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Degustazioni

Toscana Igt Purple Rose 2019 Castello di Ama

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Quando un bicchiere è già troppo e la bottiglia resta semi piena…

Anche oggi, del resto l’estate impazza ed il consumo di questa tipologia (l’ha scritto anche l’ottimo wine writer Andrew Jefford sul Financial Times qualche giorno fa) conosce in questo periodo il suo picco, vi parlo di rosati.

Lo faccio però, non per celebrare, come ho fatto ieri, un grande rosato toscano base Sangiovese, l’Illario della Fattoria di Magliano, capolavoro della fascinosa winemaker Graziana Grassini, ma per tirare amabilmente le orecchie ad un personaggio importante. Uno che è stato per diversi anni nientemeno che presidente del potente Consorzio del Chianti Classico, uno che conduce, avendone sposato la proprietaria, Lorenza Sebasti, una delle più belle aziende di tutto il Chianti Classico, il mirabolante (lo conosco dai primi anni Novanta quando a dirigerla era un grandissimo uomo del vino e dell’olio, Silvano Formigli inventore di Selezione Fattorie) Castello di Ama posto in frazione Lecchi in Chianti, nel comune di Gaiole in Chianti, in provincia di Siena.

Il personaggio è il bravissimo Marco Pallanti, uno che dà del tu al Sangiovese (ma anche al Merlot e al Pinot nero presenti da anni nelle loro vigne) uno secondo il quale, come leggo sullo splendido sito Internet “Il vino deve come sgorgare dalle rocce del vigneto e deve rifletterne i caratteri. Suolo, clima e varietà vanno a formare una realtà funzionale particolare nella quale si inserisce la tecnica di condotta dell’uomo tesa a valorizzarne l’originalità”.

Ho precisato che parlerò di rosati e quindi non parlerò dei grandissimi Chianti Classico e Chianti Classico Gran Selezione di Marco, né del Merlot Apparita o del Pinot nero Il Chiuso, della Chardonnay Al Poggio o del magnifico Vin Santo, ma parlerò del rosato di Ama, tipologia che Ama produce dal lontano 1982 quando era ben lungi dall’essere la moda che per molti bischeri è ora, un rosato che ha conosciuto negli ultimi anni e precisamente dal 2017 un profondo cambiamento, una metamorfosi.

Io del vecchio rosato, che inizialmente si chiamava Rosato del Toson d’oro, ho scritto tante volte, l’ultima nel 2014 nella mia rubrica sul Cucchiaio d’argento, parlando dell’ottimo 2013.

Ero entusiasta di quel rosato di Sangiovese, ma oggi, dopo aver stappato l’annata 2019 del rosato new style, dalla bellissima etichetta e dallo splendido colore, ribattezzato Purple Rose, devo prendere atto che ad Ama hanno maturato un’idea del rosato che non incontra affatto il mio gusto. Non è casuale che abbia scelto come sottotitolo una frase credo emblematica: Quando un bicchiere è già troppo e la bottiglia resta semi piena… Il Purple Rose nasce nel 2017
con una nuova metodologia vinificando  parte del mosto  in barriques. È ottenuto dalle migliori vasche di Sangiovese per mezzo di un salasso (saignée) effettuato dopo circa 12 ore di contatto con le bucce.

La vinificazione, e qui cominciano le dolenti note, prevede “la fermentazione in rovere di secondo passaggio, di una parte del mosto circa il 30% del totale”, scelta che secondo Pallanti dovrebbe avere “l’effetto di conferire al vino una maggiore longevità ed una migliore stabilità del colore e di complessarne l’aroma impreziosendo il gradevole bouquet di frutti rossi con dei sentori più profondi”.

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Ahimè, qui non si è “complessato” (siete in Toscana ad Ama, perché usate questo linguaggio tecnosciocco?) un bel niente: si è “ucciso” un vino che era buono, e Pallanti ha clamorosamente sbagliato (perdonate Marco e Lorenza, ma di rosati ne so qualcosa) e a mio modesto avviso dovrebbe andare urgentemente a lezione da Graziana Grassini, che sui rosati a Magliano in Toscana e nelle altre aziende cui collabora ha dimostrato di saperci fare e di avere le idee giuste. E poi da Giulia Cataldi Madonna, da Alessandro Luzzago, da Fabio Alessandria a Verduno in Langa, da Margherita Platania sull’Etna, dai fratelli Calò in Salento, da Luciano Ciolfi a Montalcino, da Sergio Arcuri e Anna Maria Cruciata, da Elisabetta Fagiuoli ovvero Montenidoli a San Gimignano, da Charlotte Horton a Seggiano. Potrei continuare….

Perché il rosato è eleganza, charme, equilibrio, armonia, piacevolezza, allegria e facilità di beva. Se non ha queste caratteristiche non è un rosato. E’ altra cosa. E secondo il mio modesto parere Marco Pallanti oltre a scegliere la via sbagliata dell’uso della maledetta barrique, ha pensato al suo Purple Rose come ad un rosso non ad un rosato.

Io non sono scemo, di rosati ne assaggio e ne bevo a iosa, di tutta Italia, francesi, spagnoli e ora anche croati, da una vita e quando leggo sul sito Internet di Ama, nella pagina dedicata al Purple rose, questa descrizione mi chiedo: ma stiamo parlando dello stesso vino? “Aromi primari fruttati che richiamano la ciliegia e la fragola matura. Gusto: l’attacco denota subito la personalità di questo vino. Persistente in bocca con richiamo ai frutti rossi e alle note minerali. Una straordinaria freschezza completa il profilo gustativo. Purple Rose, è ampio e complesso, con accenni floreali, intense note di ciliegia e lampone. Succoso, sapido elegante”.

Mi spiace egregio Marco, il colore del vino (la cosa migliore insieme all’etichetta e al nome) è spettacolare, un melograno corallo squillante intenso, da applausi, ma, accidenti a me, io oggi mi sono trovato di fronte ad un rosato di cui non sono riuscito a bere più di un bicchiere, bloccato da un eccesso di alcol (13,5 gradi contro i 12,5 dell’Illario della Fattoria di Magliano), con tanta frutta rossa ben matura in evidenza nei profumi, tanta potenza, tanto estratto in bocca, una bocca da rosso, tannini non ben fusi con il frutto, note leggermente verdi e astringenti, e una tendenza del vino ad essere statico. Privo di freschezza, di slancio, di nerbo, massiccio, del tutto privo di eleganza.

Intendiamoci questa non è una stroncatura, ma un’amabile tirata di orecchi, da rosatista in servizio permanente effettivo, ad un grande uomo del vino toscano e italiano che sarebbe bene, Ziliani dixit, a ritornare sulla vecchia strada e fare il Purple rose o come vorrà chiamarlo come lo faceva, benissimo, not long time agoErrare humanum est, perseverare autem diabolicum

Attenzione!: non dimenticate di leggere anche Lemillebolleblog www.lemillebolleblog.it

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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