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Editoriali

Also sprach Gajazustra: come non dargli ragione?

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I colori della crisi secondo le Roi Angelo Gaja, che oggi, dopo vent’anni, mi riceve..

Non sono solito pubblicare, come fanno deferenti, quasi in ginocchio, altri siti e blog quando le ricevono, le esternazioni / pronunciamenti che il produttore italiano di vino più noto nel mondo, ovvero Gaja Angelo da Barbaresco, ogni tanto diffonde, e sembrano eno-encicliche urbi et orbi, (quelle emanate da un Papa vero, tipo Karol Wojtyla o Ratzinger, non da quella parodia di papa come tale Bergoglio), dalla sua cantina del celeberrimo borgo collinare nelle Langhe (o dalle aziende che ha a Montalcino o Castagneto Carducci frazione Bolgheri o chissà da quale angolo del mondo dove si trova in quel momento – ha compiuto 80 anni a febbraio, ma ha la grinta e l’incredibile vitalità di un cinquantenne) ogni tanto diffonde, tramite la sua straordinaria segretaria Sonia Franco, via mail.

Però stavolta, poiché sottoscrivo parola per parola quanto Le Roi sostiene, denuncia, propone, con la consueta lucidità, sul tema “cosa fare di fronte alla crisi del vino italiano”, crisi acuita dalla vicenda pazzesca e imprevedibile del “coronavirus”, raccontandoci quali siano, secondo lui che ha l’occhio lungo, “i colori della crisi”, e quali le possibili, pragmatiche soluzioni per renderli meno foschi, ho deciso anch’io di fare da picciola cassa di risonanza a quanto Gaja sostiene tramite i dodici, forse tredici (numero che notoriamente porta bene) lettori di Vino al vino.

Lo faccio anche, ma che non si sappia e la notiziola rimanga in Europa e non si risappia anche in Cina, United States, Giappone e Australia, perché oggi, martedì 8 settembre (data terribilmente triste e infausta per la storia di questo benedetto / maledetto Paese) dopo vent’anni e più i cancelli, che per me erano ermeticamente chiusi (con tanto di sentinella stile vopos della DDR prima del meraviglioso Crollo del Muro di Berlino pronta a sparare nel caso mi fossi avvicinato), della cantina sita in via Torino a Barbaresco si riapriranno e verrò ammesso (dicendo ad alta voce che non sarò di certo Matilde che viene a Canossa…) in visita e degustazione.

Non so se ci sarà personalmente il Monarca, ma che dico, l’eno Imperatore, il Napoleone del vino italiano (il Giove tonante come l’ha battezzato icasticamente un tale), a ricevermi, immagino con una grande risata e idealmente cantando insieme “Ancora tu, non mi sorprende, lo sai?Ancora tu ma non dovevamo vederci più?”, so che a ricevere me, “scortato” da un amica sommelier e palato finissimo, soprattutto in materia di Champagne (che ahimé, lei ama sottoporre a sabrage.., nessuna è perfetta…), ovvero la Signora Veronica Sofia Romanini Ricci, sarà Rossana Gaja, la secondogenita della strepitosa Donna Lucia e del suo fortunato consorte.

Perché accanto ad un grande uomo c’è sempre una grande Donna, ancora più tosta e formidabile di lui…

Che dire se non comunque vada sarà un successo? E vai con Chopin, boia fauss!

I colori della crisi secondo Angelo Gaja

E se fosse il 2021 la continuazione dell’anno orribile del vino italiano? Le premesse non mancano. In Italia si suonano le trombe per la vendemmia 2020 che promette di essere la più ricca di uva al mondo. Non è un primato invidiabile in presenza di una crisi dei consumi senza precedenti che si abbatte su tutti i mercati e coinvolge TUTTE le cantine del mondo gonfiandone le giacenze. Per fronteggiare la quale il ministro Bellanova aveva stanziato misure di distruzione dell’uva e del vino (distillazione) finanziabili con 150 milioni di euro di denaro pubblico, giunti però in ritardo ed utilizzati appena per un terzo.

L’errore, però, non è affatto della Bellanova, bensì dei suggeritori esterni che fanno capo ad associazioni varie e presenziano alle tavole di concertazione. Quelli che dapprima non volevano sentire parlare di distillazione, per poi concederla ai soli vini da tavola mentre ad averne necessità sono i vini IGP e DOP.

Quelli che preferivano misure in favore dello stoccaggio, incoraggiando ad accumulare scorte in cantina confidando nella rapida fine della crisi e pronta ripresa dei consumi, che invece non ci saranno e si prolungherà l’agonia.

Quelli che avanzavano mille riserve, rallentando e rendendo intempestiva l’entrata in vigore delle misure di intervento pubblico facendole perdere di efficacia. Il comparto del vino conoscerà una crisi più lunga legato com’è all’Ho.Re.Ca ed al turismo.

Fino ad ora è stata una pioggia di numeri reali, stimati-probabili-farlocchi, anche da fonti autorevoli, a commentare il procedere della crisi. Solo a fine anno si conosceranno le giacenze totali di vino nelle cantine italiane e si attendono pessime notizie in merito. Sempre a fine anno, a fronte del preoccupante calo in volume, si registrerà il più drammatico e vistoso calo in valore dell’export del vino italiano.

A piangere saranno i fatturati. Quando nella primavera 2021 verranno resi pubblici i bilanci delle mega cantine italiane e verranno svelati i numeri veri, si evidenzierà che per molte di esse le perdite di fatturato rispetto al 2019 supereranno il 20%. A perdere di più, però, saranno i viticoltori venditori di uva e le cantine artigianali dalle dimensioni piccole e medio piccole, il settore più numeroso e fragile.

E’ a questi che il ministro Bellanova deve pretendere di destinare maggiori risorse durante il confronto che condurrà con i suggeritori esterni. In questo momento di grave emergenza occorrono misure straordinarie. La prima preoccupazione deve essere quella di cercare di riequilibrare il mercato dando la priorità ad un ampio-e-mai-visto prima progetto di distillazione che includa anche i vini IGP e DOP, da avviare SUBITO per consentire il recupero già entro il 2020 dei quasi 100 milioni non spesi nella misura precedente, per poi concluderlo nel 2021. Prendendo ispirazione da quanto saggiamente aveva già fatto prima di noi la Francia.

Sarebbe utile inoltre introdurre in Italia per i prossimi due-tre anni il divieto di impiego del Mosto Concentrato Rettificato, che costituisce per chi ne fa uso l’incentivo per eccellenza a produrre maggiori volumi di uva in vigneto. Bene la richiesta di maggiori finanziamenti per la promozione, consentendone l’accesso anche ai progetti di investimento contenuto. Non scordando che, nei prossimi due-tre anni, sarà baraonda sui mercati internazionali perché le cantine di tutto il mondo avranno il vino che uscirà loro dalle orecchie e saranno sui mercati per cercare di collocarlo.

Occorrono idee nuove, pensare di utilizzare solamente gli strumenti del passato non sarà di grande giovamento prima del ritorno alla normalità.

Angelo Gaja, 7 settembre 2020

Attenzione!:

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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