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Degustazioni

Salento Verdeca Askos 2019 Masseria Li Veli

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Un grande solare bianco pugliese e salentino

Pugliese da parte di nonni materni, centinaia di articoli dedicati ai vini della Puglia, della Calabria, della Campania, del Sud in genere, collaboratore di Nicola Campanile quando la rassegna Radici del Sud era una cosa importante che portava persino Jancis Robinson (invitata da me in persona) in terra pugliese, non posso essere di certo accusato di pregiudizi anti meridionali. Questo anche se vivo a Bergamo (capitale italiana del Coronavirus) e respiro un’aria (malsana) dove la Lega nord e oggi quella salviniana hanno trovato facile brodo di coltura in un ambiente dove per ignoranza il pregiudizio antimeridionale allignava ben prima che il Senatur Umberto Bossi si inventasse il movimento politico autonomista del Nord.

Ciò precisato, voglio esprimere il sentimento di sfinimento e di caduta di braccia (e altro) per impotenza (non quel tipo che affligge taluni maschietti infelici) che mi ha preso ieri sera al termine di uno scambio di messaggi via Facebook con un gruppetto agguerrito e assatanato (forse avevano bevuto male) di salentini. La mia colpa? Aver ricordato ad un mediocre, che conosco dal 1995 e che ho avuto modo di pesare durante quattro lunghe vacanze nella pace (sgarruppata) di Porto Cesareo, quando era ancora vivo e attivo il suo grandissimo padre, uno degli autentici grandi del vino pugliese, uno che vendeva qualcosa come 800.000 bottiglie di vino negli States, e una cui bottiglia del vino più importante ho visto un americano pagare in cantina, senza battere ciglio, 100 mila lire, che è un mediocre e sta facendo clamorosi errori…

Elemento scatenante delle mie parole la celebrazione sulla sua pagina Facebook da parte del simpatico giovanotto, che ricordo quando partiva dalla spiaggia bardato di muta per andare a pescare quattro pescettini denominati localmente cazz’e mare, di uno spumantino Charmat, una sorta di Prosechin salentino, prodotto spumantizzando un’uva che anche gli asini, ma non lui, sanno essere inadatta alla spumantizzazione come il Negroamaro.

Ho ricordato a F.T., queste le sue iniziali, che mentre suo padre faceva grandi vini famosi in tutto il mondo (negli States Mimmino lo chiamavano Mister Salice Salentino) lui purtroppo produce vinellini di medio livello e perde tempo ed energie a produrre, in Salento, mica a Valdobbiadene o in Franzacurta uno spumantino senza alcuna pretesa che suo padre, fosse stato ancora in vita, non avrebbe mai prodotto.

Apriti cielo! Si è scatenata contro di me una canea provinciale e trinariciuta che nel nome dell’orgoglio ferito, quello del paesello dove l’azienda del figlio del grande ha sede, mi ha accusato delle peggio cose, incurante, la canea stolta, di chi fossi, di quanto abbia fatto, scrivendo e collaborando ad eventi come Radici del Sud, per i vini della loro regione.

Vi risparmio le ridicole “argomentazioni” degli intervenuti, uno, un enotecaro o qualcosa di simile, doveva difendere interessi di bottega, un’altra era l’attuale compagna del proseccaro salentino e quindi era giusto e doveroso (e bello) che difendesse con le unghie e con i denti le sue scelte.

Un’altra ancora, dalla foto una donna splendida e affascinante, di Lecce, ha vinto il primo premio al concorso immaginario Sparala grossa, dicendomi “Secondo me lei ha bisogno di un buon vino da bere e di scambiare quattro chiacchiere con gente “di livello”, manco io fossi un cittadino del paesino del produttore di spumante, e non un giornalista con 36 anni di esperienza e una riconosciuta notorietà italiana e non solo. E come se io bevessi abitualmente Tavernello o vinellini da sfigati, non Barolo, Champagne, Brunello di Montalcino.

Per fortuna non tutta la Puglia del vino si esaurisce in queste miserie da strapaese, e ci sono realtà, anche in Salento, che volano alto e sanno coniugare lavoro nel segno della qualità e stile, eleganza, cultura. Proprio quegli elementi che mancano clamorosamente allo spumantista da Negroamaro.

Una di queste aziende, based in Cellino San Marco, ovvero il paese dove è nato e ha cantina mister Felicità un bicchiere di vino con un panino, alias Albano Carrisi (produttore di vini senza pretese, ma persona dal cuore grande) è la Masseria Li Veli della Famiglia Falvo, oltre 40 anni di esperienza nel settore del vino, che ho conosciuto e frequentato, grazie alla squisita ospitalità di Alberto e Ettore Falvo, in quel posto mitico e splendente che furono le Capezzine dell’azienda Avignonesi, uno dei fiori all’occhiello di Montepulciano, borgo sito a poca distanza da Pienza e Montalcino.

Nel 1999 la famiglia Falvo ha acquistato e rifondato la Masseria (posto splendido che ho visitato due volte) con la precisa e caparbia volontà di dare vita ad un progetto di grande qualità in Puglia, regione dalle antichissime tradizioni vitivinicole.

La masseria, come si legge sull’elegante (non sembra nemmeno pugliese tanto è raffinato) sito Internet aziendale, “sorge su un antichissimo sito messapico dominante la piana fertile e solare del Salento. Il suo antico proprietario, il marchese Antonio de Viti de Marco (1858-1943), economista leccese di fama internazionale, professore universitario e Deputato del Regno d’Italia, di Li Veli fece un’azienda vitivinicola presa a modello in tutto il Meridione. Oggi la masseria, impeccabilmente restaurata, è costituita da 33.000 mq di superficie di cui 3.750 mq comprendono uffici, zona ricettiva, locali di vinificazione, di invecchiamento e stoccaggio”.

Alla viticoltura sono destinati 33 ettari della proprietà, in cui prevale come forma di allevamento “l’alberello pugliese a testa di salice, con tre speroni di due gemme, ad elevata densità di piantagione (5.120 piante per ettaro). Il sesto d’impianto è a settonce. Questo sistema fu ideato dagli ingegneri militari romani, che per molto tempo avevano utilizzato l’impianto ai vertici di un quadrato (il famoso quadrato latino), poi erano passati al quinconce, e quindi al settonce (ordo septuncialis).

Quest’ultimo era raffigurato anche su di una moneta con un esagono regolare a sei vertici ed un punto al centro. In effetti il sesto di impianto a settonce realizzato con l’alberello genera ancora oggi, più di ogni altro, un’ideale combinazione di effetti benefici: elevata densità di piantagione, massimo sfruttamento del terreno da parte dell’apparato radicale delle viti, insolazione massima della chioma, circolazione dell’aria facilitata, grande agevolazione nella lavorazione del terreno, in quanto le viti formano filari in tutte le direzioni, massimo equilibrio vegetativo tra le piante, che usufruiscono tutte dello stesso spazio, sia aereo che sotterraneo”.

La cantina è grande, la sua capacità totale è di circa 10.000 ettolitri, suddivisi tra i vinificatori di acciaio e le circa 400 barriques di rovere francese. In quella che era l’antica tinaia hanno trovato posto i moderni vinificatori, otto orizzontali a cappello sommerso da 125 ettolitri e dieci verticali da 130 ettolitri, ed è costruita con il carparo, pietra chiara, affine alla pietra leccese, che quasi abbaglia per la sua luminosità.

Quale vino di Masseria Li Veli ho scelto, in attesa di stappare il rosato di Susumaniello, per raccontarvi come i Falvo stiano lavorando benissimo, nel segno dell’eleganza e della piena consapevolezza di quello che può dare (se non si perde tempo a giocare con ridicoli spumantini) il magnifico solare Salento? Un vino espressione di uno dei grandi vitigni identitari, la Verdeca, confinata in passato a varietà utilizzata per la produzioni di vini neutri, molto usati dall’industria del Vermouth e conosciuta al più come base di quel vino della Valle d’Itria dall’immagine un po’ in calo che è il Locorotondo, questa varietà medio-precoce, resistente alle comuni malattie della vite e iscritta tra le varietà idonee alla coltivazione in tutte le province pugliesi, forse derivante da un ceppo di Sauvignon vert friulano sta conoscendo un processo di rivalutazione. Merito di alcuni produttori, Li Veli compresa, che non accontentandosi della sua neutralità, della sua buona presenza alcolica e acida, hanno cominciato a prenderla sul serio, ottenendo, con vinificazione più curate ed in purezza, vini interessanti, intensi ed aromatici, pieni di profumi.

Questa Verdeca, presentata in una raffinata bottiglia pesante borgognona dall’etichetta e dal packaging raffinato (questione di classe: o la si ha oppure di fa il Brillocco…), è inserita nella linea Askos, il progetto “dedicato alla ricerca, selezione e valorizzazione del patrimonio dei vitigni autoctoni pugliesi in via di estinzione. I vini sono prodotti esclusivamente con uve provenienti da zone a particolare vocazione nelle quali il vitigno è allevato secondo i canoni di un’ antica memoria. Il simbolo è un askos, “decanter” greco del I secolo a.c.”.

Avevo già bevuto, sul finire del 2019, l’annata 2019, ma questo 2019 mi ha quasi entusiasmato, e dire che sono reduce da coup de foudre a ripetizione con bianchi da vitigni autoctoni quali Posip e Marastina in terra croata.

Colore paglierino oro squillante, questa Verdeca si distende ampia, consistente, quasi grassa nel bicchiere, e subito si propone, suadente, sensuale, con un naso fitto, solare, caldo, tipicamente mediterraneo (roba che ti fa venire in mente il grande Pino Mango e una delle sue canzoni simbolo), giocato su frutta gialla ben matura, mandorla, sale e pietra.

La bocca, l’alcol è di tredici gradi e mezzo, è piena, consistente, direi quasi “formosa” se mi consentite di applicare questo aggettivo ad un vino bianco, con una consistenza che evoca la pasta di mandorla, la pesca gialla ben matura, ma con un colpo di reni e un’energia insospettata, dovuta ad un’acidità ben calibrata e presente che riequilibra la materia e dà al bicchiere larghezza e profondità.

Insomma, un gran bel bianco di Puglia, da godere ascoltando (e magari ballando, chi è capace di farlo) pizzica e taranta e mangiando uno dei cento piatti di una delle cucine più golose, fresche e digeribili del mondo

Masseria Li Veli
S.P. Cellino-Campi, Km 1

72020 Cellino S. Marco (BR)

Tel: +39 0831 618259

Fax: +39 0831 616657

Email: info@liveli.it

Sito Internet http://www.liveli.it/it/

Attenzione!:

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Due brevi note di presentazione Sono nato a Milano nel 1956 e dal 1966 vivo in provincia di Bergamo. Giornalista pubblicista dal 1981, dal 1984, dopo aver collaborato, scrivendo di libri, cultura, musica classica e di cucina, a quotidiani come La Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Gazzetta ticinese e Il Secolo d’Italia, mi occupo di vino. Per diciotto anni, sino all’ottobre 1997, sono stato direttore di una biblioteca civica. Continua a leggere ...

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4 Commenti

4 Commenti

  1. Zuk

    17/08/2020 at 19:25

    Della Masseria Li Veli, oltre alla ottima Verdeca, ho avuto modo di assaggiare il Susumaniello Garrisa 2017 e il Susumaniello rosato 2018, davvero eccellente e per nulla ruffiano o sbiadito come purtroppo capita ultimamente con troppi rosati italiani, solo per voler (inutilmente) somigliare ai provenzali. Spero di leggere presto la sua opinione in merito quando avrà modo di stapparlo.

  2. Antonio

    18/08/2020 at 07:50

    GranDe uva autoctona la Verdeca a me piace anche spumantizzata, a volte. Questa nell’articolo è senz’altro da provare e magari la hanno anche al ristorante Li Veli qui a Londra vicino a Covent Garden

    • Franco Ziliani

      18/08/2020 at 11:26

      ristorante eccellente dove ho pranzato benissimo giusto tre anni fa, riprende la tipologia architettonica di Borgo Egnazia a Savelletri di Fasano

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