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Mon coeur mis a nu...

Serate bergamasche golose con sorpresa 2

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Bollicine che in Franciacorta tanti manco si sognano e rossi intriganti

Avevo promesso, in coda di questo articolo, una seconda parte del mio racconto delle serate bergamasche golose che ho vissuto questa settimana, ed eccoci a Pontida, precisamente sulle alture sopra Pontida, il celebre borgo del giuramento e dei raduni padani nel pratone dove Umberto Bossi arringava le folle e chiedeva indipendenza e addirittura secessione per il Nord e nessuno si sognava che la Lega autonomista sarebbe diventata una specie di partito il cui leader va a cercare improbabili consensi in Puglia, Calabria,  Sicilia, in un posto da urlo che mai mi sarei immaginato, l’Agriturismo biologico Polisena.

Man mano che l’auto condotta dal mio chauffeur, un ex collega  bibliotecaria che non vuole, chissà perché (le donne sono sempre più strane) si faccia il suo nome, s’inerpicava lungo una strada ripida costeggiando i boschi più ci chiedevamo dove andassimo mai a finire. Tutto questo finché siamo arrivati in cima ed è iniziata la contemplazione di un quasi miracolo, di un posto fantastico, con una vista spettacolare sulla pianura (la immaginavamo perché quando siamo arrivati era già pressoché buio). E’ la sede dell’azienda azienda agricola Tosca, creata nel 2000 dalla famiglia Locatelli, la moglie Tosca (che dà il nome all’azienda) ed il marito Marco, con i figli Romildo e Mainardo (diciamo che in famiglia non si accontentano di avere nomi comuni come Mario, Giuseppe o Giovanni) con la collaborazione dell’agronomo Angelo Divittini dello studio agronomico SATA e di un enologo, figlio d’arte (il padre, Carlo, di origini trentine, è stato un grandissimo) come Paolo Zadra.

Accanto all’azienda agricola, che produce vini biologici (diciamolo subito, troppo, parere condiviso dal loro distributore, il comune amico Pietro Pellegrini (colui che importa gli Champagne di Jacquesson e Agrapart, tanto per spiegarci) che li ha seguiti, accompagnati e consigliati sin dall’inizio del loro percorso, ospitata in un’antica cascina del Settecento recuperata in maniera mirabile, con un’attenzione ad ogni dettaglio, ad ogni elemento dell’arredo, ristrutturata secondo i principi dell’ecosostenibilità e certificata CasaClima e aperta dal 2010, dotata di qualche camera, spa, e ristorante. Dove, l’ho scoperto nel corso della serata, si mangia da dio grazie ad uno chef di quelli veramente grandi, Ezio Gritti. Uno con esperienze a Bergamo ma anche nel mondo, ad esempio in un posto leggendario come Bali.

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Lo scenario è spettacolare, ci troviamo là dove osano le aquile, a circa 600 metri, sulle pendici digradanti dell’Albenza, il monte che separa la Valle San Martino dalla Valle Imagna,

Le vigne, nove ettari, in buona parte terrazzate (l’azienda aderisce al Cervim ed i vini diverse volte hanno partecipato con successo a concorsi riservati alla viticoltura di montagna) vigne che portano nomi suggestivi come Cà Lupo, Campi, Sotto chiesa, Bema, hanno una ventina d’anni, e comprendono Merlot, Cabernet Sauvignon, Chardonnay, Pinot grigio, Chardonnay, Riesling renano, Franconia, Incrocio Manzoni, e grazie alla particolare conformazione e fertilità del territorio, è possibile praticare una viticoltura biologica a bassa resa dal 2004.

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Non ho ovviamente avuto modo di assaggiare tutti i vini – mi sono perso tutti i bianchi e mi è rimasta la curiosità in particolare di Riesling e Incrocio Manzoni – ma quello che ho potuto assaggiare mi ha fatto capire che mi trovavo in un posto benedetto da Bacco, in un terroir speciale e che i Locatelli producono vini sorprendenti, dalle loro vigne a 580 metri di altezza. Innanzitutto i metodo classico i primi che A. (che ha tuttora un ottimo palato, da semplice appassionata e consumatrice, non da tecnico o da giornalista), e io abbiamo assaggiato, che portano in etichetta la dizione Terre dei Colleoni.

Il primo, quello che mi è piaciuto immediatamente e ha continuato a piacermi anche più degli altri, un Extra Brut “argento” (nome che richiama il fregio dell’etichetta) da uve Chardonnay in purezza delle due annate 2013 e 2014, 50 mesi sui lieviti, un dosaggio di tre grammi litro, con una freschezza e purezza d’espressione e piacevolezza e una vena salata e tesa, una mineralità precisa, una bolla croccante, che in larga parte della Franciacorta una simile se le sognano. Poi un Brut di annata 2013, che utilizza la stessa tecnica che nella zona spumantistica bresciana chiamano “solo uva”, con aggiunta di una parte di mosto d’uva rifermentato, non dosato, più largo e cremoso, con una deliziosa nota di nocciola fresca in evidenza e infine un Brut, 4 grammi di zucchero il dosaggio, più largo e sul frutto degli altri due da uve delle annate 2011 e 2012.

Una bolla più buona e godibile dell’altra, perbacco, anzi perdirindina!

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Questo prima della cena, che prevedeva una degustazione verticale di cinque annata del loro rosso simbolo, chiamato Primorò, che si ottiene con uve Merlot e quando l’annata lo consente una quota di Franconia dal vigneto Polisena posto a 580 metri di altezza. Vino prodotto da sempre, le vigne sono intorno ai 30 anni di età, senza aggiunta di solfiti e filtrato largamente onde preservarne la ricchezza organolettica.

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E qui, io a capotavola di un bel tavolo che vedeva la donna che non si deve nominare (minchia come sono sempre più fuori le donne! Unica che salvo la mia adorabile ex moglie Eliana, una santa, un fenomeno: ha 62 anni e ne dimostra almeno dieci in meno, è bellissima, cucina meravigliosamente, canta anche meglio, ha un sorriso incantevole ed è libera, uomini con uso di intelletto fatevi vivi…) alla mia sinistra, il Maestro Pellegrini alla mia destra un collaboratore di Pietro a sinistra dell’innominata e a turno al nostro tavolo Marco o Romildo, sono cominciate le sorprese.

Questo ancora prima che arrivassero, uno più buono dell’altro (gnam che fame a ripensarci…) i piatti, dopo uno stuzzicante trittico di intermezzi, ovvero uno stupefacente controfiletto di pecora bergamasca e puré di patate del nostro campo, petto e coscia di quaglia in salsa alla menta e liquirizia con polenta integrale, pagoda ai frutti rossi con crema Chantilly, capolavori autentici di un cuoco umile che non se la tira, ma sa…

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Perbacco che buono, integro, succoso, pieno di energia, fresco, perché larga parte delle uve Merlot vengono da uve poste su terreni dove la componente calcarea è rilevante, il Primorò… Il 2019 Merlot in purezza, imbottigliato solo a giugno, perché lo scorso anno il Franconia ha fatto i capricci, tutta frutta succosa e liquirizia, il 2018, con 50% Merlot e 50% Franconia, speziato e pepato, con una nota balsamica stuzzicante, il 2017, solo il 20% di Franconia, il resto Merlot, molto caldo, largo, pieno, figlio di un’annata calda e “un autunno da ottobrata romana”. E che meraviglia, mi è piaciuto tantissimo, il 2013, Franconia 30%, con la sua nota leggermente selvatica, animale, funghi secchi, spezie, pepe nero, liquirizia e terra, con una coda lunga tesa salata e viva in bocca, per chiudere la rassegna dei 5 Primorò con un 2012 ammirevole, Franconia 40% il resto Merlot, quasi “syraccheggiante”, con menta e note balsamiche in evidenza, pepe nero, cioccolato, succoso, pimpante, integro e goloso in bocca, perfetto in abbinamento al controfiletto di pecora bergamasca e puré di patate del nostro campo, nonché a petto e coscia di quaglia in salsa alla menta e liquirizia.

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E infine, fuori programma, al nostro tavolo, il Valcalepio Rosso riserva, il Bemù, uvaggio composto per il 40% da Cabernet Sauvignon e il 60% da Merlot, con un 2006 incredibile per integrità, fresco, vivo, complesso eppure godibile. La capacità di portare nel bicchiere la voce e la forza di un terroir unico… Mi sa che tornerò molto presto e leggerete altri articoli sui vini e sull’angolo di paradiso creato in alto sopra Pontida dalla famiglia Locatelli, imprenditori esemplari, lavoratori tosti, gente di gusto, averne di gente del vino così nella bergamasca!

E stasera, mentre scrivo, dovrei essere triste perché oggi, da Paris, anzi Milano, mi è arrivata da un tipa deliziosamente fuori di testa, su cui ho messo una pietra, anzi la Tour Eiffel sopra, la seconda batosta dopo quella di juillet. Sento Eric Clapton e la sua chitarra da slow hand che gentilmente piange…

Invece, dicendomi caro Franco, tant pis pour Elle, ascolto, la mia grande scoperta musicale di quest’anno (mi sono comprato due CD e non mi stanco mai di ascoltarli) le Hot Sardines, e anche se stasera c’est la fin d’un amour, o di una illusione d’amore, mi dico, morta una parisienne si aprano le porte chissà per chi, comes love again, su alegher, Champagne, Santé!

n.b.

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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