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Degustazioni

Campania Falanghina Indole 2018 Florami

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Un grande vino che profuma di Vesuvio: sobre el volcan, la flor…

Devo pubblicamente ringraziare Oscar Mazzoleni, patron e sommelier di un locale che fa tendenza nella Bergamo dove abito, il Carroponte, enoteca, bistrot e ristorante, facile da raggiungere e a poco distanza dalla Stazione e dall’uscita autostradale.

Devo dirgli grazie non perché da lui quest’anno abbia mangiato in maniera indimenticabile, (lo chef Lanceni è molto creativo ma io nella città dei Mille preferisco la cucina di un cuoco di lunga esperienza e capacità indiscussa come Ezio Gritti, che ora officia da par suo in un posto stupendo, sulle colline sopra Pontida, il ristorante dell’agriturismo Polisena – dove si producono ottimi vini di cui ho scritto) ma perché ogni volta che ci vado, e ultimamente ci sono stato sei volte da luglio in poi, una volta per incontrare una tizia di cui ho rimosso nome e volto, cui ho fatto bere due Champagne da urlo e che portato meco (che piciu!) nientemeno che nella più blasonata cantina di Barbaresco, in una visita memorabile di cui ho preso lo strano impegno di non scrivere nulla, mi succede qualcosa di positivo che mi apre porte importanti. Manco fosse un mio segreto  portafortuna questo pirotecnico sommelier patito delle bollicine…

La prima volta, ancora in luglio, il Masulé mi ha fatto vedere e poi assaggiare una strana bottiglia di Barbera d’Alba tutta incrostata di alghe e conchiglie e così, mettendomi in contatto con chi gliel’aveva portata, ho scoperto l’esistenza di quella meraviglia di Coral wine, di cui non ho sinora scritto solo perché sto girando come una trottola ma di cui penso, essendo stato in loco in Croazia otto giorni e avendo conosciuto bene l’inventore di Coral wine, il geniale Marko Dusevic, e visto con quale serietà lavori  (le uniche riserve sono sui prezzi finali di vendita in Italia, ma sarebbe un lungo discorso già fatto con i diretti interessati, Zvonko e Ivan Mudronja…) solo bene. Anzi benissimo.

Poi di recente sono stato dal Masulé ad una serata dedicata agli Champagne, che amo, di Coulon, insieme al loro importatore, quel prosecchista colto di un Umberto Cosmo, e qualche giorno prima, serata divertente con un tonnelier francese, Thomas Moussié, ormai un amico con il quale collaboro (incredibile ma vero l’anti-barrique Ziliani sponsorizza una speciale barrique…). Al tavolo vicino al nostro chi ho incontrato? Nientemeno che una persona che ancora l’Oscar, quel “sacramento” di Oscar, mi ha fatto conoscere, perché un giorno che ero passato a trovarlo ho scorto sul tavolo del suo ufficio una bottiglia di un rosé francese che adoro, che avevo scoperto à Paris nel fatidico 2017 (in verità nella ville de l’amour scoprii anche una Elle che.. lasciamo perdere…) e di cui avevo scritto qui l’anno successivo. Parlo del Cotes du Ventoux del Domaine de Fondrèche (ottimi anche gli altri vini, che due anni fa degustai durante il salone Vinisud à Montpellier).

Così grazie a Mazzoleni ho scoperto l’esistenza, a dieci minuti di bicicletta da casa mia, di un importatore e distributore formidabile come il 38enne Pietro Ghilardi, che quel rosé fantastico e una serie di eno-mirabilie vende anche on line ai privati, oltre che al canale Horeca. Ghilardi mi ha invitato a fargli visita ed ecco una folgorazione, uno dei più grandi vini bianchi che abbia bevuto quest’anno, un capolavoro figlio dei terreni vulcanici della magica isola di Santorini in Grecia, come il Pure.

Ma non è finita. La rinnovata frequentazione del Carroponte (negli anni scorsi ci venni diverse volte con una Signora con cui ho diviso otto anni, meravigliosi e insieme un po’ deliranti della mia vita, ma i due non si presero in simpatia e allora su richiesta di Madame smettemmo di andarci, non prima di aver bevuto insieme, ai tavoli di Oscar, cinque anni fa, uno Champagne leggendario, la Cuvée Rare 2002 di Piper-Heidsieck) mi ha portato a conoscere l’esistenza di un vino che non conoscevo e che dopo questa lunga premessa (a cui probabilmente a voi non fregherà un tubo e che non vedete l’ora che finisca…) vi vado a presentare. Un bianco folgorante del Vesuvio, una Falanghina esemplare, l’Indole 2018 di Florami.

Un giorno ho visto in carta il vino al Carroponte e adorando la Falanghina ho chiesto lumi ad Oscar. La distribuisce Sarzi Amadé la risposta, io ho contattato prontamente il buon Alessandro che è un amico e importa Champagne che adoro, in particolare quelli di De Sousa e nel giro di qualche giorno ecco Florami nel mio bicchiere. Ed eccomi qua a raccontarne la magia.

Questa Falanghina 2018, alla sua prima uscita, cela una storia bellissima, che potete trovare ben raccontata su un esemplare sito Internet quella dell’avventura, nata dall’amore per la viticoltura e per una passione tutta speciale, andare a potare le vigne degli amici, di un professore universitario di Ingegneria, alla Federico II, di Napoli, Mario Terzo, nonna toscana, nonno napoletano, che insieme ad un altro amico, Abagnale e con la supervisione enologica del bravo enologo Vincenzo Mercurio, sceglie una strada affascinante, quella della viticoltura su piede franco.

Nel 2013 un nuovo impianto su piede franco, nel territorio di Trecase in località Tirone della Guardia, da talee provenienti da una vigna dove il professore andava a potare d’inverno. Prima annata, con micro vinificazioni, il 2015, e nel 2016 una serie di prove per verificare cosa succedesse sottoponendo le uve a leggera macerazione. Prove anche con 30 giorni di macerazione.

La prima annata commercializzata, che non ho avuto la fortuna di degustare, è la 2017 e con l’annata 2018 finiscono le sperimentazioni e la macerazione, che secondo ‘o professore esalta l’identità territoriale del vino, viene limitata a dieci giorni, mentre con l’altro vino che viene prodotto, ma non ho ancora assaggiato e che si chiama Conlebucce viene “stressato il concetto di macerazione”. Indole è un vino solare e tranquillo, territoriale quant’altri pochi, che si prefigge di essere la fotografia del territorio e dell’indole, placida e operosa, dell’area vesuviana.

Il 2019, ancora in affinamento prevede una produzione di 3000 bottiglie per Indole e di 1000 per il Collebucce.

Com’è questa Falanghina prodotta in un terroir che ha caratteristiche molto simili alla zona da cui provengono, con l’unica eccezione di quelle storiche di Mustilli della zona di Sant’Agata dei Goti in provincia di Benevento, le Falanghina che più amo, ovvero quelle dei Campi Flegrei?

E’ buonissima, perfetta con i suoi dodici gradi e mezzo, l’alcol giusto non quello folle e assurdo, quindici gradi o peggio, che pregiudica la beva, di troppe Falanghina beneventane, elegantissima nei profumi, tra i fiori bianchi e la nocciola fresca, gli agrumi ed il sale… E la pietra vulcanica e una leggera brezza marina.. E che bocca fresca, incisiva, tesa, che gioca su grassezza, profondità e freschezza, un succoso frutto salato, una carezza…

Un fiore sul vulcano, sobre el volcan la flor… per dirla con Gustavo Adolfo Bécquer, ottocentesco poeta spagnolo caro ad Eugenio Montale…

n.b.

non dimenticate di leggere anche Lemillebolleblog www.lemillebolleblog.it

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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