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Degustazioni

Sannio Falanghina Fois 2019 Cautiero

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Una delusione da un vino che dovrebbe essere affilato, non grasso e alcolico

Peccato, anzi darmagi come direbbero in Piemonte e come dice soprattutto, pronunciandolo con la D maiuscola, le Roi Angelo Gaja (che non incontro da una vita e chissà se avrò mai il dono di incontrare nuovamente e magari essere accolto nella sua reggia, pardon, cantina di Barbaresco), devo interrompere la mia serie di articoli entusiastici, in attesa di raccontarvi di una serie di vini da applausi, (il Pure 2016 di Volcanic Slope Vineyard da uve Assyrtiko dell’Isola di Santorini in Grecia distribuito in Italia da Pietro Ghilardi Selezioni, i Colli di Luni Vermentino di Ivan “Terenzuola” Giuliani, il Valtènesi Chiaretto 2018 de le Chiusure, il sorprendente Langhe Nascetta 2018 affinato in anfora di Sergio Germano, solo per citarne solo alcuni) ultimamente bevuti, con un pezzo critico.

So già che a questo punto ci sarà qualcuno che salterà su a dirmi, ma Ziliani, se un vino non le è piaciuto, perché ne scrive? Perché non scrivere invece di quelli che le piacciono?

Obiezione sensata, ma ogni tanto una critica, soprattutto se benevola, non distruttiva, con intento pedagogico-didattico-conoscitivo, da parte di uno che magari non è un wine influencer come questi fenomeni da circo, i Roveda, le Geri, i Lacerenza, le Galimberti, le Gubellini, i Trono (ancora più fenomeni da baraccone i produttori, imbecilli, che li ingaggiano e li pagano…), ma solo un cronista con poca esperienza di vino rispetto a loro, solo 36 anni, penso abbia senso.

Allora, io che amo i vini campani, e quelli, bianchi, espressione di un vitigno che adoro, la Falanghina, che è diffusa un po’ in tutta la regione, ma che si esprime al meglio in alcuni areali ristretti come la zona di Sant’Agata dei Goti nel beneventano dove la recuperarono e lanciarono come varietà importante due grandi personaggi come Marilì e Leonardo Mustilli, oppure la meravigliosa zona dei Campi Flegrei, quella celebrata da Edoardo Bennato in una canzone stupenda, dove Michele Farro e la Sibilla fanno a gara a chi propone la Falanghina più elegante e svettante.

Oppure, scoperta recentissima, ne parlerò tra qualche giorno, un angolo di Vesuvio, dove su un piccolo vigneto a piede franco un professore universitario di grande cuore e intelligenza, Mario Terzo, ha tirato fuori una Falanghina da urlo, il meraviglioso Campania Falanghina 2018 Indole della piccola azienda Florami.

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La delusione, di cui voglio raccontarvi, mi è arrivata da una Falanghina del Sannio, edizione 2019, che anni fa, con il 2012, mi era piaciuta molto, tanto che ne avevo scritto, leggete qui, nella rubrica settimanale che conducevo, in verità erano due, c’era anche quella sugli amati rosati, sul sito Internet del Cucchiaio d’argento.

Mannaggia ‘a muorte, stavolta, con il 2019 dalla simpatica etichetta, il Fois di Cautiero, piccola azienda produttrice situata nel borgo di Frasso Telesino, 374 metri di altezza, una parte del cui territorio rientra nel parco del Taburno Camposauro.

L’azienda agricola Cautiero nasce nel 2002 a seguito dell’acquisizione della masseria Donna Candida da parte di due giovani, Immacolata Cropano e Fulvio Cautiero che dopo aver risistemato una casa vacanze posta in bellissima posizione, la zona bellissima é a due passi da Telese e dalle sue terme, vogliono riprendere le radici che le collegano ai loro nonni contadini, recuperando terreni ormai dimenticati, dotati di una geologia e di una conformazione ideale trattandosi di terreni con giacitura mediamente acclive, esposti a sud-ovest, di tessitura da franco-argilloso all’argilloso, ricchi di scheletro mediamente calcarei. Azienda che dispone di una decina di ettari che ha puntato su vitigni autoctoni per realizzare uno stretto legame uva territorio. Quindi Falanghina, Greco e Fiano quali uve bianche e Aglianico e Piedirosso come uve a bacca rossa.

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Lo so, forse il mio assaggio è stato condizionato dall’aver bevuto il giorno prima il meraviglioso Indole di Florami, ma che devo dirvi, quando io apro un bianco che mi piace ne secco quasi una bottiglia, di questo non sono andato oltre il primo bicchiere ed il resto della bottiglia l’ho regalata a dei vicini (la moglie è polacca, quindi mi è cara…).

Il colore era bello, paglierino oro intenso, squillante, luminoso, il vino si è disposto grasso nel bicchiere, solare, ma una prima avvisaglia che qualcosa non era come avrei voluto l’ho avuto dal tenore alcolico, 13,5 gradi, che secondo me erano più vicini ai 14, e poi dal naso, molto caldo, fitto, intenso, mediterraneo, con note di fiori bianchi secchi, mandorla, miele, e una salata e minerale quasi impercettibile, soggiogata da una presenza di frutta gialla molto matura.

Bocca ricca calda, espansiva, potente ed estrattiva, per un vino sicuramente buono a mio avviso, ma che almeno in questa fase, forse era un vino giovane imbottigliato da troppo poco, difettava di allungo, di scatto e nerbo sapido. Quello che pretendo da una Falanghina di quelle giuste, un vino carente di acidità che finisce leggermente amaro su una vena di mandorla.

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L’ho detto, non è un bicchiere che chiama il secondo, per me é troppo alcolico, materico, potente, vino da impatto per le guide, non per il mio palato semplice e assetato di essenzialità, ma se Falanghina devo scegliere, allora datemi la grazia del Florami e della Falanghina dei Campi Flegrei di Michele Farro e de La Sibilla, oppure l’opulenza della Falanghina di Sant’Agata dei Goti di Mustilli. Grazie…

Attenzione!:

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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1 Commento

1 Commento

  1. Fulvio

    01/09/2020 at 18:14

    Grazie della perfetta descrizione di una falanghina beneventana come nell’articolo rigurdante la 2012 (gradazione 14, come quasi tutte le nostre annate), spero che questo sia finalmente un modo per chiarire una volta e per sempre che la falanghina coltivata sulla costa è un altro vitigno e non potranno mai avere caratteritiche comuni, tranne che per il nome.

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