opera una grandissima professionista, una vita dedicata alla ristorazione, l’appassionata, coinvolgente Ilaria Arduino. Poi mi dicono bene, ma non ci sono stato, delle Tre Galline e di Villa Tiboldi a Canale.  

Ciò detto, anche se qualcuno mi accuserà di voler fare polemiche e di sollevare polveroni (ma a me piace ricordare quel passo del Vangelo di Matteo che recita “Necesse est enim ut veniant scandala”, e a me che ho sollevato il verminaio schifoso di Brunellopoli e combattuto le ipocrisie velenose dei Barolo boys, quelli che rischiarono di uccidere il Barolo, non crea alcun problema partire lancia in resta in difesa di una giusta causa del Roero) vorrei sollevare la spinosa questione Valmaggiore.

Che per chi non lo sapesse, è una splendida vigna, un grand cru di Nebbiolo del Roero, rivendicato ad esempio da Cascina Chicco e dal mio amico Angelo Ferrio alias Cà Rossa, e da Carolina e Luca Faccenda, a Valfaccenda, posta in una collina concava in territorio di Vezza d’Alba.

Bene, si fa per dire, la vigna Valmaggiore è forse più nota in Italia e nel mondo non per merito di produttori roerini, che ne rivendicano il nome sulle etichette dei loro Roero e Roero riserva, bensì grazie ad un mannello di vignaioli di Langa, produttori di Barolo e Barbaresco, alcuni molto noti, che utilizzano il nome Valmaggiore non per Roero, bensì per Nebbiolo d’Alba Valmaggiore.

Lo so, sono diritti acquisiti, e a quelle aziende interessano in primis le sorti di Barolo e Barbaresco, a loro magari non frega un tubo di contribuire ad elevare la percezione esterna e l’immagine del Roero, cui gioverebbe l’opera di comunicazione di una Docg che può contare su poco più di 500.000 bute svolta ipoteticamente anche da aziende produttrici di Nebbiolo d’Alba Valmaggiore quali Bruno Giacosa, Sandrone, Orlando Abrigo, Giovanni Sordo, Giacomo Grimaldi, Marengo e in misura minore Cantina del Nebbiolo e Marchisio family. In Roero anche la Giacomo Vico, che pure produce eccellenti Roero, preferisce proporre il proprio Valmaggiore come Nebbiolo d’Alba e non come Roero, come avviene con il cru Patarrone..

Nel migliore dei mondi possibili, se esistesse davvero e non solo sulla carta (non ho mai ricevuto nemmeno una comunicazione e un segno di vita da esso, nemmeno nei giorni della mia permanenza in zona) un Consorzio del Roero attivo e funzionante e operativo, magari tramite l’opera di mediazione di un politico di lungo corso oltre che produttore di vaglia come Giovanni Negro, che vedrei bene come presidente di un Consorzio vitale e non sonnecchiante come l’attuale, si tenterebbe di convincere detti produttori langhetti a rinunciare spontaneamente a proporre come Nebbiolo d’Alba i loro Valmaggiore e a proporli orgogliosamente, primus inter pares, come Roero e Roero riserva.

Temo però che nemmeno Negro, con tutta la sua diplomazia da ex democristiano ci riuscirebbe, perché ho verificato che da parte dei langhetti c’è una miope chiusura a proposito. Ho parlato venerdì con uno di loro e con un suo congiunto e ho avuto una risposta talmente stupida e insensata – “noi crediamo alle denominazioni storiche, Barolo, Barbaresco e Nebbiolo d’Alba, non ad una denominazione politica come Roero” – che dubito si possa ottenere qualcosa.

Allora un Consorzio serio e determinato, non l’attuale (si consolino: anche il Consorzio Barolo e Barbaresco fa ridere, ha un direttore che non andrebbe bene nemmeno a dirigere il Consorzio del Valcalepio) farebbe una battaglia sacrosanta, la madre di tutte le battaglie. Modifica del disciplinare e obbligo, per chiunque imbottigli e commercializzi vini da vigne poste nel territorio del Roero di proporle come Roero. Perché avere porzioni di vigna a Valmaggiore, in Roero, testimonia che si crede in quel territorio e allora bando alle ipocrisie e ai calcoli di comodo da piccoli bottegai, che diano anche loro una mano, i miei amici langhetti, ad elevare l’immagine del Roero!

Se i Signori Sandrone, Luciano, Luca e Barbara, produttori di Barolo a Barolo presentano il loro Nebbiolo d’Alba Valmaggiore con queste testuali parole “Nel Roero, a Vezza d’Alba, alla sinistra del fiume Tanaro, la collina concava di Valmaggiore è uno dei migliori testimoni dell’origine e della qualità. Già in pieno Ottocento, le uve Nebbiolo prodotte nei suoi filari dettavano il prezzo per tutto il territorio.

Negli anni Novanta, l’incontro con Valmaggiore è stato per Luciano e Luca come colpo di fulmine: innamoramento a prima vista. Non solo per la storia e la lunga tradizione viticola, ma per la particolare unicità di quei suoi terreni sabbiosi uniti al microclima”, facciano il sacrosanto piacere di essere meno miopi, egoisti e ipocriti e la smettano di considerare più nobile e comunicativa la Doc Nebbiolo d’Alba (che ha anche la tipologia spumante) rispetto alla Docg Roero e facciano la loro parte a rendere il Roero, terra di Arneis, Barbera e Nebbiolo che possono essere cum pallas, più percepibile e nota nel mondo.

Cosa farà, alla luce di questa mia modesta proposta, l’attuale Consorzio? Nulla, ci gioco gli zebedei, ma poiché “Necesse est enim ut veniant scandala” e io sono Franco Ziliani e ho storia, titolo e autorevolezza per farlo, da sostenitore da 36 anni della primazia del Nebbiolo in tutte le sue forme ed espressioni, eccomi qui a proporre, sapendo di avere dalla mia diversi produttori roerini, questa giusta, doverosa, sacrosanta rivendicazione dei diritti del Valmaggiore. Vigna nel territorio del Roero, come i signori Sandrone, Bruna Giacosa, Sordo, Grimaldi, Marengo, Marchisio, ecc sanno benissimo, e fanno finta di non sapere.

E prossimamente vedremo di occuparci e chiamare in causa i marchesi Antinori, proprietari di quella Prunotto che fu grande con Beppe Colla e oggi lassuma pert, di un analogo caso, quello del Nebbiolo d’Alba Occhetti. “Necesse est enim ut veniant scandala”

n.b.

non dimenticate di leggere anche Lemillebolleblog www.lemillebolleblog.it

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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Simone N
Simone N
7 mesi fa

Articolo sacrosanto che squarcia il velo su una questione francamente fastidiosa. È il primo che mi capita di leggere sull’argomento.
Quando qualche anno fa, feci la domanda a Luciano Sandrone, dopo una verticale del Suo Cannubi Boschis a Roma. Consapevole della questione posta,rispose con grande onestà che trattasi principalmente di una scelta legata a ragioni commerciali. La risposta di Gianni Abrigo(persona stupenda e sempre disponibile), la conosco, per avergliela posta di persona,ed è quella riportata da un altro lettore del blog,in un commento ad un precedente articolo;ovvero che il disciplinare “Nebbiolo D’Alba” è uno scudo che consente di l’imbottigliamento di Nebbiolo al 100%
Dopodiché,penso anche io che quei produttori che hanno la fortuna di avvantaggiarsi di denominazioni più rinomate, abbiano scarso interesse ad aggiungere il Roero alle loro referenze. Ed è un peccato. Intanto perché la loro presenza alzerebbe il prestigio del Roero, accendendo un faro su una denominazione ancora poco conosciuta per i Suoi rossi.Poi perché un Grand Cru come Valmaggiore, particolarissimo per pendenza, e composizione del suolo, andrebbe collocato tra le perle del nostro territorio e non declassato, nessuno se l’abbia a male, in una denominazione minore.
Quanto al resto, caro Ziliani, staremo a vedere.
Spero che questo articolo, come al solito scritto senza peli sulla lingua, avvii una discussione seria e che i produttori interessati dicano la loro.

Michele Antonio Fino
Michele Antonio Fino
7 mesi fa

Penso che il consorzio attuale non sia affatto sonnecchiante e che la proposta innanzitutto dovrebbe essere che tutti i soci del consorzio non facciano più altro nebbiolo se non Roero

In secondo luogo, approvo la proposta della diplomazia affinché i big producano senza”altro dei Roero Valmaggiore e non dei Nebbiolo d’Alba Valmaggiore

Creerebbe competizione ma anche stimolo a migliorare, oltre a una massa critica importante. Infine porterebbe questi big nel consorzio del Roero: altro ottimo risultato.

Però, e chiudo tornandoci, non è vero che l’attuale consorzio sonnecchi. I Roero Days sono stati in successo notevole negli ultimi anni, la promozione della zona è cresciuta e le MGA sono state disegnate, a mio avviso, molto meglio che nel Barolo.

Michele Antonio Fino
Michele Antonio Fino
7 mesi fa
Reply to  Franco Ziliani

Beh, Francesco non è il mio presidente.
Quello è mia moglie!
😅

Simone N
Simone N
7 mesi fa

Rimane però surreale che il vigneto più importante della denominazione(Ochetti segue a ruota) venga declassato in una minore.

AURORA
AURORA
7 mesi fa

Caro Ziliani,
concordo in toto con lei e con le osservazioni fatte da Simone N.
I blog sul vino in questi ultimi anni si sono moltiplicati. Una volta eravamo un paese con 60 milioni di allenatori, oggi siamo diventati un paese di esperti di vino. Basta fare un giro nel web, per rendersene conto.Troppo spesso si leggono cose imbarazzanti, dettate più dalla voglia di apparire, di raccontare ad ogni costo, piuttosto che dalla conoscenza e dall’amore per questo settore. Il Suo é un articolo(o post, non so come definirlo)che da dignità al giornalismo enogastronomico. E per questo la ringrazio. Quanto al merito, intanto voglio ricordare un personaggio come Matteo Correggia, che é stato il prima a credere seriamente in questa denominazione e a valorizzarla con il suo Roche D’Ampsej. In secondo luogo, come ha giustamente ricordato stiamo assistendo ad un aggiustamento stilistico più conforme alle caratteristiche del vitigno, rispetto ad anni interlocutori e ad uno stile internazionale che non ha giovato alla fama del Roero. Quanto alla dinamicità di un consorzio, faccio l’esempio di quello del Chianti Classico, che in un momento difficile é stato capace di inventarsi la gran selezione per far parlare di sé e del Chianti.Qui siamo ai roero days(infantile americanata linguistica e forse non solo linguistica).
Aspetto anche io di leggere il pensiero di qualche produttore. Magari degli eredi del grande Bruno Giacosa.

Ale
Ale
7 mesi fa

Non però capito cosa si intende con “una denominazione politica come Roero”.
Non è il Roero una zona storica di produzione vitivinicola?

Giovanni Correggia
Giovanni Correggia
7 mesi fa

Buongiorno Franco,
Ho letto l’articolo e sono d’accordo con lei per quanto riguarda le denominazioni usate per una vigna come il ValMaggiore (e Occhetti).

Penso che all’inizio i nostri colleghi di Langa abbiano optato per Nebbiolo d’alba o Langhe Nebbiolo, in quanto sono denominazioni più facili da vendere rispetto a “Roero”.
Oggi è ancora così, e grandissima colpa di ciò, sono i produttori Roerini che si ostinano ad usare quelle due denominazioni perché più facili d vendere e migliori per il portafoglio, usando come scusa il fatto che il Roero non si vende ed è poco conosciuto: per forza! Se non vengono prodotte bottiglie, come si può pretendere che il Roero venga più conosciuto? 500 mila bute sono NIENTE. E’ un cane si morde la coda.

Questa è una battaglia che noi stiamo combattendo da anni: siamo gli unici insieme agli amici di SOLO ROERO a fare, appunto, solo Roero. Pensi che il nuovissimo vino APAPA’ che abbiamo dedicato, mia sorella ed io, a nostro Papà, è un nebbiolo 100% vinificato ed affinato in ceramica. Dunque, non essendoci legno, non posso usare la denominazione ROERO e pur di non usare Langhe Nebbiolo, sono uscito con un vino senza denominazione: VINO ROSSO e basta.

Tornando ai viticultori di langa, penso che oggi, in aggiunta ad una maggiore facilità di vendita dovuta alla denominazione usata, ci sia anche una sorta di “timore” che il Roero possa crescere e prendere spazio a loro. Ecco un altro motivo per cui probabilmente preferiscono non usarlo..

L’Unione fa la Forza, dicono, ed io ci credo. Per far crescere un territorio si deve lavorare e collaborare tutti insieme, ma ahimè siamo ancora ben distanti.
Chiudo dicendo che già 40 anni fa, mio padre, che ritengo molto lungimirante, diceva che per far fare il salto di qualità ( a livello di fama) al Roero, la soluzione migliore sarebbe stata che tutti i produttori Roerini avessero messo un milione di lire, fondassero un’azienda, e l’avessero REGALATA a GAJA, a patto che si impegnasse ad utilizzare le denominazioni della regione.

Manuele Priolo
Manuele Priolo
7 mesi fa

Per non parlare di quelli che lo rivendicano in maniera inesatta! A livello legale non può e NON DEVE esistere il nebbiolo d’Alba Valmaggiore, bensì il “vigna valmaggiore” con tutti i limiti che la rivendicazione vigna pone a disciplinare.. in primis la diminuzione di resa del 10% che alla Langa pare che non vada molto a genio… ma a qualcuno questo viene concesso senza esposti, benché le etichette siano sotto gli occhi di tutti.

Ruggero Romani
Ruggero Romani
7 mesi fa

perché non si vedono più i commenti?

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