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Degustazioni

Salento Malvasia Nera Askos 2018 Masseria Li Veli

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Lettera aperta ai Falvo toscani impegnati in Salento

Cara famiglia Falvo, toscana di origine, che ho conosciuto illo tempore, amicizia maturata alle mitiche Capezzine anche attorno ad un mitico spiedo leonardesco, nello splendore della tenuta Avignonesi, già vostra proprietà, in quel di Montepulciano (che non si pensi sia in Abruzzo come la stupenda uva identitaria della terra di D’Annunzio e del Cerasuolo, bensì in provincia di Siena a mezz’ora di strada da Montalcino).

Questa è la lettera aperta di uno che vi ha voluto bene e che ora deve giocoforza dirvi addio. Volevo dirvi, prima di salutarvi per sempre, che vi ho voluto bene, sia quando Ettore e Alberto gestivano alla grandissima (con la collaborazione tecnica del Paolo Trappolini) l’azienda dove si produceva, con meticolose procedura di cernite delle uve e di appassimento, il più grande e costoso Vin Santo toscano, l’Occhio di Pernice (sensazionale, ma costava un occhio.. della testa), grande Vino Nobile, ecc. sia quando Alberto aveva creato con Classica (do you remember?) una distribuzione preziosa e raffinata nelle scelte, che mi aveva fatto conoscere, qualcosa come 17 anni orsono, una meravigliosa pazza scatenata inglese, tale Charlotte Horton, e il suo mirabolante ora, all’epoca un rudere da restaurare, Castello di Potentino a Seggiano (terra di grande olio).

Vi ho voluto bene anche quando avete venduto, a un prezzo importante, nel 1998, Avignonesi agli olandesi (fa anche rima) e ancor più l’anno successivo, quando avete deciso di investire in Puglia, nell’amato Salento, acquistando la splendida Masseria Li Veli a Cellino San Marco. Dove per anni ha vissuto, ed è un mistero, quella splendida Donna che era ed è Romina Power, ex Carrisi, sì, lady Felicità (un bicchiere di vino ed un panino), l’ex moglie di Albano, la splendida figlia di Tyron Power.

Sono stato nella vostra Masseria più volte, l’ultima ricordo si chiuse con un bellissimo pranzo, io ero in compagnia di colleghi americani, polacchi e inglesi, e ho apprezzato tantissimo il vostro stile, l’eleganza, tutta toscana, non pugliese o salentina ahimè, del vostro modo di fare. Che si rispecchia nel vostro bellissimo sito Internet, nelle etichette dei vostri vini, in un ogni dettaglio di quel gioiello del vino salentino che è Masseria Li Veli.

E di recente ho creduto bene di provare a raccontare, con i miei poveri mezzi, non sono Antonio Galloni, Monica Larner (per fortuna), la bellissima e bravissima Kerin O’Keefe di Wine Enthusiast, Jancis Robinson o un Master of wine, o un wine influencer rampante e spregiudicato, due vostri vini, la Verdeca ed il rosato di Negroamaro Primerose, in due articoli sinceri, scritti con il cuore.

Poi ieri sera il patatrac, il disastro, la rottura, credo definitiva, tra noi. Il giorno prima, lunedì, era stato the perfect day nella Langa del Barolo, tre visite fantastiche, da Ettore Germano, Giovanni (Davide) Rosso e poi dal giovane Andrea Farinetti (il figlio minore di quel genio di Oscar) nello splendore di una rinata a nuova vita Fontanafredda. Una giornata in cui the spitoon, la cosiddetta sputacchiera l’ho usata, ma per buttarci l’acqua.

Martedì avevo pensato ad una sorta di purificazione, a non bere che thé (rigorosamente il mio Lapsang Souchon) e acqua, poi nel pomeriggio ho sentito prepotente il richiamo della carne, che, non pensate male, non è quella carne che a noi maschietti (parentesi: donne che leggete, da qui in avanti sarà un testo rigorosamente e dannatamente dalla parte di noi ommini ai quali piacciono ancora le femmine, maschietti ai quali pulsa il sangue, e altro, davanti ad un lato B come questo, quindi non formalizzatevi, non scandalizzatevi, non dateci degli arrapati: lo siamo), piace e tanto, ma quella, con buona pace dei vegani, da mangiare.

Sono andato dal macellaio, ho fatto preparare due hamburger di fassona, e mentre li cucinavo sulla piastra mi sono detto, non puoi berci acqua Franco, stappa una buta. E non ho scelto piemontese o toscano, o francese, boia fauss, ma pugliese e ho stappato la vostra meravigliosa Malvasia nera Askos 2018. E lì ho cominciato ad odiarvi e a piangere.

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Perché quel vino godibile, succoso, carnoso, sodo, rotondo, da mordere golosamente, da masticare, da accarezzare con la lingua ed il palato, da farsi pervadere dal piacere di berlo, non mi ha evocato pensieri innocenti, ma, maledetto il momento in cui ho stappato la bottiglia, il ricordo di un lato B che dovrei dimenticare, ma invece ho ancora nella mente e nel cuore, un lato B parisien, che accarezzavo a Milano e poi à Paris, au cinquième étage, a fine luglio.

Il lato B, spettacolare, eroico, leggendario, che accarezzavo e rimiravo mentre le leggevo poesie d’amore di Paul Eluard in edizione Folio pubblicate da Gallimard che ero corso ad acquistare in libreria nei giorni bellissimi e disperati di un’illusione perduta, di un amour parisien finito in farsa, in dolore, lacrime e sangue.

E lì, ex cari i miei Falvo pugliesi, bicchiere dopo bicchiere, prima accompagnandolo agli hamburger, poi bevendolo golosamente senza nulla accanto, ho fatto partire la litania ed il rosario, grazie a YouTube, delle canzoni che non dovrei ascoltare, che mi fanno versare fiumi di lacrime, che mi scavano dentro senza pietà.

Je n’ai rien oublié di Charles Aznavour

Poi Je t’aime in questa struggente versione live, di Lara Fabian

Why di Annie Lennox (why perché non so perché sia successo quel che è successo e non so darmi pace)

E Nothing compares to you (anche al suo lato B) di Sinead O’Connor

E Fragile di Sting, ma cantata dalla suprema Annie Lennox…

E così sono andato avanti tutta la sera, tra bicchieri (di Riedel, ça va sans dire), canzoni, pensieri e parole e lacrime, calde lacrime.

E così ho deciso di scrivervi questa pubblica lettera aperta per dirvi addio, per annunciarvi, cosa che a voi forse un po’ dispiacerà, perché un articolo dello Ziliani in questa forma smagliante non è un articolo dei troppi coglioni che infestano (tra intrallazzavini e puttanate varie) la wine web scene, che questo sarà l’ultimo pezzo che potrò dedicare a celebrare i vostri magnifici vini pugliesi e salentini.

Ultimo pezzo in cui racconterò che quella Malvasia nera Askos 2018, affinata nove mesi in barrique di rovere francesi, eppure mi piace, quanto mi piace, colore rubino brillante intenso, naso intensamente profumato (quasi come il corpo statuario di Elle) di marasca, prugna, prugna, liquirizia, macchia mediterranea, con un leggero ricordo di cioccolato nero e un accenno salmastro che ricorda che ‘o mare non è poi così lontano, è un gran vino.

Che la sua bocca larga, piena, succosa, con quella polpa da baciare, come le labbra (tutte) di Elle, mi ha conquistato, mi ha fatto enoicamente sognare e godere, dico un’eresia, lo so ma me ne frego, più dei Barolo Vigna Rionda 2016 di Ettore Germano e di Giovanni Rosso che ho bevuto, toccando il cielo di Bacco con un dito, lunedì a Fontanafredda.

E pertanto gli articoli, che avevo programmato, sul Susumaniello Askos rosso e rosato, mi rimarranno nella penna, pardon, nella tastiera. E ora vi saluto, me ne vado, asciugando le ultime lacrime che mi sono rimaste e risoluto a oublier e voltare pagina perché, come cantano gli Skorpions, soffia the Wind of Change ed è tempo di altre vite, di altri amori, di altri lati B da accarezzare, sicuramente italiani questa volta, perché à Paris ho già dato e avuto. Un bel servito a sorpresa che ancora mi lascia senza fiato, sans mots, mais tant pis pour moi, mais aussi tant pis pour Elle…

Attenzione!:

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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