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Enovarie

Wine influencer donne e comunicazione: con le cosce e le tette o con reale conoscenza di cosa è il vino?

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Qualche riflessione a voce alta su un fenomeno deprecabile…

Guardate bene questa fotografia.. In primo piano un tacco a spillo sberluccicante, un bello stacco di gamba, purtroppo rovinato nell’aspetto da un grande tatuaggio in zona caviglia, e poi, sopra, un’apertura maliziosa nell’abito nero molto elegante, forse un abito da sera, lascia intravedere un altro tatuaggio sul fianco sinistro. In basso a sinistra nella foto, in piccolo rispetto all’immagine della donna, una bottiglia di vino bianco, di cui si scorge a malapena l’etichetta con il nome del produttore, e poco sopra la mano sinistra della misteriosa femme che regge un bicchiere di vino bianco.

Bene, per questa foto, postata su qualche social, la donna in oggetto con ogni probabilità ha percepito un compenso, perché di professione, o per diletto, nei margini di tempo lasciati liberi da un’esistenza sicuramente dedicata al buon vivere (begli abiti, probabilmente auto sportive, case al mare e in montagna, magari un amico, marito, amante, moroso, ricco e potente), la signora o signorina fa la wine influencer. In altre parole la tipa in oggetto lo fa probabilmente su Instagram, il che la renderebbe una “instagrammer”, ovvero, in soldoni, è proprio il caso di usare questa espressione, una persona che posta sui social fotografie dove esprime giudizi su vini e aziende, non si sa dall’alto di quale esperienza, capacità, effettiva conoscenza del mondo del vino, capacità di degustare, venendo retribuita, sì, avete capito bene, pagata, dalle aziende, per questa prestazione.

Quello che non accade con il sottoscritto e larga parte dei giornalisti che i loro articoli, i loro post, le loro recensioni, segnalazioni, ecc le fanno a titolo totalmente gratuito. Perché facciamo informazione, libera, non facciamo marchette, non facciamo promozione. Perché facciamo giornalismo, e io lo faccio, senza padroni, dalla parte dei lettori. Per servire i lettori, miei unici “padroni”.

Per capire il fenomeno dei wine influencer vi consiglio la lettura di questo, questo, questo e quest’altro articolo. Quest’ultimo seguito da un’intervista, comica, ad un wine blogger romano, dove il tizio, che non nomino per non fargli pubblicità, oltre a dimostrare di avere la memoria corta (e molta malafede) nel ricostruire le vicende della comunicazione sul vino su Internet via siti e blog negli ultimi 15 giorni (se è smemorato prenda del fosforo e si curi, se non lo è si vergogni..)., arriva ad accusare comicamente la categoria dei comunicatori tradizionali del vino, giornalisti soprattutto, di “troppo snobismo” nei confronti dei wine influencer di cui il tizio prende le difese. Forse sentendosi più a suo agio con loro che con la categoria dei giornalisti ed esperti di vino ai quali teoricamente dovrebbe appartenere…

Sul fenomeno (spesso da circo) dei wine influencer vi rinvio, lo trovate sul suo sito Internet, Good life, ad un articolo molto interessante e come sempre ben scritto, di un food writer che stimo moltissimo, si chiama Dominique Antognoni, che so vivere a Milano e non dice mai banalità (è anche uno che non sa solo di cibo e ristoranti, ma che in materia di Donne deve essere molto “preparato”). Leggetelo:

“La ragazza ha un nome e un cognome, ma non è questo il punto. Non la conosco di persona. Fa la wine influencer, o più semplicemente l’influencer. Forse non la sentirò mai nella vita, non mi interessa nemmeno. Però vorrei difenderla, anche se non penso possa averne bisogno.

Viene aggredita con una ferocia inaudita. Il motivo? Dicono non sia un’esperta di vino. Difatti fa l’influencer, mica l’enologa. La attaccano sempre, per il semplice motivo che alcuni pensano che il vino sia il loro monopolio.

“Non può parlare”, insorgono gli specialisti. Difatti lei non ne parla. Lo promuove. E’ diverso. Non si lancia in interminabili discussioni su tannini, retrogusti e profumi, annate e vitigni. Non le interessa, non lo sa, così come non interessa al 99 per cento delle persone e degli acquirenti.
Il restante un per cento che parla solo di vino dalla mattina alla sera può farlo tranquillamente, se ha il piacere. La ragazza non ruba la scena e non vuole passare per un’eminenza del settore.

Poi va detto che un vino è buono oppure no, ti piace oppure no. Se hai delle curiosità vai sul sito dell’azienda, entri e leggi i blog di alcuni esperti, compri le riviste di settore.

La gran parte delle persone beve per il piacere, non per avere delle conoscenze in materia. Perché la vita è puro piacere. Ecco, la ragazza prova a regalarti dei momenti del genere. Postando le sue gambe e dicendo tre frasi sul vino. Non ha mai preteso di essere una autorità in materia. Chi studia il vino da mezzo secolo ha il nostro rispetto, ma resta solo una persona che studia il vino da mezzo secolo. Non possiamo uccidere gli altri appena osano dire la loro.

Onore al merito, ma non si può impedire agli altri di parlare. O di essere ingaggiati per promuovere l’immagine. Ecco, forse gli studiosi del vino sognano di essere contattati loro per promuovere il prodotto in cambio di danaro. Forse rode che il danaro va alla ragazza.

Il mondo è cambiato, non so se in meglio o in peggio. Le aziende poi sapranno quello che fanno e se no, pazienza. Intanto calmatevi. Godetevi l’immagine che ha pubblicato la ragazza. La vita è breve. Per i convegni sui vini e per le fiere di settore ci sarà sempre tempo. Ecco, lì è il luogo degli esperti. A proposito, a breve ci sarà la seconda edizione di On-Wine Fair”.

Avrei molto da obiettare al simpatico Dominique che ha piazzato la sua bella provocazione alla quale con questo mio articolo consentirò di avere un’audience più ampia. Voglio innanzitutto dirgli, con simpatia, che poteva evitarsi questa gigantesca stronzata: “forse gli studiosi del vino sognano di essere contattati loro per promuovere il prodotto in cambio di danaro. Forse rode che il danaro va alla ragazza”…

Voglio dirgli che con 36 anni di esperienza e chiamandomi Franco Ziliani e non pinco pallo e avendo questa storia, non ho nulla da invidiare a questi giovani, rampanti, spregiudicati (e talvolta arroganti) wine influencer, se non la loro età. Loro, così giovani, con gli strumenti ed il linguaggio della modernità, con le moderne tecnologie, con la perfetta padronanza dei social, con qualche infarinatura di marketing (o marchetting?), e tanta furbizia (e altro nel caso delle ragazze più giovani e più carine che sanno come sfruttare la loro avvenenza e magari hanno in questa il loro argomento più solido) cercano, e ci stanno riuscendo benissimo, di ritagliarsi uno spazio in quel caravanserraglio sempre più variopinto e buffonesco che è il mondo del vino italiano.

Fanno benissimo, prego avanti così, a proporre il loro modo, semplice, immediato, elementare, basato sull’immagine e non sul testo, sull’apparire e non sull’essere, sulla forma e non sulla sostanza, di comunicare e raccontare il loro rapporto, spesso da dilettanti, ma dilettanti furbi, che si fanno fotografare con costose eno-griffe mica con il Tavernello (quello di cui hanno fatto i testimonial celebri sommelier ex AIS oggi forse alla canna del gas se hanno fatto determinate scelte…), e per queste immagini chiedono un compenso.

Quello che m’indigna, che mi fa, ma diciamolo francamente, INCAZZARE e di brutto è che siano le aziende vinicole a consentire e incoraggiare la proliferazione del fenomeno (da circo) accettando di pagare, foraggiare, ingaggiare, affidare campagne di comunicazione via social a costoro. Facciamo qualche nome? Cantine come Ferrari, Marchesi di Barolo, Berlucchi, ma anche più piccole e qualitative e importatori di Champagne e vini  esteri.

Trovo vergognoso, schifoso, offensivo, cialtronesco e specchio del loro insano modo di intendere oggi la comunicazione ed il rapporto con la stampa ed i consumatori (quelli che tengono in piedi tutto il baraccone con il gesto, non obbligato, non scontato, di acquistare vini tirando fuori i dané) che queste aziende, i loro uffici marketing, le loro p.r. e addette alle pubbliche relazioni mettano sullo stesso piano, ad esempio quando inoltrano inviti ai loro “eventi”, giornalisti con decenni di esperienza, comunicatori presenti da tempo su Internet che hanno dimostrato di saperne di vino e di saperlo raccontare, e wine influencer.

Tutto questo fa letteralmente schifo e voglio dirlo ad alta voce e come diceva Guccini “a culo tutto il resto”…

Attenzione!:

non dimenticate di leggere anche Lemillebolleblog www.lemillebolleblog.it

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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