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Degustazioni

Côtes de Provence Cru Classé Lampe de Meduse 2019 Château Sainte Roseline

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Un abbraccio tenero e appassionato in forma di rosé

Questa del 2020 la ricorderò, per tanti motivi, come un’estate speciale, unforgettable, inoubliable… La ricorderò per la mia prima volta in Croazia, per scoprire la magia di Coral wine e di un mare meraviglioso, per alcuni giorni à Paris belli e disperati, per diversi viaggi nelle mie adorate Langhe e perché, anche se li bevo da sempre, non solo d’estate ma tutto l’anno, e cerco di raccontarli e di convincere i miei lettori a sceglierli, cosa che faccio almeno dal 1990, questa magica summer 2020 è stata quella in cui ho bevuto più rosati che in qualsiasi altro anno. Decine e decine di rosati.

Tanti, non tutti quelli che avrei voluto, li ho raccontati su questo blog, di altri ancora scriverò, di altri non dirò nulla non avendomi convinto, altri ne ho ancora in cantina da assaggiare. Di alcuni, della denominazione italiana che maggiormente si identifica con i rosati, pardon Chiaretto, ovvero la bresciana Valtènesi, scriverò presto, avendone degustati il 23 settembre qualcosa come 50.

Da molti, italiani di ogni zona, Garda, Puglia, Etna, Sardegna, Toscana, Piemonte, ho avuto emozioni grandi. Alcuni mi hanno sorpreso, altri, alcuni scoperti nientemeno che in Croazia (e se tutto va bene quei rosati e altri vini di un paio di aziende visitate in agosto li troverete presto importati anche da noi…) mi hanno sorpreso.

Un paio mi hanno affascinato e messo in ginocchio tanto sono buoni, ad esempio codesto infinito Bandol bevuto à Paris in circostanze speciali, o questo sorprendente rosato sardo di Nebbiolo di Muscazega o il mio adorato Elatis di Fabio Alessandria, alias Comm. G.B.Burlotto.

L’ultimo che mi abbacinato l’ho degustato (e poi mi sono portato a casa la mezza bottiglia avanzata) qualche giorno fa in quel di Bolgare, provincia di Bergamo, nella sede della Sebina vini scelti di Andrea Tomasini e del suo simpaticissimo, pirotecnico figlio Claudio, poco più che trentenne, beato lui… Ero andato da loro per degustare Champagne, quelli di Gobillard, il cui Rosé ho bevuto di recente in una serata infausta (boia fauss!) e Claudio mi ha fatto sentire due cose di Gobillard più un paio d’altri Champagne di cui per forza di cose leggerete, firmati da Bernard Lonclas e Breton fils, e poi altre cose, eccellenti, di cui vi dirò nei prossimi giorni, tipo un eccellente Cotes du Rhone Viognier di Chateau Cigognan.  Ma poi, sapendo della mia passione pour les rosés, ha tirato fuori dal cappello del mago un Côtes de Provence Cru Classé emozionante, il Lampe de Meduse 2019 dello Château Sainte Roseline di Les Arcs-sur-Argens, località che si trova “à proximité de la baie de Saint-Tropez, de la Croisette de Cannes, des Gorges du Verdon ou encore d’Aix-en-Provence”.

Un produttore importante, un Site Classé et un Domaine Cru Classé AOP-Côtes de Provence dal 1955, che gode di un terroir eccezionale, suoli argillo calcarei e la presenza di una sorgente d’acqua in profondità che consente un’alimentazione controllata della vigna. Un domaine che si estende su 110 ettari, dove vengono coltivati 11 vitigni che permettono la produzione di vini bianchi, rossi e rosati.

Un domaine caratterizzato dall’opera appassionata, dal 2007, di Aurélie Bertin-Teillaud, che oltre al vino ha una passione importante per l’arte contemporanea tanto che lo Château Sainte Roseline accoglie ogni estate mostre di celebrati artisti moderni.

Non so come i Tomasini di Sebina vini abbiano pescato questo vino, che loro vendono, prezzo horeca, a 14 euro più Iva, e che la boutique del domaine vende online a 14,90 euro, mentre sull’ottimo sito Internet francese con pagina italiana, Vinatis, lo potete acquistare a 14,12.

Il Lampe de Méduse é la cuvée signature dello Château Sainte Roseline, elaborata selezionando le migliori uve, che sono Cinsault 40%, Grenache 20%, Mourvèdre 20%, Rolle 10%, Tibouren 10%. La bottiglia che contiene questo nettare degli dei è frutto di una riflessione di un’antica proprietaria del domaine, la Baronne de Rasque de Laval. Bottiglia dalla forma stravagante, su cui potrei fare commenti che vi risparmio, che può piacere o non piacere, ma ha, come accade con tanti rosati della Provence, dai flacons i più immaginifici, un suo perché.

Difficile definire un vino come questo senza ricorrere ad iperboli, divagazioni poetiche, tirate liriche. Meraviglioso, stupendo nella bouteille chiara, il colore, un buccia di cipolla rosa pallido – cipria luminoso, scintillante come i riflessi del sole sul mare, e poi, inebriante, magico, variegato, delicato, suadente, carezzevole il bouquet, dove cogli in sequenza, a comporre una ricca tavolozza ma ognuno nitidamente distinguibile, sfumature di gelsomino, miele, rosa, pesca bianca, cassis, cedro candito e poi sale e aerea freschezza da brezza di mare.

Largo in bocca, una crema d’infinita dolcezza espressiva, acidità che innerva mirabilmente un frutto vivo e succoso, e poi una capacità di giocare su più dimensioni, in profondità, con sale e freschezza, e in ampiezza, larghezza, con una cremosità sontuosa e delicata.

Un abbraccio tenero e appassionato, una joie de vivre sorridente che riscalda il cuore e mette allegria. Un vino che mi fa pensare a quel verso di Arthur Rimbaud che adoro tratto dall’Alchimie du verbe e che recita je vis que tous les êtres ont une fatalité de bonheur.

Mais oui, Mesdames et Messieurs, diciamolo con l’immenso Henri Salvador “il suffit dans la vie, il suffit bien souvent, de dire adieu tristesse, bonjour sourire”…

n.b.

non dimenticate di leggere anche Lemillebolleblog www.lemillebolleblog.it

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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